2026

da Rete Ambientalista, Partono azioni collettive contro la Solvay

Trancemedia.eu propone
il "messaggio di pace e salute" già inviato a circa quarantamila destinatari
dal Movimento di lotta per la salute "Giulio Alfredo Maccacaro"
tramite RETE AMBIENTALISTA - Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza.
Tutti i link aprono (in nuova scheda) gli ARTICOLI COMPLETI, dal sito editore.

Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro

 

Aggiornamento 10 ottobre 2026

Partono le azioni collettive contro la multinazionale Solvay Syensqo

I limiti tecnici del processo in sede penale (prossima udienza il 16 novembre), come ho più volte esaminato, fin dall’esito della sentenza di Cassazione del primo processo, sono insiti nei capi di imputazione che non chiedono risarcimenti per le Vittime e non chiedono la chiusura delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo né determinano la bonifica integrale. Partendo da queste incontrovertibili constatazioni ho lavorato in questi anni, trovando avvocati e medici onesti e preparati. Così alcuni fra noi, comitati e associazioni, abbiamo intrapreso in sede civile la Class Action Inibitoria per chiudere -ora – le produzioni di Solvay e mettere di fatto al bando i Pfas in Italia. Ora o mai più.

L’azione legale collettiva che, parallelamente, sosteniamo nella proposta in questa assemblea riguarda invece la Class Action Risarcitoria in sede civile perché appunto il processo penale non consente risarcimenti effettivi e sostanziali per le malattie e le morti delle Vittime, ma solo simbolici indennizzi psicologici (elemosine).

La proposta in questa assemblea è valida potenzialmente per 350mila cittadini della provincia, 100mila del comune di Alessandria, ma da subito, a prescindere dalle cartelle cliniche disponibili, per quelle persone che già superano il migliaio, tra analisi pubbliche e private, alle quali in Alessandria è stata riscontrata la presenza di Pfas nel sangue. Orbene, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato. (Clicca qui e qui). O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas.

Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto.

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perché la Miteni di Trissino è già chiusa, 40mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi di risarcimenti: chi presenta nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate, e i residenti che hanno subìto le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.

Innumerevoli gli esempi internazionali di class actions. Quella appena preparata in Francia (clicca https://www.rete- ambientalista.it/2026/05/19/a- lione-uno-dei-piu-grandi- processi-civili-deuropa- contro-i-pfas/) chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici: dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione.
Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento» (il procuratore generale della Cassazione). È la nostra coerente posizione: i nostri assidui frequentatori del sito www.rete-ambientalista.it e i nostri oltre 43mila fruitori della mailinglist, infatti da decine di anni incorrono con frequenza nel nostro termine “Delitto Perfetto”. Scongiuriamolo finalmente ad Alessandria.
Lino Balza, Movimento di lotta per la salute Maccacaro

 

Meloni in aiuto di studenti e personale scolastico

Alle proteste del mondo della scuola il governo prima ha promesso un piano “da 1,5 miliardi di euro” per ristrutturare gli edifici, poi se n’è uscito con 20 milioni orgogliosamente rivendicati: una somma ridicola per 60.000 aule. Infatti il ministero dell’Istruzione ha deciso di riconoscere un fondo di 3.153,57 euro a 6.342 istituzioni scolastiche statali “ammesse e finanziate per l’acquisto, l’installazione e la messa in funzione di apparecchi e dispositivi per il raffrescamento e il comfort microclimatico degli ambienti e delle aule didattiche”.

Su 61.308 edifici scolastici censiti in Italia solo 3.966 risultano dotati di condizionatori, appena il 6,45% del totale. Per altri 24.888 edifici i dati non sono disponibili, mentre per 32.462 i condizionatori non ci sono. Insomma, in oltre il 93% degli edifici la refrigerazione non è garantita.
D’altronde Meloni cosa poteva fare di più? Anche potendo installare condizionatori in tutte le aule, le reti elettriche delle scuole non reggerebbero il carico perché gran parte sono davvero vecchie e mai rimesse in sesto. Da qui la necessità di un piano di interventi di edilizia straordinaria nelle scuole italiane che nessun ministero, tanto meno quello diretto da Valditara, ha mai tentato di mettere in pratica. Per il momento, gli alunni italiani possono ricorrere al ventaglio. Forse ne esce uno per ogni studente.

 

Studenti e insegnanti in rivolta

I giovani dei licei e universitari rivendicano il loro diritto allo studio, esprimono malcontento per la mancanza di insegnanti, denunciano la cattiva gestione del calendario delle lezioni e il sovraffollamento delle classi. Chiedono più risorse per l’educazione, edifici ristrutturati, materiale didattico, assistenti sociali e semplicemente condizioni di studio “decenti”. Gli studenti uniscono la loro rabbia a quella degli insegnanti che, come tutti i dipendenti pubblici, sono anche loro in lotta contro i tagli previsti dal progetto di legge di bilancio per il 2027. Alla rivolta in corso in Francia non si riscontrano imitazioni in Italia.

 

A proposito di elezioni. Non è meglio un “Fronte per la democrazia”?

Piuttosto che “programma e campo largo”, non è meglio un eccezionale e irripetibile “Fronte per la Costituzione”? Che va dal PD a Potere al popolo? Infatti, un programma raffazzonato, un campo troppo stretto o troppo largo, primarie divisive, con un candidato premier stiracchiato non consentirebbero l’indispensabile recupero dell’astensionismo protagonista del miracolo del referendum giustizia grazie alla rete dell’impegno civico. Clicca qui.
Enunciato il principio, praticamente in cosa consisterebbe questa “Rete dell’impegno civico”, questo “schieramento di forze grandi e piccole, parlamentari e non”, volontariato? terzo settore? che dovrebbe progettare e formare il “Fronte per la Costituzione”, nel quale appunto “i partiti dovrebbero attenersi ad un atteggiamento quasi collaterale”? Basta indicare, come “capo coalizione, un autorevole e noto costituzionalista”?

 

A proposito di programmi elettorali

Il 17 ottobre a Roma ci sarà la manifestazione nazionale per chiedere di aumentare stipendi e pensioni, cancellare i contratti precari, contrastare il lavoro povero e il divario retributivo tra donne e uomini; una riforma più equa del fisco, ridurre il carico fiscale su salari e pensioni; tassare extraprofitti, rendite e grandi ricchezze, portare il finanziamento della sanità pubblica al 7,5% del Pil e quello per l’istruzione al 5%, investire in una vera politica industriale e guidare la transizione ecologica creando buona occupazione; no all’aumento della spesa militare, difendere il diritto di manifestare democraticamente, garantire gli spazi sociali, abrogare le norme dei decreti sicurezza che limitano gli spazi di libertà e partecipazione, difendere l’equilibrio tra i poteri, l’uguaglianza dei diritti, l’unità del Paese, promuovere la rappresentanza e la partecipazione democratica.

 

Le aziende non assumono i lavoratori con disabilità

Le persone con disabilità iscritte al Collocamento Mirato attendono inutilmente da anni la riforma della Legge 68/99 e altrettanto vale per gli imprenditori che subiscono a propria volta una legge oramai anacronistica e l’inefficacia di un “sistema arlecchino”, ingessato e inefficace. Non ci si meravigli, quindi, se le imprese private saranno sempre più refrattarie ad assumere persone con disabilità, ma non scarichiamo le responsabilità solo su di loro, bensì… Continua cliccando Alcune ragioni per cui le aziende private non assumono lavoratori con disabilità.

 

Mobilità per persone cieche e ipovedenti

Presentato a Roma Un progetto nazionale per favorire la mobilità delle persone cieche e ipovedenti che punta a favorire gli spostamenti e la mobilità delle persone cieche e ipovedenti per lavoro e per attività sportive, iniziativa che vedrà collaborare l’azienda globale Uber, l’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e la FISPIC (Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi.)

 

Prevenire la guerra è prevenzione primaria dei danni alla salute

La guerra non rappresenta soltanto un problema politico, militare o umanitario: è uno dei più gravi determinanti evitabili di morte, malattia, distruzione ambientale e disuguaglianza. Il documento di ISDE https://www.isdenews.it/isde- italia-prevenire-la-guerra-e- prevenzione-primaria-dei- danni-alla-salute/ propone di guardare ai conflitti anche attraverso la lente della sanità pubblica. Le conseguenze, infatti, vanno molto oltre le vittime direttamente provocate dalle armi: la distruzione dei sistemi sanitari e delle infrastrutture civili, l’interruzione delle cure, la fame, le migrazioni forzate, i traumi psichici, l’impoverimento e la disgregazione delle reti sociali possono produrre effetti che durano per anni e coinvolgono anche le generazioni successive.

 

Corsa alle guerre: corsa al collasso climatico

Mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti, media, centri di ricerca, università – tutti legati tra loro in una rete di rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla.

Il pretesto è la guerra per difesa. Difesa di chi? E da chi? Il governo di Israele ritiene che il diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi?

Difesa dell’Ucraina. Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che Zelenski aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare. Prigioniera in Europa di un’economia di guerra, in un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che il mondo ha deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre.
L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al “riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla catastrofe climatica.
Clicca qui. Le guerre? Un “gioco” inventato dai ricchi dove si vince sulla pelle dei poveri. Disertare?

 

Organizziamo i disertori

“Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Organizzeremo i disertori” sono le parole di Virginia Libero, segretaria dei giovani democratici. Per giustificare la retorica bellicista dicono alcuni: ma allora non avremmo dovuto prendere le armi contro i nazi-fascisti? Strano che a chiederlo siano spesso dei nazi-fascisti. Come è strano il fatto che ad accusarci di antisemitismo siano i discendenti politici di chi sterminò gli ebrei. La verità è che il riarmo europeo non ha niente a che fare con la Resistenza. In Francia come in Italia la Resistenza fu opera di coloro che disertarono le armate nazionali. I partigiani erano disertori che dovevano sopravvivere alla guerra cui non volevano partecipare. Per disertare talvolta occorre resistere, talvolta i disertori sono costretti a prendere le armi. Perché contro i disertori il nazionalismo vince: ricapitoliamo la lezione del secolo passato. Clicca qui.

 

Altre spade di Damocle sulla Solvay

Il progetto europeo Scenarios finanziato dall’Europa con 19 organizzazioni di dieci Paesi europei, oltre a Israele, Usa e Canada, scattato nel 2021, è terminato ufficialmente il 30 aprile 2026. Ma i dati, riferiti ai Pfas (Pfoa, C6O4 Adv) derivanti dal polo chimico di Spinetta Marengo, sono stati congelati all’informazione. Almeno fin dopo il 2027. Imbarazzanti prove di accusa contro Solvay?
“Non voglio essere allarmistico ma l’impatto di questi risultati avrà sicuramente dei risvolti a livello politico e medico-sanitario” (dunque giuridico n.d.r): non si sbottona oltre il professor Francesco Dondero, docente di Ecologia all’Università Piemonte Orientale, che spiega gli enormi ritardi della divulgazione (oltre al boicottaggio di Solvay coprendosi con il segreto industriale per C6O4 e Adv): “Dopo qualche mese per il completamento delle analisi (ADV) e per le rifiniture, per la pubblicazione dei dati, quando accettati da una Rivista scientifica, trascorreranno altri  6-12 mesi. Stiamo parlando di tempistiche lunghe e, quindi, criticabili ma sarebbe auspicabile aspettare la conferma della pubblicazione. Ritengo sia doveroso essere prudenti nelle informazioni che restituiremo al territorio: stiamo parlando di dati che serviranno ai decision maker”.

Solvay, alle prese con pericolosi verdetti di conferenze di servizi e tribunali, per questa spada di Damocle ha tirato un sospiro di sollievo (assieme ai politici). Pur incompleti della parte epidemiologica, si tratta in particolare di prelievi di sangue per misurare i livelli di PFAS e parametri ematici e raccolta di campioni di urina, che dovrebbero essere stati effettuati entro 3 km, tra 3 e 6 km e oltre 6 km dal polo chimico che scarica in aria, acqua, suolo Pfas e altri 20 cancerogeni. Si tratta di centinaia (340?) di Vittime esaminate tra le migliaia, che sanno che con Pfas nel sangue sono o già affetti da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammaleranno presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Che perciò sanno che abbiamo avviato class action collettive per mettere al bando i Pfas, chiudere le produzioni di Solvay. E risarcire le Vittime.
Infine, altra spada di Damocle è l’inchiesta whitecollarcrimes di Luca Santa Maria, l’ex storico avvocato di Solvay.
https://whitecollarcrimes.it/ inchieste/il-burattino-e-il- burattinaio/

 

Insufficiente il monitoraggio Pfas della Regione

L’Assemblea dei 29 Sindaci del Distretto Sanitario Asl Al di Alessandria e Valenza, affrontando il capitolo dell’emergenza Pfas, ritiene insufficiente il percorso enunciato dall’Assessorato regionale alla Sanità di presa in carico sanitaria delle popolazioni interessate e chiede che l’area interessata dal biomonitoraggio del sangue debba essere ampliata.

 

Pfas, Solvay e Intelligenza Artificiale

In quanto ancora secretata, c’è molta opacità nell’AIA / Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 5 agosto scorso dalla Conferenza dei servizi di Alessandria per lo stabilimento di Spinetta Marengo. Per certo, i Pfas non sono stati messi al bando nella strategia Solvay Syensqo, e dunque in Italia (dove Solvay è monopolista). A maggior ragione perché a livello internazionale se ne sospetta lo sviluppo nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
Infatti, un nuovo rapporto dell’organizzazione ChemSec International Chemical Secretariat ha rilevato che molti dei principali produttori mondiali di PFAS stanno aumentando la propria capacità produttiva proprio grazie alla crescita delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I PFAS vengono infatti utilizzati per gestire le enormi quantità di calore generate dalle apparecchiature presenti nei data center. Secondo il rapporto, grandi produttori chimici come il conglomerato giapponese Daikin, il gruppo francese Arkema e l’americana Chemours stanno sensibilmente aumentando (fino a tre volte) la produzione di PFAS in risposta alla crescente domanda proveniente dall’industria dei semiconduttori e dei data center. La multinazionale belga Syensqo non sarebbe, a Spinetta e Bollate, impreparata alla sfida dei “fluidi dielettrici fluorurati”.

Le principali fonti di domanda dei Pfas sono tre: raffreddamento dei data center, produzione di semiconduttori e materiali per batterie agli ioni di litio. Ebbene, all’origine c’è il grande consumo di acqua per i data center: i sistemi di raffreddamento più recenti stanno infatti iniziando a utilizzare sostanze chimiche fluorurate contenenti PFAS in alternativa all’acqua. La crescita dell’intelligenza artificiale, che sta accelerando lo sviluppo dei data center, potrebbe aumentare ulteriormente la domanda di PFAS, proprio perché le infrastrutture richiedono sistemi sempre più efficienti per dissipare il calore prodotto dalle apparecchiature.

Dunque si tratta di un appetitoso business per le multinazionali chimiche dei Pfas. Si pensi che, sempre secondo un’analisi di ChemSec, i “forever chemicals” hanno generato circa 4 miliardi di dollari di profitti. Nel frattempo, la costruzione dei data center continua a crescere rapidamente: uno studio del 2026 della Building Owners and Managers Association (BOMA) ha rilevato che lo scorso anno i data center hanno rappresentato quasi il 46% delle costruzioni private, rispetto a meno del 5% di dieci anni prima, passando da 1,8 miliardi di dollari nel 2014 a 41,1 miliardi lo scorso anno.
Poco importa ai grandi produttori se, a fronte dei profitti, i costi sociali sono stimati in circa 17.500 miliardi di dollari l’anno, tra spese sanitarie, bonifiche e contaminazione delle acque e dell’atmosfera. I dati della “National Health and Nutrition Examination Survey” hanno rilevato PFAS nel sangue del 97% degli americani.

Il tema del raffreddamento dei data center è già diventato un ulteriore fronte di battaglia ambientale: le organizzazioni ambientaliste hanno presentato una lettera all’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, chiedendo di respingere la richiesta di Chemours di accelerare l’approvazione di un nuovo PFAS, Opteon 2P50, destinato proprio al raffreddamento dei data center. In Francia, quattro organizzazioni ambientaliste hanno avviato una causa contro Arkema e Daikin. In America, gli ambientalisti hanno di fronte Donald Trump. In Italia, per la class action inibitoria contro Solvay, hanno Mario Draghi che aveva ammonito: i Pfas sono indispensabili.

 

Per Solvay al primo posto sicurezza e salute

La casa madre Solvay, con sede a Bruxelles, fa molto affidamento sull’immagine. Tant’è che la propaganda in Italia è indirizzata direttamente dai “country manager”: Raffaele Calabrese De Feo per Solvay e Francesco Luccisano per Syensqo. Tant’è che nei due stabilimenti l’immagine dei due direttori è ingentilita da due volti femminili: a Spinetta Marengo da Mirian Arca e a Rosignano da Maria Rita Maresca.

Solvay coinvolge nel territorio gli studenti delle scuole superiori di Rosignano e Cecina tramite incontri e workshop, coinvolgendoli in attività pratiche e dimostrazioni dedicate alla gestione delle emergenze antincendio. L’edizione 2026 ha approfondito il “Life Saving Rules” (Regole Salvavita), la responsabilità individuale e collettiva nella prevenzione degli incidenti e l’equilibrio tra vita privata e lavoro. La parola d’ordine è stata: “La sicurezza non è soltanto un obiettivo aziendale, un traguardo, ma un valore che accompagna ogni nostra attività, che mette al centro le persone per una cultura della prevenzione sempre più solida e condivisa. Insomma una missione”.
A Spinetta Marengo, che è nell’occhio del ciclone per il disastro sanitario e ambientale, l’impegno economico per la propaganda è maggiore. Così Syensqo sul territorio di Alessandria sta puntando molto sull’università.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/09/25/ la-missione-per-cui-e-nata- syensqo/. Ma la missione è la stessa: “Migliorare la qualità della vita delle persone è la missione per cui è nata Syensqo”.

 

Alessandrini vittime sacrificali. Il Rapporto ONU

La salute “una missione”? Ma Alessandria, con il polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, è in cima all’elenco ad essere dichiarata “zona di sacrificio” in particolare per l’inquinamento da Pfas. Come tale è trattata specificamente negli studi di sociologia: i recenti libri “Tossicità” e “Vite contaminate”.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/09/29/ vite-contaminate-e-tossicita- a-spinetta-marengo/ .

Cosa si intende per “zona di sacrificio”? Un’area geografica permanentemente modificata e danneggiata da gravi alterazioni sanitarie ed ecologiche di inquinamento industriale, contro la volontà delle comunità locali, che ne pagano il prezzo in termini di salute e diritti umani.
Infatti, l’inquinamento da Pfas rientra nella definizione ONU di “territorio fortemente contaminato dove la popolazione vulnerabile subisce conseguenze sanitarie drammatiche e violazioni dei diritti fondamentali a causa di sostanze tossiche”.
Secondo il nuovo rapporto “Forever chemicals and human rights”, predisposto dal Relatore speciale delle Nazioni Unite, Marcos Orellana, che a Spinetta ha fatto un sopralluogo, i PFAS non solo rappresentano un problema di contaminazione ambientale e di sanità pubblica, ma mettono anche in discussione diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla salute, a un ambiente pulito e sicuro, a condizioni di lavoro salubri e all’accesso alla giustizia.

Il Rapporto parla esplicitamente di “sacrifice zones”, zone di sacrificio, nelle quali, come a Spinetta, il produttore disponeva, dagli anni ‘90 di studi che indicavano i rischi sanitari derivanti dai PFAS (Pfoa), senza tuttavia rendere quelle informazioni disponibili al pubblico, ai lavoratori e alle autorità. O nelle quali, come a Trissino, gli abitanti hanno scoperto la contaminazione soltanto molti anni o decenni dopo l’inizio dell’esposizione. Ovvero le preoccupazioni manifestate dalle comunità sono state sottovalutate dall’inazione delle autorità fino a quando monitoraggi indipendenti, inchieste giornalistiche o procedimenti giudiziari non hanno confermato l’esistenza del disastro.

Secondo le stime richiamate nel Rapporto, 12 produttori concentrano gran parte della produzione mondiale di PFAS e realizzano complessivamente profitti nell’ordine di 4 miliardi di dollari, mentre soltanto in Europa i costi sanitari associati alla contaminazione vengono stimati fra 52 e 84 miliardi di euro l’anno. A questi si aggiungerebbero circa 238 miliardi di euro per la depurazione delle acque e i costi della bonifica dei circa 17.000 siti contaminati censiti. Non esistono tecnologie efficaci e applicabili su larga scala in grado di eliminarli dagli ecosistemi contaminati e gli effetti delle emissioni possono protrarsi per decenni, secoli o perfino millenni. Dunque è il sovvertimento del principio “chi inquina paga”.
Le Vittime, che non hanno mai ottenuto risarcimenti, non possono che avviare CLASS ACTION in sede civile.

Il documento, datato 6 luglio 2026 e destinato alla 63ª sessione del Consiglio ONU per i diritti umani, sostiene che i PFAS, forever chemicals, “sostanze chimiche eterne”, costituiscono una “profonda minaccia” per i diritti umani e per l’ambiente e chiede agli Stati di vietare immediatamente tutti gli usi non essenziali, adottando contemporaneamente misure urgenti per controllare queste sostanze e prevenirne ulteriori emissioni. Gli Stati non interverranno mai, neppure per la suddetta blanda ingiunzione: che non è la messa al bando totale.
Per la messa al bando, perciò, ad Alessandria è necessaria una CLASS ACTION INIBITORIA in sede civile. La quale evita definitivamente il rischio della cosiddetta “regrettable substitution”, cioè la sostituzione di una sostanza PFAS vietata con un’altra appartenente alla stessa famiglia e potenzialmente altrettanto persistente e pericolosa. Come purtroppo è per Spinetta Marengo l’attuale programma di Solvay Syensqo confortato dalle Autorità. Che chiedono a cittadini e lavoratori di sacrificarsi “ancora per qualche tempo”. Offrirsi vittime sacrificali? Sull’altare del dio Profitto!

 

Vite contaminate e tossicità a Spinetta Marengo

“Vite contaminate” è il volume gemello del libro collettaneo “Tossicità”. Si può scaricare gratuitamente da qui: https://www.meltemieditore.it/ catalogo/vite-contaminate/.

Pensato più per l’accademia e per la didattica, questo libro dell’Università di Torino ha un apparato teorico più ampio e analizza con maggior precisione la lunga storia di violenza ambientale subita dal territorio, intervallata da continue “scoperte” e tematizzazioni pubbliche (incidenti, denunce, contestazioni ed esposti, monitoraggi e indagini giudiziarie) che danno ciclica visibilità al disastro tecnologico graduale e continuativo. Si concentra su queste “scoperte” (sei cicli di visibilità della violenza: 1926, 1941, 1988, 2008, 2019, 2023) e analizza le controversie pubbliche sul riconoscimento del danno, sulle sue cause e conseguenze, nonché sulle competenze tecniche considerate legittime per la sua gestione. Si basa sul materiale esposto dalle parti (industria, saperi esperti, politica, media, magistratura, attivismo, abitanti, ecc.) per definire la natura del problema, le sue rappresentazioni pubbliche (dispositivi retorici e di persuasione), le soluzioni ritenute appropriate o accettabili per risolverlo.

 

Livelli record di Pfas nel sangue

Il segnale di allarme è preoccupante. Uno studio promosso dai Verdi in nove Paesi europei (tra cui l’Italia) di tutti i partecipanti alla campagna di analisi. I risultati sono contenuti nel report PFAS levels in Europeans, presentato a Bruxelles. I campioni sono stati esaminati dall’Istituto di medicina del lavoro del Policlinico universitario di Amburgo (UKE). L’interpretazione tossicologica è stata affidata alla Vrije Universiteit di Amsterdam.

Le concentrazioni per tutti i partecipanti sono le più alte mai documentate nell’essere umano. Il dato più preoccupante è che l’ultimo nato nella famiglia dei Pfas, il TFA (acido trifluoroacetico), spacciato dalla lobby chimica come “ancora più innocuo dei precedenti Pfas non cancerogeni”, è stato rilevato nel 100% dei campioni. La concentrazione mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, contro 4,6 per la somma dei quattro PFAS “classici” (PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA). Il TFA rappresenta da solo oltre l’80% del carico totale di PFAS misurato nel sangue. Anche i PFAS più noti restano un problema: un partecipante su quattro supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro PFAS storici.
Il TFA, è il più piccolo (a catena ultracorta) ma perciò anche il più mobile e stabile in acqua e aria, e dunque il più pericoloso della famiglia Pfas.

 

Hai Pfas nel sangue? Donalo

Quanti hanno nel sangue i cancerogeni e tossici Pfas, almeno si consolino facendo del bene un poco a sé e tanto al prossimo: la donazione periodica di sangue intero o di plasma contribuisce a diminuire, rispettivamente del 10% e del 30% in un anno, la concentrazione di PFAS nel corpo umano.
Per i donatori il beneficio è convalidato da studi scientifici, tra cui una ricerca pubblicata su JAMA e condotta dalla Macquarie University di Sydney.

Ma per i riceventi la donazione? Quale è la sicurezza? Secondo il “Centro Nazionale Sangue” e SMITI (Società Italiana Trasfusionale di medicina e Immunoematologia), nella situazione di emergenza “la quantità di PFAS presente in una singola donazione è minima e il beneficio clinico per i pazienti che ricevono trasfusioni o emoderivati supera nettamente i potenziali rischi”. Non sono stabiliti divieti o soglie limite di PFAS per la trasfusione.
Quanto meno sarebbe auspicabile che la donazione non sia ripetuta per lo stesso paziente. O che nel sangue del ricevente non siano già presenti PFAS. Ma ciò è impossibile da appurare in quanto sulle etichette delle sacche di sangue non è indicata la presenza di PFAS perché i servizi trasfusionali non effettuano test per rilevare i PFAS o altri inquinanti ambientali sui donatori (ai quali non viene chiesta l’informazione del rischio). È una questione di costi perché questi esami richiederebbero analisi tossicologiche complesse e specifiche: una scelta ingiustificabile soprattutto nei territori ad alto rischio (es. Alessandria e Vicenza).

 

Ultimatum pfas alla Regione Liguria

“Esame non eseguibile presso la nostra struttura”: l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Clinica Endocrinologica, prof. Diego Ferone, non effettua controlli periodici -ripetutamente sollecitati nel corso degli anni – dei dosaggi nel sangue dei Pfas neppure ai propri pazienti oncologici, costretti a sobbarcarsi i costi presso altra struttura universitaria non regionale.

A questa grave omissione sanitaria della Regione Liguria la “Rete dei Comitati Liguria” chiede di rimediare entro 120 giorni tramite un Piano straordinario di biomonitoraggio PFAS, con risorse dedicate nel bilancio regionale 2027, che coinvolga ASL, ARPAL e San Martino, con prelievi ematici volontari e gratuiti.

Il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, con sito e mailinglist a oltre 43mila utenti, facendo costante riferimento al disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo, negli anni ha denunciato l’esigenza ambientale e sanitaria della Liguria a guida Toti-Bucci e richiamato le altre forze politiche a sollevarsi dalla propria inerzia:
<<
La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato regionale più alto, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati. Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia. La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione.>>
https://www.rete- ambientalista.it/2026/05/19/ come-la-liguria-non-affronta- i-pfas/
https://www.lacnews24.it/ ambiente/pescato-contaminato- da-pfas-in-calabria-e-toscana- la-denuncia-di-greenpeace_ 198966/
https://www.rete- ambientalista.it/?s=Progetto+ universit%C3%A0+di+Genova+per+ i+Pfas.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/09/25/ turisti-in-liguria-portatevi- lacqua-da-casa/
https://www.rete- ambientalista.it/2025/04/16/ organoclorurati-nel-bisagno-e- nellentella/
https://www.ilpiccolo.net/ 2026/10/06/pfas-in-liguria- chiesto-un-piano-di- biomonitoraggio/

 

Contaminazioni Pfas nell’aria anche tra Verona e Brescia

La presenza di Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, non riguarda solo l’acqua e gli alimenti, ma si estende anche all’aria che si respira. A certificare la presenza di Pfas nell’aria sono i risultati delle analisi chimiche indipendenti commissionate dalla Rete Zero Pfas Italia ed eseguite da laboratori accreditati che hanno rilevato la presenza di queste molecole tossiche nella polvere raccolta sui balconi e nei cortili scolastici in Veneto e in Lombardia. In particolare a Legnago (Verona), in un’area vicina all’impianto Chemviron in via Togliatti e a sensibili punti di riferimento come il cimitero e la scuola Ungaretti, e sono proseguite in provincia di Brescia, nello specifico a Nuvolera (via Galilei).
I dati emersi dai rapporti di prova delineano un quadro preoccupante. Nel veronese le concentrazioni rilevate nelle polveri mostrano la presenza di Pfba (la molecola a quattro atomi di carbonio) e di altri Pfas a catena più lunga con valori compresi tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Risultati ancora più elevati sono stati registrati a Nuvolera (Brescia), dove hanno raggiunto rispettivamente picchi di 28,4, 148,8 e 1069,6 µg/kg. Tra le molecole individuate spicca il Pfoa, classificato come cancerogeno certo dallo Iarc. Ad Arpa Verona era stata fatta richiesta di ricercare i Pfas nell’aria che esce dai camini della Chemviron di Legnago perché queste analisi non sono state fatte come si deve: le rassicurazioni omettono dati del Noe e nell’area mancano le centraline richieste da anni alle autorità. Zero Pfas Italia denuncia: “Se le analisi aggiornate dei Pfas presenti nell’aria non sono disponibili, ce le facciamo noi”. I campionamenti si sono resi necessari per colmare una lacuna normativa e di trasparenza: ad oggi, infatti, non esistono limiti istituzionali per il rilascio in aria dei Pfas stabiliti dagli enti pubblici.
Accanto all’aria, restano critiche anche le matrici idriche. Già la scorsa estate, i dati in mano alla rete segnalavano per Bassano del Grappa e Creazzo (Vicenza) concentrazioni di “Pfas totali” superiori ai cento nanogrammi al litro, valori al limite dei parametri vigenti e ritenuti insoddisfacenti dai comitati.
La questione dei Pfas rappresenta un’emergenza estesa a tutta Europa. Durante un vertice organizzato dall’European Environmental Bureau (Eeb) a Bruxelles, attivisti provenienti da diversi Paesi e colpiti dalla contaminazione hanno denunciato le stesse criticità: residenti con abitazioni a ridosso dei poli chimici, gravi patologie riscontrate nelle comunità locali e il rifiuto da parte delle pubbliche amministrazioni di avviare screening sul sangue o di rendere accessibili i dati ambientali.

 

PFAS-free per le friggitrici

Precauzionalmente, nella scelta d’acquisto delle friggitrici ad aria occorre riflettere sulle etichette che riportano la dichiarazione “Pfas free”: l’assenza di PFAS (quali? tutti?) nelle superfici interessate alla cottura, nelle parti sottoposte quotidianamente a calore e contatto con gli alimenti, cestello, piastra, camera di cottura. I materiali alternativi di rivestimento sono ceramica, vetro borosilicato, acciaio inossidabile.

Secondo i test di Altroconsumo, le normali friggitrici ad aria in commercio rispettano le regole europee e non rilasciano PFAS dannosi durante l’uso standard. Il PTFE (come il Teflon) è stabile alle normali temperature di cottura delle friggitrici (180°-230° C). I rischi di rilascio iniziano solo se si superano i 300°-360° C o se il rivestimento è fortemente graffiato.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza

Puntata 34 I reparti confino di Fiat e Montedison Clicca qui la trascrizione.
Puntata 35 Giornalismo quarto potere Clicca qui la trascrizione.
Puntata 36 Ma vaffanculo! Clicca qui la trascrizione.

 


Il Movimento di lotta per la salute “Giulio Alfredo Maccacaro” redige questo bollettino, che è distribuito tramite RETE AMBIENTALISTA – Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza.
Giulio Alfredo Maccacaro, scienziato militante
Biografia in breve di Giulio A. Maccacaro sul sito di Carocci Editore, nella pagina di presentazione del libro “Giulio Alfredo Maccacaro, scienziato militante”
di Domenico Ribatti, 2021

 


contenuti 28 settembre 2026

Istruzioni a proposito di programmi elettorali

Istruzioni per il “Campo largo”
I due leader si mettano d’accordo su un programma di sei-sette punti imprescindibili.
1) Più fondi alla Sanità pubblica: assunzioni massive e aumento degli stipendi a personale medico e paramedico per ridurre le liste d’attesa; aumento dei posti letto; riforma dell’intramoenia (se fai il medico nel pubblico, lavori anche al pomeriggio nel pubblico; non ti fai pagare privatamente dai cittadini usando strumentazioni e locali pubblici); riforma del regime dei medici di famiglia, che devono essere dipendenti statali ben pagati e messi nelle condizioni di tornare a visitare i pazienti; istituzione di strutture ospedaliere light per le emergenze; controlli fiscali su strutture e specialisti privati.
2) Salario minimo, 12 euro l’ora per tutti i lavoratori. Abolizione del Jobs Act. Bonus alle imprese che assumono donne e giovani a tempo indeterminato.
3) Ripristino incondizionato del Reddito di cittadinanza, eliminato dal governo Meloni con il consenso dei renziani disseminati nelle istituzioni e sui media.
4) Lotta all’evasione fiscale: tassazione severa degli extraprofitti e dei proventi delle Big tech (noi saremmo anche per la patrimoniale per gli ultra-ricchi, ma vedano loro).
5) Ministero del Clima e della transizione ecologica (vera, non quella del “grillino” Cingolani): incentivi sulle energie rinnovabili per famiglie e imprese.
6) Ministero della Diplomazia e del Disarmo, che si occuperà di percorrere e costruire tutti i percorsi di pace possibili per favorire il dialogo tra le nazioni e la non-proliferazione bellica e nucleare. Ministero per l’IA e la tecno-etica, composto da scienziati, filosofi, linguisti e consulenti super-partes (se non si sa dove mettere le mani, si legga l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV). Ministero per l’Immigrazione, che con l’Interno e il Lavoro gestirà i flussi e le procedure di “integrazione” dei migranti nel tessuto sociale e lavorativo italiano.
7) Annullamento dei contratti e dei lavori in essere per le grandi opere inutili e/o dannose, dal Ponte sullo Stretto al Tav Torino-Lione. Forti politiche di tipo keynesiano per assorbire la forza-lavoro disimpiegata.
E i temi su cui i due leader non sono d’accordo? Facile: si fanno le primarie, la trovata che il Pd ha copiato ai dem americani.
Daniela Ranieri (da il Fatto quotidiano)

 

A proposito di programmi… televisivi.

In Italia le tasse sul reddito (IRPEF) sono pagate da una minoranza di cittadini: circa il 43% della popolazione non versa nulla allo Stato, mentre il 15-20% dei contribuenti copre oltre il 60% dell’intero gettito fiscale. Lavoratori dipendenti e pensionati pagano quasi l’85% di tutta l’IRPEF in Italia.

Non risulta che fra i programmi elettorali (ammesso che esistano) sia stata inserita l’obbrobriosa “patrimoniale” proposta dalla CGIL (clicca qui) che si “abbatterebbe” (sic) su 500.000 contribuenti, cioè esclusivamente sui grandi patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro, l’1% più ricco, ai quali si chiederebbe un contributo di solidarietà “insostenibile”: addirittura l’1,3%. Ricavando circa 26 miliardi di euro l’anno, come risorsa per finanziare e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (riduzione liste d’attesa e potenziamento territoriale), investire in scuola, istruzione e politiche per la casa, sostenere la non autosufficienza e ridurre le disuguaglianze sociali, alleggerendo il carico fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati.

Secondo Meloni non è l’Irpef “la tassa più odiata dagli italiani”, bensì il bollo auto: sospeso per il prossimo anno (quello delle elezioni). Il consiglio dei ministri l’ha preferito alla soppressione del canone TV ordinario: 90 euro addebitati direttamente sulla bolletta della luce.
Ma se voi siete incontentabili, stufi di finanziare TeleMeloni e RadioMeloni, di sostenere una Rai che espelle Sigfrido Ranucci e Geppi Cucciari, insomma di sopportare un servizio pubblico già asservito al centrodestra di Mediaset, avete l’occasione vendicativa per farvi rimborsare il canone d’abbonamento a decorrere dall’8 agosto 2025, da quando è diventato pienamente applicabile il Media Freedom Act europeo (clicca qui).

 

A proposito di Grillo, ma il programma?

Beppe Grillo: clicca qui.
Ma Beppe, questo manifesto non è un programma elettorale, semmai nelle intenzioni.

 

A proposito di programmi: Conte

Alla chiusura di “Nova”, Giuseppe Conte ha portato sul palco i risultati delle votazioni degli iscritti Cinquestelle sui punti di programma. Non partecipatissime, visto che si sono espressi in 45.340, ovvero il 42% degli aventi diritto.
Il 91,7% approva il passaggio più delicato: “Continuare a inviare armi allontana la pace”. Ma sono plebiscitarie anche le votazioni sul “primato del diritto internazionale” – 98,3% – e sul “no al riarmo europeo” (94,1%). Numeri che gli consentono di porre come prima delle urgenze “il no al riarmo”, seguito dall’esigenza di “stracciare gli accordi con il governo di Israele”.
Poi Conte elenca senza dettagli le sue proposte: da un ministero apposito per le politiche migratorie e l’integrazione, a misure per un lavoro dignitoso, fino a una profonda riforma fiscale e alla tassazione degli extraprofitti. Nient’altro.

 

A proposito di programmi elettorali

Siamo arrivati alla quota spaventosa di 1.018  morti complessivi sul lavoro dall’inizio dell’anno. Una strage continua e documentata nell’indifferenza di chi governa e di chi fa opposizione. Mentre la gente muore per portare il pane a casa, la politica preferisce perdersi nei soliti teatrini: alla gente non frega niente se Salvini sarà fischiato a Pontida, che Conte un giorno sì e l’altro pure dice che non vuole mandare armi all’Ucraina, che la Schlein non doveva mandare una lettera conciliante alla Meloni. E all’opposizione di sinistra che si è occupata solo dei diritti civili ha perso il mondo del lavoro che si è sentito abbandonato.
A uccidere è un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla ricattabilità, sui contratti a termine, sui subappalti selvaggi e sui ritmi di lavoro insostenibili, che i cancella ogni tutela e azzera la formazione per la sicurezza. Un precariato sistemico che devasta la vita quotidiana delle famiglie, incidendo drammaticamente persino sulla capacità di acquistare i beni di prima necessità, mentre i prezzi salgono e gli stipendi restano da fame.
VOGLIAMO UN LAVORATORE CHE DIVENTI CANDIDATO COME PRIMO MINISTRO, piuttosto che i soliti slogan da palco e le passerelle mediatiche, le tattiche di partito per non regalare voti agli avversari, le passerelle di chi incassa lo stipendio pubblico senza muovere un dito per tutelare i lavoratori.
Carlo Soricelli – Osservatorio Indipendente di Bologna contro le morti sul lavoro

 

A proposito di programmi: Meloni Vannacci

Cento chilometri separano l’Eur da Orvieto, dove comizia quasi in contemporanea Roberto Vannacci. E dal laghetto del quartiere più razionalista di Roma, poco prima della mezza, Giorgia Meloni rilancia la sua sfida al generale “fetecchia”. Non lo cita mai, ma lo rincorre. La platea è quella dei ragazzi di FdI, la Gioventù nazionale, militanti disciplinati con magliette color verde militare. Meloni ricicla un paio di proposte già rimbalzate sui giornali in queste settimane: il tetto per gli studenti immigrati nelle classi e il divieto di burqa a scuola.
Sono tutte sterzate (e frecciate) verso Vannacci, innominato come al comizio di Bari sul governo “più longevo”. Meloni parte con quella che sembra una presa di distanza dalla proposta dell’ex militare di fare classi separate per i disabili. “Non devono esserci scuole aperte a qualcuno e precluse ad altri”. Sugli stranieri invece lo spartito è lo stesso: “Se in una classe la maggioranza dei bambini non capisce l’italiano, non è integrazione, è abbandono. Rischiano di imparare l’emarginazione. Non esiste che gli italiani siano la minoranza. Chiamarla integrazione è una menzogna”. Applausi. “Chi viene in Italia deve integrarsi, conoscere la nostra lingua, rispettare le nostre regole”. Segue annuncio, in realtà già nell’aria da tempo: “In CdM vareremo un provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”. E ancora: ci sarà pure il “divieto di burqa.
Siete d’accordo?”. I giovani meloniani si sbracciano e urlano. “Si direbbe di sì. A scuola si va a viso aperto”. Coretti: Giorgia-Giorgia-Giorgia! Continua qui.

 

A scuola nessuno è straniero

I bambini non pensano alla remigrazione. Clicca qui.
La scuola prepara tutti – “È aperta a tutti”: così dispone l’articolo 34 della Costituzione”, ha ricordato il presidente della Repubblica aprendo l’anno scolastico nell’istituto di Amatrice ricostruito dopo il sisma. E poi ha aggiunto: “Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”.
Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”, ha spiegato Zuppi nel suo discorso di apertura dei lavori del Consiglio episcopale permanente.
Quanta distanza dal comizio romano della presidente del Consiglio. Quello in cui Meloni ha annunciato la sua stretta sugli studenti stranieri, che prevede il divieto di burqa e niqab nelle aule (che già sono assenti) ma soprattutto il tetto del 30 per cento nelle classi italiane. Una misura, quest’ultima, che è solo propaganda perché si scontra con una semplice realtà: che cosa si fa quando il tetto viene superato? Si cacciano i bambini? Li si iscrive in istituti a decine di chilometri di distanza condannandoli a un destino di evasione scolastica?

 

Licenza di inquinare 2

A cura di Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro
Parafrasando l’alessandrino Umberto Eco, nulla di nuovo al di là di Tanaro e Bormida, a Spinetta Marengo dove il polo chimico sembra implorare l’eutanasia.
“Istituzioni, fermatemi: continuo a chiedervi. L’ho fatto anche il mese scorso.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/09/10/ agente-00-hf-licenza-di- uccidere/
Ora mi ripeto per l’insediamento industriale Arkema, gemello siamese francobelga di Solvay Syensqo
”.
Entrambi erano di proprietà Montedison prima di essere venduti, neppure separati da un muro. “Ideali” per fiancheggiare atomi di ossigeno con molecole di cloro e fluoro, e scoppiare assieme. Sotto Montedison i perossidi esplosero due volte, con morti. Non a caso sia Arkema che Solvay sono entrambi classificati a rischio di incidente rilevante ai sensi della Direttiva Seveso. Non a caso abbiamo denunciato più e più volte, per decenni, il rischio di catastrofe industriale e l’inconsistenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE): allarme, soccorso, evacuazione, assistenza medica.
In comune, oltre agli storici scarichi acqua-aria, i due colossi chimici hanno anche i Pfas e le correlate vicende giudiziarie. In Francia, Arkema è sotto processo per l’inquinamento di Pierre-Bènite (Lione) con tanto di class action di risarcimenti della popolazione (37 milioni di euro, 190.000 € cadauno) malgrado abbia cessato i Pfas nel 2024. In Italia, Solvay andrà avanti grazie l’Autorizzazione AIA 2026 delle istituzioni piemontesi, se non verrà fermata da una class action inibitoria.

Quanto sopra premesso, quale modello persistente di “Sinergia spaziale e storica di disastro ambientale”, uno dei casi più critici di contaminazione industriale in Europa, il 21 settembre 2026 il polo chimico di Spinetta Marengo è ritornato al centro della preoccupazione popolare quando si è sviluppata un’alta colonna di “fumo” evidente a chilometri di distanza.
Arkema ha minimizzato come se fosse un fenomeno naturale: “Il fenomeno è legato a operazioni di manutenzione programmata sui serbatoi di stoccaggio di propilene e isobutilene. I gas residui sono abitualmente bruciati in una torcia mobile”. Si dà per scontato che l’Arpa tranquillizzerà sugli effetti della nube tossica. Eppure il propilene e l’isobutilene sono due idrocarburi alifatici insaturati gassosi i cui profili di rischio si concentrano principalmente sulla sicurezza fisica (gravissimo incendio – non spegnibile – ed esplosione catastrofica) e su specifici effetti per inalazione.
Come effetti sulla salute possono causare asfissia, vertigini, perdita di coscienza e soffocamento, sonnolenza, mal di testa, coordinazione alterata. Siccome la nube tossica – praticamente inodore – nessuno l’ha misurata mentre si disperdeva sull’abitato, e neppure su fognature e scantinati, e siccome né il propilene né l’isobutilene sono classificati come tossici acuti (c’è differenza tra tossicità acuta e cronica, con morbilità e mortalità diverse), l’Arpa tranquillizzerà se nessuno è stato ricoverato. Così i giornali locali parleranno di “fumo” e non di fuga di gas.

 

Il ‘segnale’ del fumo fuoriuscito dal polo chimico a Spinetta Marengo

Proprio mentre a Mantova una delegazione di ambientalisti veronesi e alessandrini ‘sorprendeva’ relatori e pubblico di un convegno a cui partecipava Francesco Luccisano, il Country Director per l’Italia della Syensqo, in Piemonte dallo stabilimento della multinazionale belga si alzava un’allarmante ‘colonna’ di fumo. Licenza di uccidere.
Clicca qui l’agenzia internazionale Pressenza.

 

La missione per cui è nata Syensqo

Comitati e Associazioni sostengono che il disinquinamento aria-acqua-suolo di Alessandria è possibile (almeno in parte) ma solo se si eliminano le produzioni di Pfas a Spinetta Marengo.
Però Solvay si rifiuta perché non vuole mettere al bando il business miliardario e preferisce risparmiare… con un investimento di 5 milioni di euro con i quali finanziare “personale dedicato e infrastrutture dell’Università del Piemonte Orientale finalizzati allo sviluppo di nuovi processi di depurazione e rimozione di inquinanti dal suolo, dalle acque di falda e dai reflui di processo attraverso l’uso di metodologie chimico-fisiche e biologiche innovative”.
Allo scopo, è stato inaugurato il RisPa, Centro di ricerca e sviluppo per il risanamento e la protezione ambientale. Codesto “Joint-Lab” con Solvay rappresenta una boccata di ossigeno per l’Università impegnata ad affermare “la missione di mettere la ricerca scientifica, la formazione e il trasferimento delle conoscenze al servizio della comunità, per affrontare sfide complesse come ad esempio quella ambientale”. Senza pretesa di risolvere il disastro sanitario e ambientale della Fraschetta dei Pfas e non solo.
Per Solvay il RisPa è pubblicità a buon mercato che consente a Francesco Luccisano, Country Director per l’Italia di Syensqo, di esaltarsi: “Sviluppare la conoscenza scientifica per migliorare la qualità della vita delle persone è la missione per cui è nata Syensqo”. Questa è la missione, non è il profitto ad “lucrum quovis pretio” (il missionario Luccisano conosce il latino, non capisce un’acca di chimica e scienza, men che meno di ambiente, proprio così può spararle grosse perché, come da apprezzato curriculum, è “esperto” di relazioni pubbliche e diplomatiche, comunicazione e relazioni con i media. Ci siamo capiti: per mestiere, un mistificatore del greenwashing).

 

A Spinetta Marengo i cittadini pagano per sapere quanti PFAS hanno nel sangue

A Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, dove lo stabilimento Syensqo Solvay è da anni al centro della contaminazione da PFAS, i cittadini che vogliono sapere autonomamente quanti di questi composti hanno nel sangue devono pagare di tasca propria. Chi non rientra nel biomonitoraggio gratuito avviato dalla Regione Piemonte può infatti sottoporsi alle analisi soltanto a pagamento: nei mesi scorsi, prima dell’attivazione del servizio a Torino, alcuni residenti erano stati costretti persino a recarsi a Milano. Una situazione che torna al centro delle proteste dei comitati locali proprio mentre la Regione ha concesso allo stabilimento una nuova autorizzazione ambientale, contestata dagli ambientalisti soprattutto per i ritardi sulla bonifica e sulla presa in carico sanitaria della popolazione esposta.

La situazione è tornata a scaldarsi in seguito all’incontro pubblico del 17 settembre al Marengo Museum, dove l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha illustrato insieme alla task force sui PFAS il nuovo quadro autorizzativo. La Conferenza dei servizi si era conclusa il 5 agosto. Durissima la lettura della Rete Ambientalista, che ha definito la nuova AIA una «licenza di uccidere», contestando anche il biomonitoraggio portato avanti dalla Regione, giudicato troppo limitato rispetto alla popolazione potenzialmente interessata. Gli attivisti del Comitato Stop Solvay… continua cliccando qui L’INDIPENDENTE

 

1 coppia su 5 non riesce ad avere figli

Biologi a congresso a Torino. Nel 2024-2025 in Piemonte sono nati meno di 27.000 bambini a fronte di oltre 52.000 decessi. L’infertilità è tra le cause della denatalità: in Piemonte si colloca tra i livelli più elevati del panorama nazionale, attestandosi attorno al 18% – 21% delle coppie residenti in età feconda (70.000-80.000 nuove coppie all’anno). Questa discrepanza non riflette una predisposizione genetica peculiare, bensì rispecchia lo stato dell’inquinamento caratterizzato soprattutto da situazioni di realtà locali, in particolare Alessandria (amianto e Pfas) e Torino (smog).
La letteratura scientifica internazionale riconosce l’apparato riproduttivo, e in particolare il gamete maschile, come una delle sentinelle biologiche più sensibili all’inquinamento ambientale. Clicca qui il video con il professor Carlo Foresta .

È acclarato che i PFAS sono interferenti endocrini che danneggiano la fertilità maschile riducendo l’azione del testosterone, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi arrivando a ridurne l’attività fino al 40% nei figli di madri esposte a zone contaminate. Clicca qui lo studio dell’Università di Padova.

La Regione Piemonte, che pur si colloca tra i sistemi sanitari regionali con un’elevata qualità clinico-scientifica, nell’affrontare la situazione sanitaria di Alessandria caratterizzata anche dal disastro Pfas della Solvay di Spinetta Marengo, appare assai carente anche nell’ambito della medicina della riproduzione. Non è stato mappato l’impatto dei Pfas (e degli altri 20 veleni) sui parametri riproduttivi delle popolazioni provinciali. Non è stato introdotto uno screening pre-concezionale gratuito per la riserva ovarica e per la fertilità maschile nella fascia di età 20-30 anni. Non c’è inclusione nei piani di monitoraggio del biomonitoraggio della salute riproduttiva maschile: esame del liquido seminale come bioindicatore.
La forte denatalità del Piemonte (fecondità 1,17 per donna) è fortunatamente compensata dai flussi migratori stranieri con una media di 1,84 figli per donna. Finché non incideranno Pfas e remigrazione.

 

Pesci avvelenati di Pfas a go go

I PFAS sono favoriti a bioaccumularsi lungo la catena alimentare acquatica. Nel Rapporto EEB, pubblicato nel settembre 2025 e intitolato “Forever chemicals poisoning Europe’s waters and fish: The tip of the PFAS iceberg”, sono stati analizzati i dati di PFAS nei pesci raccolti tra 2009 e 2023 con valori superati in sette Paesi: Austria, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Svezia.
Ebbene, con la nuova soglia approvata dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo, il 100% dei valori italiani supera il livello PFAS-24, pari a 77 ng/kg di peso fresco, espressa come equivalenti PFOA. L’attuale standard ambientale europeo per il pesce riguardava essenzialmente il PFOS: 9,1 µg/kg, cioè 9.100 ng/kg. La nuova normativa prevede quindi un valore circa 118 volte più basso.

Gli Stati membri hanno però preso tempo fino al 22 dicembre 2027 per recepirla nella legislazione nazionale. Almeno fino a quella data in Italia, è prevedibile, potremo liberamente avvelenarci. Anche perché non è tanto un rischio di intossicazione immediata dopo un singolo pasto, ma di esposizione cronica, soprattutto quando si mangia frequentemente pesce contaminato. Più a rischio (gravidanza, sviluppo infantile, colesterolo, fegato, sistema immunitario, ecc.) Nord Italia e bacino del Po, Veneto, Lago Maggiore e altri laghi montani.

 

Turisti in Liguria, portatevi l’acqua da casa

Divieto immediato di utilizzare a scopo potabile e per il consumo alimentare (bere, cucinare) l’acqua erogata dall’acquedotto comunale sull’intero territorio di Borgio Verezzi. È quanto disposto dal Comune con una nuova ordinanza, adottata dopo la segnalazione di Servizi Ambientali, gestore del Servizio Idrico Integrato, delle criticità relative alla presenza di PFAS in uno dei quattro pozzi che alimentano la rete.

 

Stiamo avvelenando di Pfas anche la Croazia

Provenienti da Italia, PFAS nelle acque sotterranee nel sito di un ex complesso industriale alla periferia di Gospic, capoluogo della regione montuosa Lika nella Croazia centrale, una delle regioni più spopolate tra la costa e il confine con la Bosnia Erzegovina, dove sono state individuate circa 37mila tonnellate di rifiuti industriali illegali in gran parte interrati e mescolati al terreno tra il 2022 e il 2024.
Secondo i risultati della Facoltà di Geotecnica di Zagabria, i PFAS sono penetrati nelle falde con un valore registrato di 200 nanogrammi per litro, il doppio dei limiti prescritti da normative europee e croate. L’illecito smaltimento ha fruttato un profitto stimato di almeno quattro milioni di euro.
La vicenda è diventata uno scandalo di portata nazionale in Croazia in seguito alla mobilitazione degli abitanti della Lika e 50mila persone sono scese in piazza a Zagabria: il disastro ambientale locale si è trasformato in una delle maggiori questioni politiche e di sicurezza in Croazia. Il ministro della Giustizia ha annunciato anche l’introduzione nel Codice penale di un nuovo reato, quello di ecocidio.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza. Puntata 33.

Caccia all’uomo Clicca qui la trascrizione.

 

Il buco di ozono sta lentamente recuperando

Il buco dell’ozono permette a una maggiore quantità di pericolose radiazioni ultraviolette (raggi UV-B) di raggiungere la superficie terrestre, provocando gravi danni alla salute umana, in particolare alla pelle (ustioni, eritemi, melanomi, carcinomi, epiteliomi), agli occhi (cataratta, cancri oculari, cecità), e al sistama immunitario.
Fu una grande battaglia a Spinetta Marengo, clicca qui quella che culminò nel Protocollo di Montreal del 1987 che ha consentito di eliminare oltre il 99% della produzione e del consumo delle sostanze controllate responsabili della distruzione dell’ozono.
Ma proprio mentre si celebra questo successo, dall’Antartide arriva un dato che mostra quanto complessa rimanga l’evoluzione del fenomeno. In occasione della Giornata mondiale per la salvaguardia dello strato di ozono, i dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale confermano i progressi ottenuti grazie al Protocollo di Montreal. Ma dal monitoraggio Copernicus arriva un richiamo alla prudenza: il buco antartico del 2026 ha già raggiunto circa 25 milioni di chilometri quadrati, cinque milioni in più della media del periodo. Il buco di ozono sta lentamente recuperando. Clicca qui

 

C’è la volontà di trovare un miliardo e mezzo per i Progetti di Vita?

Clicca qui 2,3 miliardi per il bollo auto: c’è la volontà di trovare un miliardo e mezzo per i Progetti di Vita?
La misura sul bollo auto ha dimostrato che le risorse si trovano, quando c’è la volontà politica. Invitiamo dunque il Governo e il Parlamento a esprimere con chiarezza se esista la stessa volontà politica di investire un miliardo e mezzo di euro per istituire il Fondo Unico Nazionale destinato ai Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, ossia per i diritti e il futuro delle persone con disabilità.

 

L’accessibilità è un diritto degli invalidi

Il libro di imminente uscita “La città per tutti. I PEBA come strumento di diritto, progetto e cura dello spazio urbano” riunisce contributi di giuristi, ingegneri, architetti, esperti di beni culturali, data analyst e sociologi attorno all’idea che l’accessibilità non sia un adempimento tecnico da verificare a lavori ultimati, ma una condizione primaria dell’abitare. «Questo libro si rivolge a chiunque abbia a cuore la qualità della vita nelle nostre città…
Clicca qui La città per tutti, ovvero L’accessibilità come condizione primaria dell’abitare.

 

L’Associazione Diritti alla Follia

«Noi non ci abituiamo e non ci abitueremo mai ad ogni forma di istituzionalizzazione e controllo sociale, agli abusi e al governo delle vite. L’indifferenza rende normali pratiche che non dovrebbero esserlo mai, ma i diritti fondamentali non sono negoziabili»: lo dicono dall’Associazione Diritti alla Follia, lanciando la campagna di sensibilizzazione denominata appunto “Noi non ci abituiamo”
Clicca qui “Noi non ci abituiamo”, perché i diritti fondamentali non sono negoziabili.

 

Europa, basta scuse, il nostro momento è adesso

Dal 29 settembre al 1° ottobre a Bruxelles vi sarà la “Freedom Drive 2026”, promossa dall’ENIL, la rete europea sulla Vita Indipendente, evento biennale che riunisce centinaia di persone con disabilità, attivisti e organizzazioni provenienti da tutta Europa. Con lo slogan scelto quest’anno – “Basta scuse, il nostro momento è adesso!” – si vogliono richiamare Istituzioni europee e Governi alla necessità di trasformare gli impegni assunti negli anni in politiche che garantiscano concretamente…
Clicca qui All’Europa diciamo: basta scuse, il nostro momento è adesso!

 

La “Carta” del Movimento Nonviolento

Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d’azione del movimento nonviolento sono:
1. l’opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un’altra delle forme di violenza dell’uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l’esempio, l’educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la non collaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli, la diserzione.

 


contenuti 22 settembre 2026

Premiato al Festival di Venezia da una ovazione di 25 minuti e dal Premio speciale della Giuria, «NAZA», realizzato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, sarà nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre.

Girato in segreto di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa dei civili palestinesi a Gaza cinicamente programmata da Israele. Include interviste con 24 ufficiali dell’intelligence militare israeliana, soldati e informatori. Nel film discutono di come vengono scelti i bersagli palestinesi: da qui deriva il titolo dell’opera, un acronimo militare usato dalle Forze armate israeliane per indicare il numero di civili che si prevede verranno uccisi in un attacco aereo su Gaza. Significa “Nezek Agavi”, ovvero danno collaterale.

«Naza» dunque è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce.

Il film smaschera le menzogne israeliane nel volersi vittima, ripetute dal suo premier, rivelando la macchina dello sterminio e il suo funzionamento, e lo fa attraverso le testimonianze dei ventiquattro militari dei gruppi di élite dell’intelligence israeliana che ne sono ideatori ed esecutori, e che ne spiegano il sistema. Schedature, classificazioni, sorveglianza, l’uso di tecnologie raffinate, l’IA, gli algoritmi, per un genocidio guidato da remoto.

«Naza» sono le vittime collaterali ovvero tutti i palestinesi senza distinzione di età, anche i neonati di cui i militari sentono il pianto prima di colpire, anche i bambini che corrono a cercare cibo affamati, osservati morire sullo schermo come «in un videogame». È un racconto dell’orrore ma prima ancora è un progetto politico che in questi anni Israele ha negato con la complicità del resto del mondo, di paesi europei «democratici» dove il movimento contro il genocidio è stato censurato, accusato di antisemitismo, represso.

NAZA denuncia che la morte dei bambini a Gaza è cinicamente considerato un effetto collaterale. Rimane però evidente la strategia del genocidio perché a morire sono i bambini. E uccidere i bambini, in questa macabra “strage degli innocenti”, condotta con metodi artificialmente intelligenti, è volontà di recidere il futuro, recidere la speranza, recidere la rinascita che i bambini rappresentano.
Israele intende revocare la cittadinanza ai registi di NAZA Yuval Abraham e Rachel Szor. Magari imprigionarli.

 

La Palestina non deve sparire

OLTRE 2000 PERSONE HANNO GIÀ FIRMATO L’APPELLO!
FIRMA ANCHE TU! CLICCA QUI

 

Fuori l’Italia dalla guerra

Tre giorni per la Pace a Milano. Vedi il programma nella locandina.

 

Alla Solvay nuova licenza di inquinare Alessandria

Mentre state leggendo queste note di commento, 17 settembre 2026, l’assessore alla sanità regionale Federico Riboldi, in assemblea all’Auditorium del Marengo Museum di Spinetta Marengo, sta facendo l’imbonitore per convincere le Vittime che la propria “AIA Autorizzazione Integrata Ambientale” consegnata alla multinazionale Solvay Syensqo di Spinetta non è una LICENZA DI UCCIDERE.
Riboldi, che intanto evita un confronto pubblico alla pari con noi, eccolo invece spalleggiato dalla cosiddetta “Task Force regionale sui PFAS”, con la quale si vanta di aver effettuato, su 408.608 abitanti della provincia di Alessandria, su 95.000 del comune di Alessandria, nientepopodimeno che… ben 900 analisi del sangue (peraltro, tutte con livelli di Pfas preoccupanti). Soddisfatto dell’AIA e di questo che lui millanta “biomonitoraggio di massa”, Riboldi lascia intendere che la Regione Piemonte, imitando il sindaco Giorgio Abonante, uscirà patteggiando dal processo Solvay Syensqo il prossimo 16 novembre, con l’input cameratesco del Ministero dell’Ambiente. Eccolo appunto a Spinetta spalleggiato da Comune, Provincia, Arpa Piemonte, Asl AL, con i quali durante le ferie di agosto ha perpetrato la famigerata AIA che essi bestemmiano essere un “rafforzamento della tutela dell’ambiente e della salute in un percorso di riduzione degli impatti ambientali fondato sui principi di prevenzione, precauzione e miglioramento continuo”.
È un’altra la verità di come si è conclusa – a danno delle Vittime – la “Conferenza di Servizi provinciale di Alessandria”. Continua cliccando qui.

 

A PresaDiretta su Rai 3 il reportage “Sporco Petrolio” girato tra Priolo, Melilli e Augusta

https://www.raiplay.it/ dirette/rai3/PresaDiretta— Governati-dal-fossile—Puntata- del-13092026-d11b69ab-6222- 459d-9c8b-f99687e213c8.html
Il reportage racconta un territorio che ha dato tutto all’industria energetica italiana e internazionale e che oggi chiede ancora di sapere cosa abbia ricevuto in cambio: bonifiche mai completate, un ambiente compromesso, il peso delle malattie e la promessa, ancora tutta da costruire, di un futuro industriale diverso. È la costa siciliana tra Priolo, Melilli e Augusta dove in appena 30 chilometri si concentra il più grande polo petrolchimico italiano e una parte fondamentale della capacità di raffinazione del Paese.

Il Comitato Stop Veleni continua a denunciare miasmi e tumori provenienti dall’area industriale. Nel 2025 quasi 6.000 segnalazioni sono arrivate attraverso NOSE. Al centro del racconto c’è anche il depuratore Ias di Priolo, sequestrato nel 2022 dalla magistratura con l’accusa di disastro ambientale e tuttavia rimasto in funzione perché considerato indispensabile alla continuità produttiva del polo. Da allora, attorno all’impianto, si trascina un lungo braccio di ferro giudiziario e istituzionale.
Ma non ci sono soltanto le testimonianze dei cittadini: lo studio SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità registra nell’area eccessi di diverse patologie tumorali.
Il territorio del polo petrolchimico, nato negli anni cinquanta, ha subito nei decenni una gigantesca compromissione dell’ambiente marino e atmosferico, con episodi di sfiaccolamenti, emissioni maleodoranti e problemi legati alla gestione dei reflui industriali. La zona viene spesso definita da inchieste e studi epidemiologici come un’area ad elevata criticità sanitaria, con un riscontrato eccesso di patologie respiratorie e oncologiche rispetto alla media nazionale.
Un enorme disastro sanitario e ambientale. Di interventi di risanamento ecologico e riconversione industriale, se ne discute soltanto. La vera alternativa sarebbero investimenti per l’energia rinnovabile (eolico).

 

14 miliardi per una “grande opera” inutile, dannosa e costosa

Al pari del Tav ferroviario in Valsusa (Torino-Lione), il TAV TERZO VALICO FERROVIARIO DEI GIOVI (Genova-Milano) è dal 2010 subito considerato e avversato dalle popolazioni e dagli ambientalisti come una “grande opera inutile, dannosa e costosa”. Mentre i governi spiegherebbero che la “grande opera” (53 chilometri, 37 dei quali in galleria, 27 km tunnel di valico, record italiano, 13 km di interconnessioni, totale gallerie 87 km) farebbe parte di un fantomatico corridoio europeo Reno-Alpi per unire il mar Mediterraneo al Nord Europa

Inutile perché già esistono gli altri collegamenti ferroviari: basterebbe solo potenziarli con spesa minima. Il tempo di viaggio si riduce di poche decine di minuti per i treni regionali e merci. Le previsioni sul reale passaggio futuro delle merci sono troppo ottimistiche rispetto alla spesa. Dannosa perché il cantiere modifica il territorio tra la Liguria e il basso Piemonte, danneggiando l’ambiente (le falde) e la vita locale. Gli scavi passano attraverso montagne dove è presente la roccia con amianto. Costosa perché il costo totale previsto arriva a diversi miliardi di fondi pubblici. Molti esperti hanno evidenziato come i costi superino i benefici economici reali.

L’opera, iniziata nel 2012, ha subito rallentamenti e i costi di realizzazione sono cresciuti nel corso degli anni. Nel 2003 il progetto preliminare prevedeva un costo complessivo di 5 miliardi di euro. Il definitivo del 2006: 7.356 milioni. Nel 2017 a seguito di alcune inchieste per corruzione, sono state invalidate 13 gare d’appalto. Nel 2018 dall’analisi costi-benefici risulta che i costi sono superiori ai benefici…
A farla breve, il piano iniziale deliberato dal CIPE nel 2010 prevedeva un limite di spesa di 6,2 miliardi di euro per la sola tratta ferroviaria. Con l’unificazione al Nodo di Genova e i primi adeguamenti, la base finanziata era salita a 8,498 miliardi per il solo Terzo Valico (e 10,6 miliardi per l’intero progetto integrato). Con le ultime richieste (settembre 2026) e le rivalutazioni dei prezzi, il costo finale complessivo rischia ora di avvicinarsi ai 14 miliardi di euro.

 

Il diritto alla vita e alla salute prevale sugli interessi economici delle imprese

Si chiama “azione inibitoria “(la stessa che si avvierà per la Solvay di Spinetta Marengo) lo strumento legale in sede civile per il quale la Corte d’Appello di Milano, considerata anche la pronuncia della Corte di Giustizia Ue, ha imposto (rigettando il ricorso) entro il 25 ottobre la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto spiegando che il diritto alla tutela della salute prevale sul diritto a fare impresa.

Se la scelta è tra migliaia di morti e migliaia di disoccupati, non c’è conciliazione, non c’è negoziazione. Infatti, è solo un’ipocrisia, a favore dell’inquinatore, lo slogan “conciliare la salute con l’occupazione” mantenendo in atto le produzioni, a meno che, invece, non si decida la chiusura degli impianti inquinanti e non si provveda a nuove produzioni per riassorbire gli esuberi. Ed è proprio ciò che non hanno provveduto per tempo a fare i governi, salvo, come fa la Meloni, a incolpare poi i magistrati per i posti di lavoro a rischio che si stimano tra i 9mila addetti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, oltre alle imprese dell’indotto.

Ora, la presa d’atto è che l’Autorizzazione Integrata Ambientale non garantisce aria salubre se l’impianto tornasse a produrre 6 milioni di tonnellate, e dunque che l’attività dell’area a caldo va sospesa per la presenza di 2mila tonnellate di amianto inglobate negli altiforni da spegnere. Ora, per gestire l’area a freddo, l’altra metà del più grande sito siderurgico d’Europa, non colpita dal provvedimento, è in corsa per la futura “mini-Ilva” l’indiana Jindal e una cordata di 14 imprenditori siderurgici italiani.

Clicca qui il commento di PeaceLink: ILVA, VITTORIA STORICA DEI CITTADINI DI TARANTO. Dopo venti anni di mobilitazioni civiche supportate da drammatici dati epidemiologici e ambientali. Ora avviare un percorso di riconversione economica dell’area industriale di Taranto, che metta al centro la bonifica dei suoli, la tutela dei lavoratori e lo sviluppo di attività sostenibili.

 

15 milioni sulle bollette elettriche per non smantellare i siti nucleari

Le Misure di Compensazione Territoriale (MCT) sono fondi statali erogati agli enti locali che ospitano centrali nucleari dismesse o impianti del ciclo del combustibile, finanziati tramite la bolletta elettrica e recentemente sbloccati da una storica sentenza della Corte di Cassazione nel maggio 2026.

In attesa del Deposito Nazionale per raccogliere e mettere in sicurezza in un unico sito tutte le scorie (84mila metri cubi, per 300 anni) a bassa e media attività prodotte in Italia (da medicina, industria, ricerca e smantellamento delle vecchie centrali), ovvero stoccaggio provvisorio per l’alta attività (14mila metri cubi), il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) stanzia ogni anno circa 15 milioni di euro. I fondi sono divisi tra circa 100 enti locali, inclusi i comuni che ospitano i siti, le province e i comuni confinanti nel raggio di dieci chilometri.

Il CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) approva periodicamente i piani di riparto per regolarizzare i pagamenti ai territori interessati dal decommissioning.
Ad esempio, in attesa della conclusione dello smantellamento del sito contaminato e della rimozione dei rifiuti radioattivi della ex Fabbricazioni nucleari a Bosco Marengo, il Cipess ha previsto annualmente 262mila euro a titolo compensativo, di cui 131mila al Comune di Bosco Marengo. L’altra metà va ai Comuni di Alessandria (5mila + 16mila), Alluvioni Piovera (15mila), Basaluzzo (26mila), Ovada Novi (19mila), Novi Ligure (22mila), eccetera
Il Costo stimato per il Deposito Nazionale è almeno di 1,5 miliardi di euro, ma dal Decreto legislativo del 15 febbraio 2010 il governo non ha saputo individuare sul territorio italiano un’area idonea. E c’è chi sostiene (il governo Meloni) il rilancio del “nuovo” nucleare in Italia.

 

Superata una soglia drammatica: in Italia 1002 morti sul lavoro

Con le ultime tragedie registrate, la quota delle vittime sul lavoro in Italia nel 2026 ha raggiunto l’incredibile e inaccettabile cifra di 1.002 morti complessivi, 805 di questi sui luoghi di lavoro. Non si tratta di semplici numeri, ma di vite spezzate: persone uscite di casa per guadagnarsi da vivere che non hanno più fatto ritorno. Una strage quotidiana che continua all’assuefazione generale.
Come Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro, continuiamo a registrare ogni singola tragedia per non far calare il silenzio e la dimenticanza. Raggiungere quota 1.000 morti a settembre dimostra quanto la prevenzione e la sicurezza vengano ancora troppo spesso subordinate ai ritmi di produzione e ai costi.
Fermiamo questa carneficina.
Carlo Soricelli, Curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro sito: http//cadutisullavoro. blogspot.it

 

Ambiente e non solo

ULTIME PRESENTAZIONI E VIDEO PUBBLICATI
> Inquinamento atmosferico ed emergenza climatica
> Impatti ambientali sulla salute umana all’epoca della grande accelerazione
> Inquinamento atmosferico: la raccolta dei dati in relazione ai nuovi limiti europei
> Diffondere conoscenza ambientale: l’esperienza di Ambientnonsolo
> Presentazione del rapporto Mobilitaria 2024
> Mobilità elettrica urbana: una giusta transizione
> Comunicazione media e sostenibilità
> L’eccessivo inquinamento dell’aria nelle città
> Osservatorio della Mobilità Urbana Sostenibile

 

Coordinamento Nazionale Forum Acqua Pubblica

Report Riunione Coordinamento Nazionale
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
03 settembre 2026 (clicca qui)
1) Preparazione iniziativa nostro Forum alternativo al Forum Euromediterraneo
Il nostro Forum Alternativo Popolare per l’Acqua (FAPA) è in via di definizione in termini di programma e di partecipazioni. (clicca qui)
2) Sostegno vertenze territoriali, con particolare riferimento alla vicenda ABC Napoli, poi Torino, Emilia Romagna, Viterbese, Sicilia
3) Organizzazione interna Forum Acqua
Creare un piccolo gruppo di coordinamento interno del Forum per seguire maggiormente alcuni percorsi attuali e futuri. La nuova “Segreteria Operativa”, una volta definite tutte le disponibilità, si doterà di un autonomo mezzo di comunicazione rispetto alla mailing list nazionale, puramente informativo e propositivo, (probabilmente una chat di Whatsapp), per l’immediatezza delle comunicazioni.
4) Discussione e approvazione bilancio consuntivo 2025 ABC-APS (clicca qui)
Il bilancio consuntivo 2025 del Forum, previo invio dello stesso e della relazione di accompagnamento, viene approvato, registrando un’attività minima al 31 dicembre 2025 a livello economico, che ci consente una certa tranquillità e serenità anche nell’affrontare le spese previste per l’organizzazione del FAPA dei prossimi 02-03 ottobre.
5) Segreteria operativa Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

Richiami e ritiri del ministero della salute

Continua a leggere le notizie de Il Fatto Alimentare

 

Firma Difesa civile, non armata e nonviolenta

Mancano soltanto 5.000 firme per raggiungere il traguardo della proposta di legge di iniziativa popolare per la Difesa civile, non armata e nonviolenta. Abbiamo tempo fino alla mezzanotte del 18 settembre.
Fino a poche settimane fa sembrava un obiettivo difficilissimo da raggiungere. Nonostante la scarsissima attenzione dei grandi media, migliaia di attiviste, attivisti, associazioni e cittadine e cittadini hanno continuato per tutta l’estate a promuovere dal basso politiche attive di pace e nonviolenza. Oggi il traguardo è davvero a portata di mano.
La Campagna è riuscita inoltre a portare questa proposta all’attenzione e alla firma di esponenti nazionali di importanti forze politiche, chiedendo che il tema della pace e della difesa civile non armata entri concretamente anche nel dibattito programmatico del Paese.
ADESSO SERVE L’ULTIMO SFORZO: FIRMATE e, soprattutto, fate firmare.
Firma per la Difesa civile, non armata e nonviolenta – Ministero della Giustizia

 

Studentesse e studenti con disabilità, non siete ospiti, la scuola è vostra!

Non siete persone cui bisogna semplicemente “fare spazio”, non siete il problema da organizzare, l’alunno o l’alunna “del sostegno”. Avete diritto a imparare, certo, ma anche a partecipare, a costruire amicizie, a ridere, discutere, fare sport, andare in gita.
Clicca A tutte le studentesse e gli studenti con disabilità: non siete “ospiti”, la scuola è vostra!

 


contenuti 11 settembre 2026

Meloni complice dei coloni israeliani protegge Netanyahu

L’Italia ha deciso di non aderire alle sanzioni commerciali contro le colonie israeliane in Cisgiordania promosse da un blocco di paesi occidentali guidato da Regno Unito, Francia e Canada, e sottoscritto da altri 9 paesi europei tra cui Spagna, Svezia, Portogallo, Polonia e Paesi Nordici. Le sanzioni vietano l’acquisto e l’importazione di beni e servizi prodotti negli insediamenti israeliani ritenuti illegali ai sensi del diritto internazionale. L’obiettivo dichiarato di questi paesi è inviare un segnale forte a tutela della soluzione a due Stati e contrastare le violenze in Cisgiordania.
La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

 

Criticare Israele non è antisemitismo. Non criticare Israele è complicità

Mercoledì 9 settembre 2026, alle ore 13, è indetto un grande presidio con maratona oratoria in Piazza Capranica a Roma, nei pressi di Montecitorio. La mobilitazione, promossa da oltre cento sigle tra cui Amnesty International, ANPI, sindacati e associazioni di giuristi e giornalisti, si svolge in concomitanza con l’avvio della discussione del Ddl Antisemitismo (DDL 1004) in Commissione Affari Costituzionali alla Camera.
I motivi della protesta sono tre.
Primo: il disegno di legge recepisce la definizione IHRA, i cui esempi associati sovrappongono l’odio antiebraico alla critica politica contro lo Stato di Israele.
Secondo: la norma costituisce un bavaglio che rischia di reprimere la libertà di espressione, di stampa e il dissenso accademico, criminalizzando la solidarietà con il popolo palestinese.
Terzo: l’obiettivo dell’iniziativa è chiedere al Parlamento di fermare il provvedimento per tutelare i diritti costituzionali di critica e manifestazione.
https://www.amnesty.it/ presidio-maratona-contro-il- ddl-antisemitismo/

 

Meloni: tutto va a meraviglia, a cominciare dalla sanità

23/12/1978: NASCE IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
Una riforma storica che rende universale il diritto alla salute e segna una conquista di civiltà per l’Italia.

2026: La spesa sanitaria pubblica pro-capite piazza il nostro Paese al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7.
L’analisi è del “Gimbe Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze”, fondazione senza scopo di lucro che si occupa di ricerca e informazione scientifica in campo sanitario. Si basa sul dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 17 luglio scorso.
Il sottofinanziamento pubblico della sanità è una criticità strutturale che indebolisce il Servizio Sanitario Nazionale e compromette l’esigibilità di un diritto fondamentale: la salute. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Con il governo Meloni lo smantellamento (liste di attesa, rinuncia alle cure, tagli ai posti letto ospedalieri nel settore pubblico, carenza di medici di medicina generale e fughe di personale sanitario stremato) è andato ancora peggio. Clicca qui.

 

Emergenza allo stabilimento SYENSQO di Spinetta Marengo per una fuga di HF Acido Fluoridrico

La notizia sembra presa piè pari dalle cronache degli anni ’80.
La differenza sta che a quei tempi era il mio scoop che informava l’Arpa (o come si chiamava allora) e i giornali delle notturne fughe di gas dell’acido fluoridrico (e/o cloridrico), mentre oggi è l’Arpa a lanciare la news… dopo essere stata informata dall’inquinatore. Negli anni ’80 era uno scandalo clamoroso, una vergogna per gli enti di controllo avvertiti da un dipendente vittima di rappresaglie aziendali. Oggi, mezzo secolo dopo, lo scandalo è ancor più clamoroso: Arpa & Co. hanno appena consegnato a Solvay Syensqo l’AIA Autorizzazione Integrata Ambientale per produzioni tossiche e cancerogene che invece dovrebbero essere chiuse, sic et simpliciter. Una licenza a inquinare, licenza di uccidere… concessa alla Spectre (ma un James Bond sta per intervenire!).

Intanto, l’Arpa dichiarerà chiusa l’emergenza, preso atto che non si è ripetuta la tragedia dell’Ausimont di Porto Marghera (gemella di Spinetta) che nel 1979 provocò decine di intossicati e 3 morti. Mentre il 9 settembre 2026 la nube tossica (in forma di nebbia acida) transitata per ore nei polmoni dei lavoratori e dei cittadini, allorché, infine individuato il punto di perdita, essa è stata “dispersa”, ovvero “abbattuta” nel giro di un altro bel po’ di ore, buttata giù dalla clemenza metereologica e finalmente dai getti d’acqua dei pompieri, insomma sciacquata avvelenando in eterno suolo falde e fogne.
In quelle ore, i cittadini di Spinetta e degli altri sobborghi serenamente dormivano e respiravano: non avvertiti da un piano di allarme, emergenza e assistenza, tranquilli attendendo le notizie sui giornali con le soporifere veline di rassicurazioni Solvay.
Lino Balza, Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

 

Non bastava Solvay a Spinetta Marengo

Il progetto per la discarica di amianto nella ex cava La Bolla a Spinetta Marengo prevede lo sversamento di 85 tonnellate di pietrisco ferroviario contaminato che arriverà dal cantiere ferroviario di Alessandria. Le istituzioni locali assicurano che lo smaltimento avverrà in piena sicurezza, mentre residenti e comitati locali contestano fortemente la scelta, paragonando la situazione a una nuova “terra dei fuochi”: vengono segnalati pericoli legati al rischio alluvionale, alla vicinanza della falda acquifera, all’aumento del traffico e alla compatibilità ambientale della zona, come riportato nel report di Pressenza: “La discarica della vergogna”.

 

1.400 lavoratori malati o deceduti per amianto indagati come truffatori

“Due città una storia – Amianto a Genova e Casale” è il titolo dell’evento organizzato il 10 settembre 2026 a Casale Monferrato.L’iniziativa nasce in occasione della proiezione del docufilm “Amianto. Genova: storia di una lotta operaia”, regia di Ugo Roffi e Ludovica Schiaroli, da un’idea di Marcello Zinola e Giovanna Cereseto. L’appuntamento vuole essere un momento di confronto e memoria condivisa tra due realtà territoriali storicamente unite dalla battaglia contro l’amianto e dalla tutela della salute e dei diritti dei lavoratori.
Il docufilm racconta la battaglia sindacale ligure che ha coinvolto la classe operaia genovese per vedersi restituire i propri diritti. Per quasi un decennio oltre 1400 lavoratori, alcuni malati o deceduti, colpiti dall’esposizione all’amianto sono stati indagati come truffatori dimenticando i danni inoppugnabili provocati dall’asbesto. Tra il 1994 e il 2020 l’Inail ha registrato in Liguria oltre 3.600 decessi provocati dall’esposizione all’amianto, di cui oltre la metà a Genova.

Nel 2026 il documentario ha vinto il Festival di Corti dell’Ambiente e della Cooperazione e il Premio Eternot Città di Casale Monferrato per il suo impegno nel raccontare le battaglie sociali e legali legate ai danni causati dall’amianto. Nel 2025 è stato premiato come “miglior approfondimento” dal Gruppo Cronisti Liguri, è stato selezionato a Flight – Mostra Internazionale del Cinema di Genova, festival dedicato al cinema sperimentale e di ricerca, e al Clorofilla Film Festival, che dà spazio a tematiche sociali e ambientali.

La storia inizia con l’inchiesta della magistratura genovese che ha visto inquisiti ben 1400 ex operai: iniziata nel 2006 e conclusa dopo dieci anni, l’inchiesta è terminata con un nulla di fatto e ha avuto come conseguenza la lotta sindacale che ne è seguita e che ha dovuto combattere indifferenze, spesso il pregiudizio mediatico, l’ondivago atteggiamento politico confermato dalle recenti e assurde decisioni sul fondo amianto.

 

Incentivi al lavoro inadeguati per i disabili

Il Fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità ha messo a disposizione circa 75 milioni di euro in agevolazioni economiche per le aziende, ma il meccanismo fondante su cui ci si basa è inadeguato per le persone nello spettro autistico le quali, anche in assenza di disabilità intellettiva e pure con buone competenze, affrontano barriere “invisibili” legate alla comunicazione sociale, alla flessibilità e all’ipersensibilità sensoriale.
Clicca Perché quegli incentivi al lavoro sono inadeguati per le persone nello spettro autistico

 

Le guerre di Trump… ai terroristi internazionali. Il caso “Autistici/Inventati”

Mentre Taiani e Calenda hanno individuato “alleati e propagandisti, in alcuni con comprovati legami finanziari, con il dittatore Putin che porta attacchi diretti al cuore dell’Europa”, cioè “Afd tedesco, Fronte Nazionale francese e in Italia Futuro nazionale, Lega Salvini, M5S e il Fatto”, a Donald Trump non sfugge neppure “Autistici/Inventati”.

Il 26 agosto il governo degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati, collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti, associazioni e movimenti, nella lista delle organizzazioni designate come Specially Designated Global Terrorist. Nello stesso provvedimento sono stati colpiti altri soggetti legati all’estremismo di sinistra e all’attivismo radicale.
L’aspetto insolito è che Autistici/Inventati non è un gruppo armato e non risulta accusato dagli Stati Uniti di aver compiuto attentati. La contestazione riguarda soprattutto i servizi che fornisce: server, posta elettronica, mailing list, blog, strumenti di comunicazione e altre infrastrutture digitali. Secondo il dipartimento del Tesoro americano, queste infrastrutture sarebbero state utilizzate anche da organizzazioni che Washington considera terroristiche e avrebbero quindi costituito una forma di supporto tecnologico alle loro attività.
Non è una sentenza di un tribunale. È un provvedimento amministrativo dell’esecutivo americano. La sua conseguenza principale è il congelamento degli eventuali beni e interessi patrimoniali del soggetto sotto la giurisdizione statunitense e il divieto per le persone e le società americane di effettuare transazioni con il soggetto designato. Infatti, il collettivo ha riferito che il proprio account PayPal è stato bloccato.

Autistici/Inventati gestisce una quantità molto ampia di servizi. Nella motivazione americana vengono citati circa 16.000 account di posta elettronica, 10.000 blog, 5.500 mailing list e 1.500 siti. Sono numeri importanti perché mostrano una cosa semplice: non c’è soltanto un’organizzazione dietro un sito. C’è un’infrastruttura utilizzata da migliaia di persone e gruppi diversi. Autistici/Inventati da anni offre semplicemente strumenti di autodifesa digitale senza distinguere tra gli utenti sulla base delle loro idee politiche. Il collettivo ha respinto le accuse americane e ha detto di voler continuare a fornire i propri servizi.

Al di là del caso Autistici/Inventati, la domanda che si apre è molto concreta: se Washington considera terroristica una rete che l’Italia non considera tale, quanto è disposto l’apparato italiano a trattarla come una minaccia terroristica nelle attività di cooperazione? Non significa necessariamente che Roma debba adeguarsi alla classificazione americana. Significa che ogni richiesta di informazioni, ogni scambio di intelligence e ogni attività investigativa può diventare più complicata, per un paese come l’Italia notoriamente sottomesso.

Post Scriptum 08/09/26.
Il Collettivo Autistici/Inventati chiude. Hanno colpito nel segno le sanzioni del Tesoro Usa, che il 26 agosto ha designato questo piccolo gruppo di attivisti digitali italiani come “terrorista”. E come conseguenza hanno determinato il blocco dei conti bancari.
Ha sospeso le attività il provider indipendente che per 25 anni, dall’Italia, ha assicurato servizi internet gratuiti e criptati a persone fisiche, movimenti e gruppi antagonisti, anticapitalisti, antifascisti e anticolonialisti in mezzo mondo. Secondo i dati più recenti Autistici/Inventati ospitava 16mila caselle mail, 20mila blog per lo più sulla piattaforma Noblogs.org, 5.500 mailing list e 1.500 siti, ovviamente senza alcun controllo sui contenuti. Contro di loro, in Italia e in Europa, non c’è uno straccio di ipotesi di accusa di terrorismo, riciclaggio o altro.
Il governo italiano fa finta di nulla. Eppure, delle due l’una. Se gli attivisti di Autistici/Inventati supportano il “terrorismo” bisogna incriminarli; se non lo supportano bisogna proteggere i loro diritti costituzionali, colpiti da un governo straniero.

 

Le “cause bavaglio” contro la libertà di informazione

Ciao lettore/lettrice, dopo quattro anni di battaglie giudiziarie perdute, San Benedetto ha deciso di portare Il Fatto Alimentare di fronte alla Corte d’Appello di Venezia, confermando la richiesta di risarcimento di 1,5 milioni di euro (ne avevamo parlato in questo articolo).
Per capire la sproporzione basta un dato: la nostra è una piccola realtà editoriale indipendente con un bilancio di circa 150mila euro tra donazioni e pubblicità, mentre il gruppo San Benedetto supera il miliardo di euro di giro d’affari. Affrontare spese legali colossali per difenderci da un risarcimento che da solo equivale a dieci anni della nostra attività rischia di soffocarci, a prescindere dall’esito delle sentenze.
Per questo motivo abbiamo deciso di lanciare una raccolta fondi su GoFundMe: dona ora!
Per saperne di più clicca qui.
Quella di San Benedetto è la tipica “causa bavaglio” (SLAPP Strategic Lawsuits Against Public Participation): azioni giudiziarie che, per la sproporzione delle richieste economiche e i costi necessari a difendersi, intendono esercitare una forte pressione su giornalisti, soffocando i più piccoli e indipendenti.

 

In prescrizione l’ecatombe di Savona

Decine di migliaia di cittadini raccolsero firme per fermare le ciminiere della centrale a carbone della Tirreno Power di Vado Ligure, che incombevano sull’abitato di Savona, a pochi passi da case e scuole.Tutta la città seguì la vicenda.
Infatti, secondo uno studio del Cnr, tra il 2001 e il 2013 nella zona si erano verificati eccessi di mortalità di quasi tutte le patologie: per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%)”.

Era il 2014 quando la Procura di Savona sequestrò l’impianto, in seguito smantellato. Alla fine, nel 2023, sul banco degli imputati sono rimasti 25 dirigenti. Tutti furono assolti perché “il fatto non sussiste”. La sentenza fu appellata da Procura e parti civili. Sono passati, però, tre anni dal primo grado e dodici dal sequestro dell’impianto. E il processo di appello è fermo al palo, a rischio di prescrizione… perché c’è carenza di magistrati. Così va la giustizia in Italia: si aggiunge un altro capitolo ai quattro volumi del nostro dossier “Ambiente Delitto Perfetto”.

 

Pista da sci sintetica, 951 faggi da abbattere

480 metri: la più lunga d’Italia. Un progetto per il comprensorio sciistico Sellata-Pierfaone in Basilicata, dentro un sito di importanza comunitaria: Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, Zona Speciale di Conservazione (ZSC) della Rete Natura 2000. Un’opera da 8 milioni di euro tra fretta, opacità e un modello di turismo montano da ripensare.
Clicca qui Legambiente Basilicata.

 

Tera e Aqua

Se clicchi qui: https://ecoistituto-italia. org/cms-4/wp-content/uploads/ TeA-148-settembre-2026.pdf appare il numero di settembre di Tera e Aqua con:
– Le denunce alle presenze illegali di bombe nucleari ad Aviano e Ghedi
– Il disastro elettorale del campo larghissimo (?) a Venezia
– Il futuro di Venezia con l’aumento del mare Adriatico
– Le molte altre situazioni nel mondo a rischio sommersione
– No Pfas l’eco-festa di Arzignano (VI) 17-19-26-27
– Moschea sì, Moschea no a Mestre (e non solo): una nuova Crociata?
– GaiaFiera della Città possibile Mestre 25-27 settembre

 

Dichiara la tua città per la Pace

Da qui al 9-10 ottobre, 90 città italiane saranno protagoniste del Giro d’Italia per la Pace: vedi l’elenco di tutte le prossime tappe del Giro e…
Dichiara la tua Città per la Pace! Chiedi al tuo Comune di opporsi alla guerra e lavorare per la pace.
Chiedilo al Sindaco, a un Assessore o a uno dei Consiglieri comunali. Ri-costruiamo dal basso una politica di pace… e poi sabato 10 ottobre 2026 vieni a Perugia e partecipa all’Assemblea nazionale delle Città per la Pace
https://www.perlapace.it/giro- ditalia-la-pace-aderisci- organizza-tappa-nella-tua- citta/

 

Franco Basaglia fondatore dell’altra psichiatria

“La follia è una condizione umana.
In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”

Franco Basaglia è una figura chiave nella storia della psichiatria italiana: è stato infatti il pioniere di un movimento radicale che ha trasformato il trattamento dei disturbi mentali nel nostro Paese. Ha sfidato le convenzioni della sua epoca, opponendosi al trattamento spesso inumano riservato ai pazienti psichiatrici in istituti sovraffollati. Riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, è fondatore di Psichiatria Democratica e ispiratore della Legge 180/1978 (che ne prende il nome) che introdusse la revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia. È considerato lo psichiatra italiano più influente del XX secolo. Clicca qui.

 


contenuti 4 settembre 2026

Facciamo volare gli aquiloni

Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha vietato gli aquiloni a Gaza.
Gli aquiloni che i bambini palestinesi costruiscono con materiali di recupero sono considerati dal governo israeliano una minaccia militare, un atto di guerra come fossero droni, anche se non trasportano esplosivi.
Sono un’arma letale e va colpita, colpito chi la usa e il luogo da cui sono lanciati sarà punito con l’evacuazione forzata.
Il trumpiano Board of peace ha vallato il divieto: “Gli aquiloni militanti a gaza devono cessare”.
Si vieta ai bambini il sogno, l’immaginazione, la speranza, il sorriso.
L’ennesima persecuzione, assurda e insensata, non viene divulgata dai media e dalla stampa, ma continua l’occultamento.
Meglio non far sapere… chi non sa non può condannare!
Ma noi sappiamo e non vogliamo tacere.
BASTA riservare a Israele un ingiustificato diritto all’impunità mentre commette genocidio, crimini di guerra, violazioni del diritto internazionale.
BASTA complicità del nostro governo.
È il grido che dovrebbe risuonare nelle coscienze di tutti.
RETE PACE E DISARMO

 

Franco Basaglia fondatore dell’altra psichiatria

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere”

Franco Basaglia è una figura chiave nella storia della psichiatria italiana: è stato infatti il pioniere di un movimento radicale che ha trasformato il trattamento dei disturbi mentali nel nostro Paese. Ha sfidato le convenzioni della sua epoca, opponendosi al trattamento spesso inumano riservato ai pazienti psichiatrici in istituti sovraffollati. Riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, è fondatore di Psichiatria Democratica e ispiratore della Legge 180/1978 (che ne prende il nome) che introdusse la revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia. È considerato lo psichiatra italiano più influente del XX secolo. Clicca qui.

 

Welfare di comunità per disabili

Il progetto “Reti Inclusive” diventa operativo, con l’avvio di sportelli fisici in sei Regioni italiane. (clicca)
Voluto per garantire alle persone con disabilità un accesso pieno, dignitoso e paritario alle prestazioni del territorio e al welfare di comunità, il progetto “Reti Inclusive: Comunità Accessibili per Tutti”, che ha per capofila la Federazione FISH, sta per avviare la propria fase operativa, ossia l’attivazione di una rete integrata di sportelli fisici in sei Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Lombardia, Umbria e Sicilia). Promosso dalla FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap).

 

Rivolta contro il nuovo disastro ambientale in Valle Bormida

In Liguria, il progetto per la costruzione di un inceneritore in Val Bormida, nel savonese a Cengio e Ferrania, trova una ferma opposizione del territorio: tutti i 19 comuni della valle, destra e sinistra, insieme a comitati, associazioni e cittadini di Liguria e Piemonte. Contro il disastro ambientale si susseguono petizioni, catene umane e interrogazioni anche in parlamento e nei consigli regionali. (Vedi il manifesto, cliccando sul titolo). Mentre l’impianto è sostenuto da sette gruppi industriali in corsa per il bando scaduto a luglio 2026.
Il centrodestra (con le giunte regionali di Liguria e Piemonte) ha mostrato posizioni favorevoli. Tensioni politiche nella coalizione di centro-sinistra, perplessità sulla gestione amministrativa della sindaca di Genova, Silvia Salis alla quale i Comitati hanno appena inviato una lettera ribadendo che da più di cento anni il territorio sta già subendo un prezzo altissimo di inquinamento ambientale e sanitario (ex Acna di Cengio). Clicca qui.

 

Il legame tra Pfas e sclerosi multipla

Non poteva mancare la sclerosi multipla (SM) tra le patologie indotte dai Pfas. Lo rileva lo studio, intitolato “Associazioni tra sostanze perfluoroalchiliche e sclerosi multipla in coorti statunitensi a confronto con NMOSD, MOGAD e soggetti di controllo sani”, guidato da Farren Briggs, Ph.D., Sc.M., professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica, e pubblicato sulla rivista Environmental Research.
Lo studio ha coinvolto collaboratori dell’Università di Miami, della Mayo Clinic, della Vanderbilt University, della East Carolina University, della Case Western Reserve University, dell’Università del Texas a Austin, dell’Università della California del Sud.
Il team di ricerca ha scoperto che le donne affette da sclerosi multipla presentavano livelli più elevati di due composti PFAS, l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) e l’acido perfluorottanoico (PFOA), rispetto ai gruppi di controllo. Dunque, l’esposizione ai PFAS può influenzare i processi ormonali e le vie biologiche coinvolte nella salute neurologica.
La sclerosi multipla è una malattia cronica e autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando la mielina (la guaina che protegge le fibre nervose). In Italia interessa circa 137.000 persone, esordisce spesso tra i 20 e i 40 anni e colpisce le donne più degli uomini.

 

Basta chiamarci eroi mentre ci lasciate senza tutele

Quattro vigili del fuoco morti per lo stesso tipo di tumore. Tre aretini e un collega di Spoleto deceduti per glioblastoma (micidiale tumore al cervello).
Lo Stato nega la causa di servizio ma non è fatalità: la scienza ci dice che i Vigili del Fuoco sono stati esposti a un cocktail di sostanze tossiche e ‘perenni’ come i PFAS contenuti nelle schiume estinguenti, mentre non sono dotati di dispositivi di protezione individuale (tute, guanti, respiratori ecc.).
Clicca qui alcune dimostrazioni:
https://www.facebook.com/reel/ 1046257321705241
https://www.facebook.com/reel/ 3679743555500172

 

Pfas anche negli acquedotti dell’Alto Monferrato

Arpa Piemonte ha rilevato nei pozzi di Cassano Spinola la presenza di PFAS oltre i limiti di legge fissati dalle normative recenti. I controlli hanno coinvolto anche il territorio novese (come nella zona del torrente Scrivia a Bettole di Novi).
È emersa tensione tra i dati diffusi da Arpa e le rassicurazioni di “Gestione Acque” che definivano i livelli “bassi”, spingendo i cittadini e le amministrazioni a chiedere massima chiarezza e trasparenza.
Clicca qui un commento inviatoci da un cittadino di Novi Ligure.
Il Comune di Cassano Spinola ha pubblicato le più recenti analisi effettuate sull’acquedotto al fine di monitorare le sostanze PFAS:
https://www.comune. cassanospinola.al.it/…/ analisi-pfas…

La tragedia e l’illusione del nucleare. La rivoluzione delle rinnovabili

“Chernobyl 40”, dieci anni di immagini per raccontare una tragedia ancora aperta
L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili
Il salto industriale delle rinnovabili
Di chi è il vento?
Riprese e montaggio a cura di Mattia Servettini.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza. Puntata 30

Gli anni ’80 seppelliscono il Sessantotto. Clicca qui la trascrizione.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza. Puntata 31

Manca il sindacato, o peggio: c’è. Clicca qui la trascrizione.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza. Puntata 32

34 cassaintegrati fanno fuori l’amministratore delegato. Clicca qui la trascrizione.

 


contenuti 1 settembre 2026

Sarebbe “comunista” la patrimoniale che approverebbe anche Keynes?

La CGIL, guidata da Maurizio Landini, propone un “contributo di solidarietà” del 1,3% esclusivamente sui grandi patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro. La misura toccherebbe circa 500.000 contribuenti (l’1% più ricco) e punta a raccogliere circa 26 miliardi di euro l’anno.
Il ricavato della tassa viene indicato dal sindacato come risorsa necessaria per:
> Finanziamento e rilancio del Servizio Sanitario Nazionale (riduzione liste d’attesa e potenziamento territoriale).
> Investimenti in scuola, istruzione e politiche per la casa.
> Sostegno alla non autosufficienza e riduzione delle disuguaglianze sociali, alleggerendo il carico fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati.

I partiti di governo, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, bocciano fermamente la misura.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i leader della maggioranza hanno escluso in modo categorico l’introduzione di qualsiasi tassa patrimoniale durante il loro mandato. Perché?
I partiti di opposizione rispondono in ordine sparso, anzi disperso in un campo che largo non è. Perché?
Se è vero che l’1% degli italiani più ricchi paga, in proporzione, meno tasse del restante 99% dei contribuenti. Perché?
Se è vero che il 50% meno ricco degli italiani maggiorenni detiene meno del 17% del reddito nazionale e vive con meno di 13mila euro all’anno, mentre lo 0,1% più ricco del Paese (50mila italiani) detiene il 4,5% del reddito nazionale, con entrate medie superiori a un milione di euro annui. Perché?
Se è vero che gli stipendi degli italiani sono tra i più bassi d’Europa e, negli ultimi tre anni, hanno subito una riduzione del potere d’acquisto del 7,8%. Perché?
Se è vero che 5,7 milioni di persone sono entrate nella fascia di povertà assoluta e non hanno accesso alle cure sanitarie pubbliche. Perché? Mentre sono 79 i supermiliardari in Italia che, da soli, possiedono un patrimonio di 357 miliardi di euro.
Non basta a questi signori la Classifica di Ferragosto elaborata da Milano Finanza, che fotografa i patrimoni azionari?

 

Classifica di Ferragosto elaborata da Milano Finanza, che fotografa i patrimoni azionari alle quotazioni del 7 agosto 2026

Clicca qui

 

Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza

Decine di migliaia di adesioni alla proposta lanciata dal filosofo Eugenio Mazzarella e rilanciata da Avvenire. Un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra.
Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.

La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.

Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato”.

 

Critiche alla proposta dalla Comunità ebraica
Clicca qui.

 

Equidistanza di destra

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni non ha aderito né risposto formalmente all’appello pubblico lanciato dal quotidiano Avvenire e da diverse personalità per candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace.
Evidentemente resta ferma la possibilità per l’Italia di candidare formalmente Donald Trump al Premio Nobel per la pace, come dichiarato da Meloni durante la conferenza stampa al termine del vertice con il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Va da sé che Itamar Ben-Gvir, ministro fascista della sicurezza nazionale di Israele, non è d’accordo sul Nobel per bambini di Gaza, anche per quali auspica: “Si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone“. Infatti, ha mostrato il video di un centro per le esecuzioni con forca per l’impiccagione e le cabine di osservazione per i familiari.

 

Record di morti sul lavoro

Superate le duecentomila visualizzazioni del sito dell’Osservatorio di Bologna morti sul lavoro, che viene collocato tra i primi siti in Italia per numero di visualizzazioni. Clicca qui.

 

I tumori di origine occupazionale

I cancerogeni come l’amianto e i Pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

 

Insicurezza sul lavoro

Leggi sul sito

 

Rosso verde bianco e nero, colori della resistenza

L’anguria è il simbolo della causa palestinese perché il suo interno rosso, la buccia verde, la scorza bianca e i semi neri hanno gli stessi colori della bandiera palestinese. Il frutto è diventato un’icona di identità e resistenza negli anni ’80, quando Israele ha vietato l’esposizione della bandiera. Oggi viene anche usata online per evitare la censura.
Origini storiche. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha vietato l’uso e l’esposizione della bandiera palestinese a Gaza e in Cisgiordania. L’aneddoto di Ramallah: nel 1980, in una galleria d’arte, un ufficiale israeliano ha detto ad alcuni artisti che dipingere i colori della bandiera era un reato. Quando un pittore ha chiesto se avrebbero sequestrato anche un’anguria con quei colori, il militare ha risposto di sì. Da quel momento, le fette di anguria e le immagini del frutto sono diventate un modo pacifico per aggirare il divieto.

 

Solo il papa insiste: due popoli, due stati

Mentre gran parte dell’attenzione mondiale è concentrata sul conflitto in corso tra Israele e la Striscia di Gaza (e Libano) e sullo scontro senza precedenti con l’Iran, il governo di destra israeliano sta intensificando la sua campagna, che dura ormai da mezzo secolo, volta a conquistare completamente la Cisgiordania, scatenando bande di milizie di coloni (500mila), protette dall’esercito, per aggredire i residenti palestinesi (3,4 milioni), distruggere le loro case e i loro mezzi di sussistenza, limitare la loro libertà di movimento in tutto il territorio occupato, deportarli.
L’obiettivo è quello di eliminare rapidamente le condizioni necessarie alla creazione di uno Stato palestinese (in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) accanto a Israele, una soluzione proposta per porre fine a un secolo di conflitto israelo-palestinese, cioè la cosiddetta soluzione dei due Stati, soluzione che, peraltro, non è stata mai a cuore di nessuno e ora neppure strategicamente dell’Iran.
Clicca qui Daniel Williams, ex corrispondente estero per il Washington Post, il Los Angeles Times e il Miami Herald ed ex ricercatore per Human Rights Watch.

 

Campagna contro la vivisezione

La vivisezione è una pratica di sperimentazione animale che coinvolge milioni di esseri viventi, a cui ogni anno vengono sottoposti circa 300 milioni di animali. Molte scoperte scientifiche vengono ingiustamente attribuite alla vivisezione. Promuovere la ricerca senza animali è una priorità per garantire la protezione degli animali e lo sviluppo di tecniche più affidabili e sostenibili. Le campagne contro la vivisezione e la sperimentazione animale in Italia sono promosse da principali associazioni come la LAV (Lega Anti Vivisezione) e l’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali), con l’obiettivo di abolire i test sui laboratori, promuovere metodi di ricerca alternativi cruelty-free e destinare fondi pubblici alla scienza senza animali.
Gli obiettivi sono bloccare le autorizzazioni agli esperimenti su specie d’affezione (come i cani beagle) e primati, sostituire la didattica e la ricerca clinica con modelli computazionali, colture cellulari e organi in vitro, chiedere lo storno di fondi statali verso la ricerca scientifica priva di sfruttamento animale, scegliere prodotti e cosmetici certificati cruelty-free.

 

Basta allevamenti intensivi

Sofferenza degli animali, inquinamento di aria e acqua e rischi sanitari enormi: le fabbriche di carne sono un pericolo per l’ambiente e per le persone.
Abbiamo presentato una proposta di legge al Governo per istituire una moratoria e fermare questo sistema malato, proteggere la sicurezza alimentare e il benessere degli animali. SOSTIENICI ORA!

 

Feriti, abusati, rinchiusi

Clicca sul titolo per donare a LAV

 

Ma c’è una alternativa alla violenza?

La violenza non è indispensabile per garantire la libertà? Combattere l’oppressione? Non restare inerti? Non rassegnarsi all’impotenza? I fini giustificano i mezzi. La giustizia senza la forza è paralizzata. Esiste una alternativa alla violenza? Può essere realisticamente la Nonviolenza? Con quale mezzi?
Clicca qui Jean-Marie Muller: Principi dell’azione nonviolenta (capitolo quinto).

 

Il rischio di esposizioni croniche vicino agli impianti nucleari

La relazione tra esposizione alle radiazioni ionizzanti e tumore della tiroide è sostenuta da solide evidenze scientifiche, studi rilevanti sulle popolazioni esposte dopo l’incidente di Chernobyl. Rimangono margini di incertezza sulla precisa entità del rischio associato alle basse dosi e alla residenza nelle vicinanze delle centrali nucleari. A richiamare l’attenzione sul tema è Fabrizio Bianchi, epidemiologo ambientale, membro del Comitato scientifico di ISDE Italia (clicca qui).
Le popolazioni residenti intorno agli impianti nucleari sono oggetto di particolare attenzione epidemiologica perché possono essere esposte, per periodi prolungati, alle basse dosi associate alle emissioni prodotte durante il normale funzionamento. Si tratta di livelli molto inferiori ai limiti normativi e alle esposizioni registrate tra i lavoratori del comparto nucleare. Ciò non elimina, tuttavia, la necessità di studiarne gli effetti a lungo termine, considerando che le radiazioni ionizzanti sono classificate dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – AIRC come cancerogene per l’essere umano.

 

Piana di Marengo maledetta: tra nucleare e chimica

Il deposito nucleare di Bosco Marengo (AL) resta sempre un protagonista del dossier “Storia antinucleare” ***. Infatti, nell’area dell’ex Fabbricazioni nucleari (FN) sono sempre lì 640 metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono di essere trasferiti nel fantomatico deposito nazionale ultrasicuro. Fino alla fine degli Anni ’80, FN produceva combustibile per le centrali nucleari e nel 2022 è stata il primo sito nucleare in Italia a essere smantellato dalla Sogin, società pubblica incaricata del decommissioning di tutte le centrali e gli impianti italiani, cioè le quattro centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta), oltre ad altri impianti legati al ciclo del combustibile: Eurex di Saluggia (Vercelli), Opec e Ipu di Casaccia (Roma) e Itrec di Rotondella (Matera).

Bosco Marengo attende da allora di passare dallo stato di “brown field”, cioè di «campo marrone», allo stato di «green field» “prato verde”, ossia in una condizione finalmente priva di rischi e vincoli radiologici. Smantellata “brown field”, Bosco attualmente è invece nello stallo della sistemazione finale delle materie nucleari, di adeguamento di alcuni locali a deposito di materiali provenienti dalle operazioni di smantellamento da caratterizzare o rilasciare, di completamento delle operazioni di bonifica e recupero dei materiali antropici (legno, plastiche, rottami vari) rinvenuti negli anni scorsi presso la cosiddetta “area di rispetto” del sito. Si tratta materiali interrati scoperti nel 2014 all’interno dell’area ma successivamente nella profondità del terreno dove sono stati occultati i rifiuti era stata registrata radioattività poiché c’erano anche quelli radioattivi.

Riguardo alla bonifica e al recupero dei materiali nel corso del 2025 sono state allontanate circa 200 tonnellate di materiali privi di vincoli radiologici, mentre a inizio 2026 è stata completata la caratterizzazione radiologica di circa 9mila metri cubi di terre e rocce da scavo, attualmente in corso di reinterro.

Nell’alessandrino, la piana di Marengo (la Fraschetta) ha portato fortuna a Napoleone (con la battaglia del giugno 1800) ma altrimenti è maledetta: il nucleare della FN di Bosco Marengo a fianco della chimica Solvay di Spinetta Marengo. Appresso, a Tortona, c’è sempre il deposito Campoverde con oltre 300 metri cubi di rifiuti radioattivi frutto dell’attività della Controlsonic, azienda che si occupava dello stoccaggio di materiale di scarto di esami ospedalieri, fallita negli Anni Novanta.
Insomma, nella Fraschetta non la fanno da padrone solo Pfas e Solvay
https://www.rete- ambientalista.it/2026/08/16/i- pfas-chiudono-le-fonti-di- castelletto-dorba/
https://www.rete- ambientalista.it/2026/08/16/ pfas-da-diluire-nella-rete- idrica-di-novi-ligure-pozzolo- formigaro-serravalle-scrivia/
https://www.rete- ambientalista.it/2026/02/01/ cloroformio-tra-tortona-e- alessandria/

*** “Storia antinucleare”, il dossier di Lino Balza, racconta la storia che va da Bosco Marengo ai ricorsi a TAR del Piemonte e Consiglio di Stato; dal Forum nazionale dei Movimenti Antinucleari al Referendum 2011 che perseguì la fuoriuscita definitiva dal nucleare civile; dal dopo Referendum ai governi “verde-giallo-rossi” e “policromo”, e infine di destra, fino all’odierno rilancio del “nuovo nucleare” e alla ir-risoluzione del deposito nazionale. Oltre quaranta anni di lotte, l’epopea della mobilitazione popolare che contrasta ancora oggi il nucleare civile e, insieme, quello militare.
“Storia antinucleare” è disponibile a chi ne fa richiesta: tratta in breve da stralci dei libri “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione – Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”, nonché dalle centinaia di articoli del Sito Rete Ambientalista Movimenti di lotta per la salute, l’ambiente, la pace e la nonviolenza” gestito dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro.

 

Lorenzo

La newsletter di Lorenzo (lorenzo@conques.it)
Pfas: la più grave emergenza sanitaria
Festa nazionale – Programma completo – È qui la Festa…
Dal 26 al 30 Agosto, vi aspettiamo a Limena
(Padova). Adelante!
Diario da Cuba
(parte 3)
Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
Gli USA impongono nuove sanzioni alla CPI per bloccare le indagini su Israele
Palestina, una storia di mappe
Il socialismo dem vince anche in Florida
Insegnanti: in pensione a 60 anni?
L’intelligenza artificiale e l’apprendista stregone
Il chicco che ha plasmato il mondo

 

Ambientenonsolo

Testata giornalistica digitale indipendente su ambiente, emergenza climatica, sviluppo sostenibile, mobilità, comunicazione e non solo.
Ultime presentazioni e video pubblicati:
Inquinamento atmosferico ed emergenza climatica – Impatti ambientali sulla salute umana all’epoca della grande accelerazione – Inquinamento atmosferico: la raccolta dei dati in relazione ai nuovi limiti europei – Diffondere conoscenza ambientale: l’esperienza di Ambientnonsolo – Presentazione del rapporto Mobilitaria 2024 -Mobilità elettrica urbana: una giusta transizione – Comunicazione media e sostenibilità – L’eccessivo inquinamento dell’aria nelle città -Osservatorio della Mobilità Urbana Sostenibile.

 

Prima la pace

Clicca sul titolo SMIPS – Scienza Medicina Istituzioni Politica Società

 


contenuti 17 agosto 2026

Il nostro sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (circa duemila) da quando avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.
Aggiorniamo dunque il sito, come di seguito, fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa:
La vera soluzione è eliminare i Pfas alla fonte, chiudere le produzioni Solvay di Alessandria.
Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco, i Pfas nelle acque del Ticino, i pozzi chiusi nel pordenonese, nel trentino, nel vicentino.
Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali.
La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento, nelle diete ai neonati.
Mamme che non azzardano di dare ai figli un uovo alla coque, neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati) con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi. Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino. Ammesso che le mamme si siano fidate di usare la carta da forno.
Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo un’eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay.
E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli.  La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che le analisi dei privati con clamore denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas.
Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali. Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020, mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana.
Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay.
Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli. Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane.
Tutti sapevano/sanno che la vera soluzione è eliminare i Pfas alla fonte, chiudere le produzioni Solvay di Alessandria.

 

Autobotti anti Pfas a Bergamo

Entra in vigore la nuova legge che restringe i limiti per la presenza dei Pfas nell’acqua potabile (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs a 20 nanogrammi per litro, 100 nanogrammi al litro per la quantità totale di tutti i Pfas) e quattro Comuni bergamaschi, Credaro, Brembate Sopra, Castelli Calepio e Cologno, si ritrovano fuori norma.

Uniacque, che gestisce il servizio idrico, e le quattro amministrazioni stanno predisponendo piani d’intervento d’urgenza, installazione di filtri che, nella migliore delle ipotesi, richiederanno diversi mesi. Le analisi sulla falda diranno se nel frattempo ci sarà la necessità di rifornire i residenti di acqua potabile con sacchetti e autobotti.

 

Pfas anche a Pavia nelle acque del Ticino

Uno studio effettuato dal Cemav, Centro di Monitoraggio della roggia Vernavola, ha evidenziato, concentrazioni fognarie (fino a 6 nanogrammi per litro) superiori ai limiti di legge di Pfos (0,65) nella roggia, e da qui nel Ticino che lungo 15 chilometri attraversa Pavia e un parco di 35 ettari.

Il Ticino è malato, anche per la presenza di glifosato, in una situazione regionale dei corpi idrici che, stando ad Arpa Lombardia, è fortemente compromessa: solo il 38% dei fiumi e il 51% dei laghi raggiunge infatti lo stato ecologico “buono” richiesto dalla Direttiva Acque. Si pensi che la Regione ha bocciato una mozione per la messa al bando dei Pfas, a dimostrazione della mancanza di attenzione al tema inquinanti.

 

Emergenza Pfas nel Pordenonese

Nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano, scatta lo stop all’uso dell’acqua dei pozzi artesiani privati. I sindaci dei quattro comuni hanno firmato congiuntamente un avviso nel quale invitano i proprietari e utilizzatori dei pozzi situati in specifiche aree del territorio indicate in mappe consultabili anche presso gli uffici comunali, a sospendere temporaneamente a scopo precauzionale l’utilizzo dell’acqua emunta dai pozzi per uso potabile umano e animale.
Per i più fragili è previsto inoltre un servizio di consegna d’acqua a domicilio con i volontari della protezione civile.
L’avviso è stato emesso in seguito ai monitoraggi di ARPA FVG e dell’Azienda Sanitaria che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche PFAS nelle falde che superano fino a 20 volte i nuovi limiti di legge entrati in vigore il 13 luglio. Le autorità stimano che l’acqua potrebbe restare inquinata per decenni.
In particolare, sono stati individuati Pfos da schiume estinguenti usate in ambito aeronautico e Pfoa legati a percolati di discarica, ovvero liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infiltra tra i rifiuti o quando i rifiuti stessi si decompongono.
Anche i sindaci di Pordenone, Cordenons e Sacile hanno richiesto verifiche e controlli cautelativi per monitorare lo stato delle falde cittadine.

 

Pfos nel Trentino

Il primo pozzo saltato alla ribalta dopo l’inizio dei nuovi controlli è quello di Storo, un piccolo comune nella Provincia Autonoma di Trento, dove già nel 2024 l’Agenzia Ambientale locale aveva rilevato la presenza di PFOS negli acquedotti, in particolare nella zona del Ponte dei Tedeschi, Località Piana De Rode (pozzo Gaggio) e Ponte dei Tedeschi, legati in parte ad aree industriali locali come le ex Fonderie Trentine.

Il pozzo, dove sono stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro (il limite ora è fissato a 20), nelle scorse settimane è stato scollegato ma non chiuso definitivamente: potrebbe infatti essere necessario in caso di emergenza idrica. Il sindaco nel frattempo ha annunciato un possibile biomonitoraggio della popolazione per verificare tramite analisi l’eventuale accumulo di PFAS.

 

Nel vicentino superati di tre volte i limiti

I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido hanno rilevato concentrazioni di PFAS superiori ai nuovi limiti di legge in 9 casi. In media, i valori riscontrati risultano circa 3 volte oltre la soglia entrata in vigore il 13 luglio 2026.
Le verifiche sono state avviate dopo la rilevazione di PFAS in alcuni punti di prelievo nei Comuni di Pianezze e Schiavon, serviti dal gestore Etra e situati a nord dell’area interessata.

 

TFA ovunque, pane, pasta, latte, ortaggi, frutta, acque minerali, vino

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha annunciato che la dose giornaliera tollerabile di TFA sarà ridotta da 0,05 milligrammi per chilo di peso corporeo al giorno a 0,014 milligrammi. Il TFA, classificato, è uno dei PFAS più diffusi nell’ambiente, presente nelle falde acquifere e superficiali, nelle precipitazioni, nell’acqua potabile e nelle acque minerali, oltre che in cereali, latte, ortaggi, frutta e vino.
Può derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi PFAS, ma anche da gas refrigeranti, aerosol e altre sostanze impiegate nell’industria chimica. L’elevata persistenza e mobilità ambientale ne favoriscono l’accumulo nel ciclo dell’acqua e nelle colture agricole, rendendone particolarmente difficile il controllo della diffusione nella catena alimentare. Gli studi hanno evidenziato che modifica i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla tiroide, gli effetti sullo sviluppo fetale negli animali, tra cui malformazioni, alterazioni del sistema immunitario e della tiroide e possibili effetti sulla fertilità.

La presenza del TFA non riguarda solo fiumi, falde acquifere e terreni agricoli. È presente ovunque negli alimenti. Secondo i recenti rapporti di PAN Europe, si concentra soprattutto nei cereali e derivati (pane, pasta, cereali da colazione) a causa dell’uso di pesticidi PFAS in agricoltura. Negli ultimi anni la sostanza è stata rilevata anche in diverse note acque minerali commercializzate in Italia (Acqua Panna, Levissima, Maniva, Esselunga Ulmeta, Saguaro Lidl, ecc.). Diverse indagini di laboratorio e rapporti ambientalisti condotti in Italia hanno rilevato la presenza di TFA nei vini pregiati (Prosecco, Mionetto, Cinzano, Martini, Bolla, Bortolomiol, Villa Sandi, Valdo, Astoria, Carpenè Malvolti, ecc.). Il test svizzero lo ha trovato in tutte le bottiglie di latte confezionato, anche nel bio.

 

Pfas nel latte materno

Le mamme assumono Pfas attraverso il cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte. È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni.

 

I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio»

Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.

 

Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno

Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.

 

Fragole il frutto più contaminato dai Pfas

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni.
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto.
2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante, ecc. Pertanto i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.

 

In Veneto stop a vendite di carne con Pfas

A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.

Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4, ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità.
Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.

Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.

Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua ad essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.

 

Nel dubbio: non usare carta da forno

La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura a temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.

Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone, burro e farina, ideali per i dolci, olio e pangrattato o farina, ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi, carta di alluminio per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.

 

Probabile l’incenerimento in Veneto dei Pfas C6O4 della Solvay

La Rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo.
La Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina, Adriano Di Saverio.

Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.

La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino, uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.

 

Quanti alessandrini stanno usando i pozzi inquinati? Il sindaco sotto accusa

Le falde sono inquinate dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, dal cromo esavalente ai Pfas. Eppure, ad oggi non c’è nessun tipo di mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, né a livello regionale, né comunale. E preoccupa che le istituzioni non abbiano contezza di quanti cittadini alessandrini stiano utilizzando i pozzi per bere, cucinare e lavarsi.
Tant’è che, non il Comune, ma la rivista “Lavialibera” (con l’encomiabile Laura Fazzini) ha commissionato il campionamento di quattro pozzi privati che si trovano nell’area dello stabilimento Syensqo Solvay e i risultati hanno mostrato valori oltre i limiti dei Pfas.

La falda inquinata da Spinetta attraversa Bormida, Tanaro, Alessandria Centro, e l’acqua potabile prelevata dai pozzi privati dai residenti alessandrini di frazione Gelindo contiene una concentrazione di Pfas oltre i limiti di legge. E le istituzioni continuano a ignorare da anni l’allarme di Pfoa e ADV (182 e 60 nanogrammi) e gli appelli dei cittadini che chiedono l’allacciamento all’acquedotto pubblico. L’operazione dal punto di vista tecnico è fattibile, ma il costo è completamente a carico dei residenti – servono dai 70 ai 130mila euro – che alla fine sono costretti a rinunciare.

“Lavialibera” ha commissionato l’analisi di quattro pozzi privati in frazione Gelindo, tra i sobborghi di Spinetta Marengo e Castelceriolo, un’area circondata da terreni coltivati a pomodoro e grano e adibiti al pascolo delle vacche, dove molte cascine sono state convertite in case private. Il campionamento ha mostrato valori massimi di Pfas oltre i limiti (da 20 a 100 nanogrammi per litro a seconda della tipologia), in particolare del Pfoa, che dal 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica come cancerogena, presente in una quantità 12 volte superiore rispetto ai parametri di legge. Ma non solo: in tutti i campioni sono state trovate tracce dei due composti fluorurati cancerogeni brevettati e prodotti esclusivamente da Syensqo, il C6O4 e la miscela ADV. L’acqua attorno allo stabilimento è quindi contaminata e pericolosa, come noto, nonostante il sistema di purificazione finanziato da Syensqo Solvay.

Il sindaco del comune di Alessandria, Giorgio Abonante, è sotto accusa. Conosce bene l’inquinamento che ha portato nel 2020 alla chiusura del pozzo potabile del comune di Montecastello, a chilometri a nord del sito chimico. Eppure sono passati 20 anni da quando il precedente sindaco (di destra), avendo Arpa e Amag nel luglio 2008 rilevato i valori di cromo esavalente e solventi clorurati nelle acque sotterranee esterne al polo chimico, aveva imposto con ordinanza la chiusura dei pozzi e il divieto dell’uso domestico, per l’alimentazione animale e irriguo dei pozzi nel sobborgo tra il fiume Bormida e la strada statale 10. Dal 2009 l’ordinanza non è più stata aggiornata malgrado sia sempre più emerso che l’area con acque sotterranee contaminate da Solvay è ben più vasta di quella indicata nell’ordinanza del 2009 e include molti pozzi privati, compresi quelli utilizzati a uso potabile oggetto dei campionamenti commissionati da Lavialibera (il primo nel 2020).

 

I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba

A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.

L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.

 

Pfas da diluire (?!) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia

Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento. Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.

Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.

 

Sempre meno le sentinelle attorno alla Solvay

Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. Poiché si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione, i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.

La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.

In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci, gli aculei e i denti, per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.

 

Pfas e tumori al colon retto in Alessandria

L’esposizione ai PFAS è associata (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC) a un aumentato rischio certo di sviluppare diverse neoplasie, tra cui rene e testicolo. Per il tumore del colon retto, gli studi (Yale University) indicano che i Pfas possono agire da motore di crescita, stimolando le cellule tumorali a migrare e diffondersi (metastatizzare).

Al riguardo, si distingue il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay.  I ricercatori confronteranno campioni biologici di pazienti affetti da tumore del colon con quelli di persone sane residenti nello stesso territorio. Il “Colon Meta” rappresenta una delle sfide più promettenti della ricerca biomedica, atte a contribuire a migliorare le strategie di prevenzione e diagnosi precoce del tumore del colon.

 

Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni

Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.

Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto.  Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute?
I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto.
Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas, che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.

 

I lavoratori usati come cavie umane per i Pfas

Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro). Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.

Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.

L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che – ancor più e ancor prima delle popolazioni – essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.

L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS.
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.

 

I tumori di origine occupazionale

I cancerogeni come l’amianto e i Pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.

 


contenuti 30 luglio 2026

Siamo in guerra anche in Iran

Se è vero che è infondata l’accusa iraniana alla Meloni di aver concorso all’uccisione di Khamenei (non era stata informata del raid israeliano), è invece vera l’accusa che l’Italia ha partecipato militarmente all’aggressione americana, e soprattutto è prevedibile che lo rifarà ora alla ripresa della guerra dopo il fallimento della tregua.

Centinaia di aerei americani riprenderanno a decollare dalle basi in Italia. Con la foglia di fico che “l’Italia è estranea alla guerra perché i caccia americani svolgono attività tecniche, logistiche e di supporto, previste dagli accordi bilaterali”. Il fatto che i voli siano “logistici” non esclude automaticamente che siano voli estranei alla guerra in quanto sono usati per trasportare armi, munizioni, soldati, carburante, tutti materiali necessari al sostegno delle operazioni militari, nonché servono per monitorare gli obiettivi militari e civili da colpire, per trasmettere le informazioni ai comandi israelo-americani e, quindi, agli aerei da guerra che sganciano bombe e missili.

L’Italia è in guerra e non può esimersi. Perché i trattati “difensivi” Usa-Italia, relativi all’uso delle basi italiane, sono stati stipulati nei primi anni Cinquanta ma il “volo logistico” (allora ‘solo’ destinato al trasporto di personale, mezzi, viveri, attrezzature a sostegno delle operazioni) oggi, nell’era della guerra digitale con i droni, il sostegno logistico è diventato ancor più parte integrante della capacità offensiva.

In definitiva, si conferma che le basi Nato in Italia non sono a proteggere l’Italia bensì servono agli americani nelle loro guerre lontano dai nostri confini. È più che mai attuale, contro la corsa europea al riarmo e contro la guerra alla Russia, il messaggio di lotta: “Fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla Nato”, per una Italia pacifista, che non ha controversie di confine con nessuno, che deve usare le carenti risorse per sanità, scuole, stipendi, pensioni.
Quale partito contiene questo impegno nel suo imminente programma elettorale?

 

Violenza chiama violenza

Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti.

C’è ora da stupirsi se alla violenza si sta rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate.
La soluzione c’è:
Eliminare la violenza: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso.

A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina.

Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla.

Una follia inutile (utile solo a capitale e politica), dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre 30 anni si sta opponendo il Movimento No Tav, il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente.
No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani.

A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi, ora va verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. Clicca qui.

A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo).

 

La nonviolenza non indossa il frac

La nonviolenza non la trovi al ristorante.
Non la incontri al circolo dei nobili.
Non frequenta la scuola di buone maniere.
È sempre fuori dall’inquadratura delle telecamere delle televisioni.
La nonviolenza non fa spettacolo.
La nonviolenza non vende consolazioni.
La nonviolenza non guarda la partita.
È nel conflitto che la nonviolenza agisce.
Continua cliccando qui.

 

Le autonomie contro la violenza

Newsletter dal mondo delle autonomie. Il mondo delle autonomie contro la violenza e gli estremismi.
Una riflessione dalle autonomie europee prima della pausa estiva, con l’annuncio della Va assemblea confederale che si terrà a Roma, il prossimo 13 novembre 2026, presso la Fondazione Giacomo Matteotti.

 

Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo

Aldo Capitini è stato un filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore italiano. Fu uno tra i primi in Italia a cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere chiamato il Gandhi italiano.
In Italia il Movimento Non Violento fu fondato da Aldo Capitini contemporaneamente alla fondazione della Società Vegetariana Italiana (oggi AVI).
Avvenne nei primi anni ’50 quando parlare di non violenza e di vegetarismo sembrava un’utopia…
Il mondo era appena reduce da una guerra mondiale e si viveva in piena guerra fredda, mentre il messaggio (propagandato dagli USA) della bistecca facile cominciava ad imporsi come nuovo modello alimentare e sociale.
Aldo Capitini maturò la sua esperienza vegetariana e non violenta attraverso lo studio e l’esempio di Gandhi, il liberatore pacifico dell’India dal giogo coloniale britannico.
Capitini fu un accademico famoso e stimato ma allorché si oppose alla conquista dell’Etiopia da parte del governo di Benito Mussolini fu ostracizzato e messo in disparte. Purtroppo anche dopo la caduta del fascismo non fu riabilitato come sarebbe stato giusto (infatti l’Italia era caduta sotto l’influenza nordamericana, che non è certamente una potenza pacifista).
Gandhi nella sua minuscola stanzetta dell’ashram da lui fondato teneva alle pareti solo due ritratti, quello di Giuseppe Mazzini e quello di San Francesco d’Assisi, che lui riteneva esempi ispirativi per la non violenza e per l’acume politico sul concetto  di libertà.

 

Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE)

Sei invitato a partecipare ad AI4Peace, l’iniziativa che l’Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE) promuove a Roma il 21 e 22 settembre 2026, insieme alla Pontificia Accademia per la Vita e alla Pontificia Università Lateranense, dedicata al rapporto fra intelligenza artificiale e costruzione della pace.
Le due giornate riuniranno studiosi, istituzioni e rappresentanti della società civile attorno ai temi della governance etica dell’intelligenza artificiale, della prevenzione dei conflitti e della tutela dei diritti umani nell’era algoritmica.
Per partecipare è necessario iscriversi tramite il modulo dedicato, raggiungibile a questo indirizzo: https://docs.google.com/forms/ d/e/1FAIpQLSf- kTawVaSdx3JKbrLUzbXYns5vP92Wnu SKN0x2mddwLOJ-SQ/viewform

 

Strage di amianto, delitto perfetto

C’era una volta al cinema l’avvocato Perry Mason che vinceva tutti i processi perché “per istinto” sceglieva solo clienti ricchi e innocenti, poi la sua abilità consisteva nel dimostrare che essi, contrariamente a tutte le apparenze, erano effettivamente innocenti.

Guido Carlo Alleva difende, diciamo per istinto, industriali super ricchi, e non vince sempre ma quasi. Nel senso che riesce a togliere loro caterve di galera. Infatti i suoi clienti rispondono ai nomi di Eternit, Solvay, Benetton.
Per essi Alleva è appena tornato dalle aule del tribunale di Genova (12 anni di reclusione invece di 18 a Castellucci per il crollo del ponte Morandi con 43 morti), mentre si appresta il 16 novembre a varcare quelle di Alessandria (disastro ecosanitario della Solvay di Spinetta Marengo) e il 10 novembre quelle più prestigiose del Palazzo di Giustizia in riva al Tevere. Qui, è stata fissata la nuova udienza davanti alla Corte di Cassazione per il processo Eternit bis che vede imputato Stephan Schmidheiny, ex patron dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato. La Suprema Corte sarà chiamata a pronunciarsi sul nuovo ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore svizzero contro la condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per 92 omicidi colposi legati alle morti per amianto nel Casalese.
Il processo Eternit è una corsa a tappe, in due tour, destinata a non concludersi con… una maglia a strisce.
Primo giro d’Italia, prima tappa, 2009 tribunale di Torino, presentate 2.889 richieste di risarcimento danni dalle 2.889 famiglie che avevano avuto una vittima. Schmidheiny è condannato nel 2012 a 16 anni di reclusione per il disastro ambientale doloso, con provvisionali di risarcimento per migliaia di parti civili e per il comune di Casale Monferrato. La sentenza riconosce le responsabilità penali non solo per i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo, ma anche per Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Vengono anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla Regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Seconda tappa, 2013, la Corte di Appello di Torino aumenta la pena a 18 anni.

Terza tappa, 2014, la Corte di Cassazione annulla le condanne riconoscendo la sussistenza dei reati, ma dichiarandoli estinti (insieme ai risarcimenti) per prescrizione: Schmidheiny non è più perseguibile per il tempo trascorso tra i comportamenti illeciti dell’imputato (1986) e le conseguenti morti.

Secondo giro d’Italia. Prima tappa, il processo Eternit bis si apre nel 2015 sempre a Torino, dove il gip Federica Bompieri derubrica il reato da omicidio volontario a colposo e spacchetta il processo in quattro tronconi, inviando gli atti alle procure dei territori dove si trovavano gli stabilimenti. Il procedimento relativo allo stabilimento di Rubiera è stato archiviato nel 2021, quello per Bagnoli a Napoli ha visto la condanna di Schmidheiny a tre anni e mezzo, confermata in appello, mentre per il filone di Cavagnolo la Cassazione ha annullato di nuovo la condanna rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Seconda tappa, 2023. Per le morti di Casale, la Corte d’assise di primo grado si svolge a Novara: 12 anni di reclusione, ma Alleva non demorde.
Terza tappa, 2025. La Corte d’appello di Torino riduce la condanna a 9 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di 92 persone, lo assolve per altre 28 e altre 27 vanno in prescrizione. Ma Alleva non demorde: “Schmidheiny va assolto per prescrizione. Ancora oggi la scienza non può datare con certezza il momento preciso in cui insorge la malattia.”
Quarta tappa, 10 novembre 2026, in Cassazione.

Altro capitolo da aggiungere al nostro “Ambiente Delitto Perfetto”, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia?
Tutti i nostri libri sono editati a nostre spese e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma.

 

L’unica vera “grande opera” mai intrapresa. La vera “sicurezza” per gli italiani

Il minerale killer può impiegare anni per innescare malattie con esiti infausti. Una strage continua che fa registrare più di 200mila decessi per malattie amianto correlate nel mondo: dati rilevati con preoccupazione dall’Onu ma sottostimati perché non considerano gli Stati “canaglia” che omettono di segnalare e registrare i casi di malattia e morte per amianto, e dei decessi per esposizione ambientali. Il bando globale dell’amianto che semina morte è ancora una utopia. Governa la lobby dei produttori del minerale killer mentre le bonifiche vanno a rilento per responsabilità delle Istituzioni politiche e giudiziarie.

L’Onu, nelle sue stime, tiene conto soltanto dell’asbestosi, del mesotelioma e del cancro del polmone, mentre invece ci sono tutte le altre patologie già contemplate nelle monografie della IARC (International Agency for Research on Cancer), tra le quali il cancro della laringe, della faringe, dello stomaco, del colon e delle ovaie.

In Italia si stima che l’amianto causi circa 7.000 decessi ogni anno, di cui circa 1.500/2.000 specificamente per mesotelioma e oltre 3.600 per tumore al polmone, accompagnati da circa 10.000 nuovi casi di asbestosi e malattie correlate (placche pleuriche, ispessimenti pleurici, stato fibrotico/infiammatorio polmonare e/o pleurico). Per un totale di 100.000 morti nei decenni. Gli indici di mortalità sono rispettivamente: 93% a 5 anni, 88% a 5 anni, 25% a 5 anni, 20% a 5 anni.

L’Italia è il primo paese in Europa per morti legate all’amianto a causa delle mancate bonifiche, con ritardi enormi nella rimozione del materiale e una forte carenza di discariche dedicate. L’Italia registra il numero più alto di vittime in Europa per mesotelioma e patologie asbesto-correlate. La stima degli immobili pubblici e privati che contengono ancora amianto supera i 265.000, ma la percentuale di edifici effettivamente bonificati resta minima a causa della lentezza dei piani di intervento. Molte regioni accumulano ritardi cronici nell’aggiornamento e nell’attuazione dei piani di censimento e rimozione previsti dalla legge di bando (L. 257/1992). In tutto il territorio nazionale sono presenti pochissimi impianti autorizzati per il conferimento dei rifiuti speciali contenenti amianto, fattore che blocca o rallenta i cantieri.

L’unica “grande opera” che andrebbe realizzata sarebbe quella di un piano nazionale finanziato di rimozione dell’amianto che nessun governo ha intrapreso. Benché interessi la salute di centinaia di migliaia di italiani.
Dell’amianto (e ormai dei Pfas) le forze politiche dovrebbero occuparsi, quando si discute di “sicurezza”, quando il governo tenta di distrarre con illiberali decreti “sicurezza”, compresa la galera per i bambini, e con immorali strumentalizzazioni di casi di cronaca, come se la sicurezza fosse solo rimpatriare immigrati e non garantire salute, reddito sufficiente, morti sul lavoro, femminicidi, suicidi nelle carceri.

 

Condannato a 18 anni per 83 morti

La regola “il delitto commesso contro l’ambiente resta impunito” continua ad essere storicamente documentata su “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia, fino al quarto volume con il disastro sanitario e ambientale della Solvay di Spinetta Marengo.
La regola conosce rare o imparziali eccezioni, come per il disastro ferroviario di Viareggio https://www.rete- ambientalista.it/2026/07/04/ moretti-in-carcere-allora-la- giustizia-e-veramente-uguale- per-tutti/, o come per la sentenza Pfas di Vicenza https://www.rete- ambientalista.it/2026/06/23/ esclusivo-una-nuova-inchiesta- sulla-sentenza-miteni/, o come per il crollo del ponte Morandi.
L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per il crollo del ponte Morandi a Genova. La tragedia, avvenuta il 14 agosto 2018, aveva provocato la morte di 43 persone che stavano percorrendo il viadotto a bordo di auto o camion nel momento del crollo. L’ex ad è stato riconosciuto responsabile dei reati di crollo colposo e omicidio stradale, mentre è stata esclusa l’aggravante lavoristica. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. In totale la sentenza ha comminato 32 condanne per 180 anni di carcere complessivi, rispetto ai 400 chiesti dai Pm.

Le indagini per appurare le responsabilità del crollo hanno coinvolto 69 persone. La principale tesi difensiva degli imputati sosteneva che il ponte avesse un difetto strutturale mai individuato prima e risalente alla sua costruzione negli anni Sessanta. Invece le perizie della procura hanno dimostrato che la tragedia si sarebbe potuta evitare se fossero stati effettuati regolari controlli e manutenzioni. Non solo: secondo l’accusa gli imputati erano consapevoli del degrado della struttura e del rischio di crollo, ma non hanno fatto nulla per evitarlo perché hanno privilegiato l’interesse a far risparmiare l’azienda.

I legali di Castellucci, di cui Guido Carlo Aleva difensore di Solvay e Eternit, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso, ritenendo che sia innocente e che «si è cercato il colpevole ma non la colpa». Invece, il ponte è crollato perché l’universo spietato del profitto non voleva fermarsi: gli interessi del concessionario Benetton hanno deformato la catena di controllo e lo Stato si è adeguato, il processo ha giustamente punito le responsabilità individuali.

La condanna a Castellucci si aggiunge a quella definitiva di 6 anni ricevuta lo scorso anno per l’incidente del viadotto Acqualonga a Monteforte Irpino (Avellino), per il quale è già in carcere. In quella tragedia, avvenuta nel 2013, morirono 40 persone a causa di un guasto ai freni: l’autobus su cui viaggiavano si era schiantato contro un guardrail che non aveva retto all’urto, precipitando nel vuoto per 30 metri.

La linea della sentenza per il crollo del ponte Morandi è simile, ma non adeguata, a quella che lo scorso giugno ha portato ad una condanna (5 anni) di Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, per la strage di Viareggio. Pur trattandosi di un incidente di diversa natura, anche in quel caso le toghe hanno attribuito al vertice dell’azienda scelte in materia di sicurezza direttamente correlate allo scoppio dell’incendio che ha ucciso 32 persone. Moretti è finito in carcere, ma ci resterà pochissimo: avendo 72 anni, otterrà presto i domiciliari grazie all’ex Cirielli (il regalo di compleanno che si fecero B. e Previti salvando dalla prigione gli over 70). Castelucci otterrà negli appelli la riduzione di pena.

D’altronde si chiede la grazia al gioielliere (14 anni e 9 mesi) che insegue e spara 5 colpi alle spalle dei rapinatori uccidendone a bruciapelo due. È una questione di principio: i ricchi e i potenti e i politici non devono metter piede in cella neppure per un nanosecondo. Sennò poi la gente s’illude che la legge sia davvero uguale per tutti, cioè che l’articolo 3 della Costituzione sia ancora vigente, e si crei un pericoloso precedente.

 

Massa Carrara senza bonifica dopo 40 anni dall’esplosione

Il 17 luglio ricorre l’anniversario della chiusura dell’ex Montedison-Farmoplant (oggi Edison SpA), lo stabilimento chimico di Massa-Carrara esploso nel 1988. Quella data avrebbe dovuto segnare la fine di un capitolo doloroso, con l’individuazione dei responsabili e la bonifica del territorio. Invece, a distanza di quasi quattro decenni, la politica continua a deludere: promesse elettorali, studi costosi e nessuna soluzione concreta.
Mentre si spendono milioni in studi, la popolazione, protagonista di lotte memorabili quali l’Assemblea Permanente, continua a pagare il prezzo più alto. A Massa-Carrara si muore di cancro più che altrove, come confermato dallo studio epidemiologico nazionale Sentieri (Istituto Superiore di Sanità). Clicca qui.

 

Sempre più morti a Taranto, fermata l’area a caldo dell’Ilva

La Corte d’appello di Milano ha dato ragione agli 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini che hanno impugnato la sentenza di primo grado emessa a febbraio.
Dopo il sequestro dell’altoforno 1, confermato un mese e mezzo fa dalla Cassazione che aveva rigettato il ricorso dell’azienda, il 27 luglio la Corte ha ordinato all’ex Ilva di Taranto di sospendere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, che non potrà riprendere se prima non verrà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».

Per motivare lo stop alle società Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la Corte spiega che persistono pericoli per la salute pubblica legati al «progressivo ammaloramento dello stabilimento». E puntualizza che «non ha alcuna rilevanza il fatto che i valori limiti di emissioni delle polveri sottili» stabiliti dal decreto legislativo 155/2010 e dalla direttiva europea del 2008, «negli anni non siano stati superati, come pure Ilva ha tenuto ad evidenziare». Perché, come aveva rilevato anche il Tribunale, «nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti, sta a dimostrare che il rispetto dei valori limite emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute».

Nell’area, d’altronde, oltre a grandi quantità di polveri sottili, è ancora accumulato l’amianto che «avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026» se non fosse stato per le continue proroghe concesse all’azienda. Fino al punto che oggi negli impianti risultano ancora presenti «oltre duemila chili di amianto, inglobati nei cowper».
Le giudici milanesi hanno anche parzialmente disapplicato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 che, scrivono, «effettivamente non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue». Al contrario, non è stata accettata la richiesta dei residenti relativa al taglio dei gas serra.

La sentenza della Corte di Appello certifica il fallimento di oltre dieci anni di politiche industriali fondate esclusivamente sui decreti “Salva Ilva” che hanno derogato alle normative ambientali e sanitarie. Dieci anni di governi di tutti i colori.

Il decreto interviene proprio nel momento in cui il governo era prossimo alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico (gruppo indiano Jindal). Mentre il fondo americano Flacks Group ha rilanciato proposta di «una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell’ambiente» con la riduzione di Co2 di oltre il 50% nella configurazione base e fino all’86% con l’impiego dell’idrogeno

 

Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati

Il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano è una crisi confermata dai dati della Fondazione GIMBE. È guidato da un sottofinanziamento cronico, frammentazione regionale e carenza di personale, che spingono milioni di italiani a rivolgersi al privato o a rinunciare alle cure.
Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore. Dover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per sé un’esperienza augurabile a nessuno, oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici. Clicca qui.

 

Il non voto, il primo partito italiano, ha speranze?

Oppure si ha la convinzione a sinistra che chiunque vada al potere, la politica non muti? È un quesito da sorseggiare sulle sdraio, per chi se le può permettere anche al mare. Clicca qui.

 


contenuti 14 luglio 2026

Domanda: Un altro mondo è possibile?
Risposta: Un altro mondo è necessario

Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore.

Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma con i protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. È difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in Piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato.

Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta (Chiapas, Seattle, Porto Alegre). Genova segnò la discesa in campo di una nuova generazione che, dentro il movimento dei movimenti, si riconobbe come una pluralità di storie individuali, di lotte collettive, di culture differenti unita dalla contestazione del modello liberista e dall’affermazione della stretta necessità di un radicale cambiamento in direzione della partecipazione diretta e dal basso per la costruzione di un’alternativa di società.

L’enorme ondata di violenza di Genova non ha fermato il movimento. La repressione aveva un preciso scopo: rompere il patto di collaborazione fra diversi, ovvero spaventare e far tornare a casa le anime più strettamente pacifiste e non violente, spingendo nel contempo le anime più antagoniste alla radicalizzazione delle pratiche. Non ci riuscì, perché, nonostante il trauma, quel movimento crebbe e l’anno successivo, portò a Firenze oltre un milione di persone al Forum Sociale Europeo di novembre.
Oggi, 25 anni dopo Genova, il modello capitalistico è immerso in una pluralità di nodi giunti contemporaneamente al pettine. Clicca qui.

 

Difendiamo il territorio

Torre Milano: assolti gli imputati, resta il nodo della legalità urbanistica
Edificata sulla base di un titolo illegittimo e in contrasto con norme statali fondamentali, ma a carico dei responsabili difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso sia colposo… LEGGI L’ARTICOLO

Entro il 2030 i data center dell’intelligenza artificiale consumeranno quanto il Giappone
Nel 2025, lo studio Onu stima che i data center mondiali abbiano consumato 448 TWh di elettricità: l’equivalente di un paese all’11° posto a livello globale per consumo di energia… LEGGI L’ARTICOLO

Piemonte, sul bando “pulizia fiumi” tecnici e ricercatori chiedono il ritiro del provvedimento
CIRF, CISBA, docenti e ricercatori contestano la Delibera della Giunta Regionale che prevede 94 interventi di estrazione di inerti nei corsi d’acqua piemontesi. LEGGI L’ARTICOLO

Foreste urbane per ridurre l’impatto delle ondate di calore
Raggiungere almeno il 30% di copertura arborea potrebbe diminuire significativamente l’impatto delle temperature elevate nelle città italiane, secondo uno studio condotto dal Cnr-Iret in collaborazione con il College of Environmental Science and Forestry della State University of New York, pubblicato sulla rivista Npj Urban Sustainability…
LEGGI L’ARTICOLO

Incendi boschivi: nel 2025 aumenta la superficie andata in fumo. Necessario investire nella prevenzione
ISPRA aggiorna i dati sugli impatti dei grandi incendi boschivi sugli ecosistemi. Meridione e isole maggiori le aree più coinvolte. Interessata una superficie pari alla provincia di Pistoia. Oltre il 30% della superficie totale bruciata è all’interno di aree protette… LEGGI L’ARTICOLO

Pianificazione urbanistica: legittimo il ritorno a suolo agricolo delle aree edificate e non attuate
Il contenimento del consumo di suolo giustifica l’ampia discrezionalità del comune nella perimetrazione del territorio urbanizzato, senza che rilevino le pregresse destinazioni d’uso o l’avvenuta demolizione di vecchi fabbricati… LEGGI L’ARTICOLO

 

250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti

Modello per eccellenza della democrazia liberale in Occidente. Modello sostenibile?

Il modello socioeconomico si è rivelato in questi 250 anni un vantaggio per gli Usa ma un problema per il pianeta. Gli USA sono il 4,5% della popolazione mondiale e consumano il 40% delle risorse, quasi dieci volte di più di quanto dovrebbero per indice demografico, mentre restituiscono al pianeta il 25% dei rifiuti. Per il Third World Resurgence, “è un modello semplicemente insostenibile: gli statunitensi consumano quasi il 40% delle risorse del mondo e ne recuperano solo l’1%”.
L’insostenibilità si è mantenuta, negli ultimi 80 anni, con il dominio incontrastato del dollaro nel sistema internazionale valutario e in quello degli scambi, in particolare nel mercato energetico globale e nel controllo militare della sfera planetaria tramite circa 800 basi militari disseminate lungo tutti i principali transiti internazionali.

Secondo la Banca Mondiale gli USA contano 40 milioni di poveri, 2 milioni di senza tetto e un’inflazione crescente. Il Paese più ricco produce sempre più poveri e sempre più ingiustizie. Nel Paese dove vive il 41% delle persone più ricche dell’intero pianeta, un terzo della popolazione (107.000.000 di persone) è senza un tetto sicuro e fatica a far fronte alle necessità e un milione e mezzo di ragazzi non hanno accesso all’istruzione secondaria. I fondi pensioni, le assicurazioni e Big Pharma governano il welfare e 14 milioni sono privi di assicurazione sanitaria.
La rappresentazione pagliaccesca di un presidente visibilmente in preda a turbe mentali di natura psicotica rende tutto poco serio, ma non risolve il problema. Un Paese che ha interessi passivi sul debito superiori alla spesa militare (la più alta del mondo, complessivamente pari a quella dei 27 paesi che seguono in graduatoria) non rappresenta un elemento di stabilità e non mette più paura. Il convincimento diffuso è che gli USA siano ormai una superpotenza non più in grado di risolvere una crisi politica o di vincere una guerra; non più capace di rappresentare una soluzione ma di palesarsi ovunque come il problema. Clicca qui.

 

Esiste il “terrorismo della parola”?

Per essere etichettati come “terroristi” sono sufficienti le parole? È quanto prevede l’articolo 270-quinquies.3 del decreto dell’11 aprile 2025, che incrimina la mera detenzione di materiale cartaceo o telematico punibile con la reclusione dai 2 ai 6 anni. Clicca qui.

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli. Una memoria attuale

Una grande assemblea di rappresentanti di movimenti di liberazione, di esuli dalle dittature (quelle di Brasile, Cile e Argentina erano al loro culmine), di giuristi ed economisti internazionali la approvò il 4 luglio 1976 ad Algeri, concependola come necessario completamento e integrazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948. I cinquant’anni da quell’evento, in un mondo ormai diventato “altro”, non sono un tempo di celebrazioni.

La storia ha avuto il genocidio come compagno di strada, quale denominatore comune – ufficialmente innominabile – di tutti i crimini che hanno come obiettivo e come prassi la negazione del diritto all’esistenza di gruppi umani considerati minacce, nemici o ostacoli ai modelli di vita imposti dal potere di turno: i desaparecidos argentini, le popolazioni indigene del Guatemala, la memoria del popolo armeno, del Timor Est, dell’Eelam tamil, dei popoli indigeni del Canada, per citare solo alcuni dei numerosi casi esaminati dal Tribunale Permanente dei Popoli.

Gaza rappresenta oggi l’ultima e più radicale sintesi di questa storia, come testimonia il più recente rapporto sull’“esecuzione” dei suoi bambini. Una situazione doppiamente disumana: per la lucidità della sua pianificazione e della sua esecuzione, e per la perversione della connivenza e dell’alleanza del sistema internazionale degli Stati, alla quale si aggiunge l’impotenza, ormai rassegnata, dei suoi strumenti di controllo. Il «genocidio sempre in corso» è ormai oggetto della cronaca quotidiana. Si direbbe quasi che la volontà, apertamente esibita, di fare del genocidio uno strumento impunito della geopolitica finisca per renderlo un fatto sempre più normale.

Con crescente evidenza, nel corso degli anni, altri crimini – genocidari? contro l’umanità? – colpiscono altri popoli: quello sterminato, visibilissimo e universale dei migranti; quello nascosto e perciò più facilmente ignorato delle vittime registrate nelle statistiche dei morti evitabili, in gran parte bambini, per fame e diseguaglianze; quello delle popolazioni coinvolte in conflitti alimentati anche dal mercato delle armi, come in Sudan; quello delle comunità colpite dalle industrie estrattive nel Congo, ancora una volta con i bambini tra le principali vittime, quello delle “minoranze”, nelle loro più diverse declinazioni, etniche e non solo: i Rohingya, i Curdi, le donne afghane… Clicca qui.

 

Emergenza climatica, sviluppo sostenibile

Record di caldo, oceani sempre più caldi e siccità, i rischi per salute, incendi e risorse idriche

Inquinamento da traffico: non solo scarichi, nuovi rischi per la salute dei bambini

Incendi nell’Artico, una nuova minaccia per la biodiversità globale

Comunità energetiche rinnovabili, dall’Europa le buone pratiche per una transizione più locale e democratica

Inquinamento, disuguaglianze e transizione energetica: chi paga davvero il prezzo dello smog in Europa

Efficienza energetica, al via la nuova edizione di “Italia in Classe A”

 

Sotto attacco l’unico modello referendario di acqua bene comune

Il Forum dei movimenti per l’acqua, componente della società civile schierata da oltre 20 anni a difesa dell’acqua bene comune, è fortemente impegnata in questi giorni per la difesa di Abc (Acqua bene comune), azienda di diritto speciale, contro il progetto ormai svelato del comune di Napoli di trasformarla in società per azioni.

Abc (Acqua bene comune) è l’unica realtà che abbia attuato la volontà referendaria del 2011, quando circa 27 milioni di cittadini si erano espressi contro i processi di privatizzazione dell’acqua e, in generale, dei beni comuni.
Abc è soggetto di diritto pubblico nella cui governance è prevista la partecipazione dei cittadini sia nel consiglio di amministrazione che nel comitato di sorveglianza, il bilancio partecipato ecologico, non orientata al mercato e ai profitti, ma a una gestione finalizzata unicamente al pareggio di bilancio e a reinvestire nell’azienda eventuali utili. Un modello oggetto di studio in tutta Europa che coniuga una sana gestione con la partecipazione, con la consapevolezza che si è in presenza di risorse, infrastrutture e beni pubblici. Questo modello è oggi “sotto attacco”. Clicca qui.

 

Il medico di Gaza Abu Safiya in fin di vita

Il dottore dei bambini di Gaza, è rinchiuso da oltre 18 mesi in una cella del carcere sotterraneo di Rakefet in Israele, in fin di vita: Hussam Abu Safiya, ex direttore del Kamal Adwan Hospital di Gaza. Non c’è più molto tempo. Torturato e abusato quotidianamente; percosso, sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in una cella di isolamento sotterranea, il medico palestinese che non ha commesso alcun reato è praticamente in fin di vita.

Durante la detenzione arbitraria che dura da oltre 18 mesi «senza incriminazione né processo», è stato soggetto ad ogni sorta di violenza Il suo avvocato ha faticato a riconoscerlo l’ultima volta che l’ha incontrato. È urgente pretenderne l’«immediata scarcerazione»! A chiederlo è anche la Commissione d’Inchiesta Indipendente Internazionale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati (parte dello Human Rights Council).
«Il trattamento riservato al dottor Abu Safiya riflette un ampio sistema di violazioni da parte di Israele già individuato dalla Commissione nei suoi precedenti rapporti», si legge nel report.
Numerosi organismi internazionali tra cui lo UN working group on Arbitrary Detention, Amnesty International, diverse Ong ed eurodeputati, lanciano continuamente appelli e campagne per la sua scarcerazione. Il governo italiano tace, la Chiesa italiana (Cei) e il Vaticano tacciono, eccetto la rete dei “Preti contro il genocidio”.

 

Questa foto sarà su tutti i libri di storia

La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante.
Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press all’inizio del 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale. I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collatarali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici. Clicca qui.

 

Moretti in carcere: allora la giustizia è veramente uguale per tutti?

In realtà è “uguale per gli altri”: clicca qui.
Eppure c’è chi sostiene che è un precedente pericoloso per tutti i manager delle aziende. La condanna solleverebbe il timore che i vertici aziendali possano essere ritenuti penalmente responsabili per eventi disastrosi pur in assenza di azioni o colpe dirette e materiali, basandosi esclusivamente sulla loro posizione apicale. In grandi aziende, infatti, per schermarsi delle responsabilità penali, l’amministratore delega gran parte delle competenze tecniche e di sicurezza su sottoposti, privi di capacità di spesa.

Questa preoccupazione dei manager è infondata perché il diritto penale italiano non ammette la responsabilità oggettiva basata puramente sul ruolo gerarchico. Invece afferma che la responsabilità penale è unicamente personale. Infatti, affinché un manager sia condannato per un illecito penale, la giurisprudenza richiede di dimostrare l’esistenza di una sua condotta criminosa, esempio che l’omissione di obblighi manutentivi e le conseguenti calamità ed emissioni inquinanti sono dovute alle sue esclusive e consapevoli scelte di mancati investimenti per favorire la crescita dei profitti o altri interessi.

La norma giuridica è chiara, l’applicazione talvolta controversa. Emblematico è il caso dei processi per la Solvay di Spinetta Marengo: caso che fa scuola e andrà seguito nel prossimo futuro. Nel primo processo il PM individuò tra gli imputati i vertici della multinazionale, nel secondo (altro PM) si è ridotto a due meri direttori esecutivi vincolati dai limiti di spesa. Anzi, nel primo processo il reato imputato fu di pesante dolo, nel secondo (in corso) è di leggera colpa, pur se aggravato addirittura dalla reiterazione.

 

Brandello di giustizia per la strage di Viareggio

Definitiva condanna e carcerazione della figura apicale della strage ferroviaria, Mauro Moretti, ex Ad di Rfi, ex Ad della Holding Fs ed ex Ad di Finmeccanica-Leonardo, dopo 17 anni, 7 gradi di giudizio, 220 udienze. 12 i condannati a pene lievi nonostante le gravi e pesanti responsabilità sulla strage, prevista e annunciata! Condizioni di lavoro e sicurezza che i ferrovieri hanno sempre denunciato! Una strage causata dalla politica di abbandono sulla sicurezza nel trasporto merci, per pendolari e non solo; per aver “risanato” risparmiando in questi comparti in favore dell’Alta velocità. Oltre ad aver criminalmente omesso e violato le più elementari norme di sicurezza.

La strage di Viareggio è avvenuta il 29 giugno 2009 e ha causato 32 morti e decine di feriti gravi. La tragedia fu causata dal deragliamento di un treno merci carico di GPL nei pressi della stazione cittadina, e provocò una devastante esplosione e un vasto incendio nell’area circostante.

 

Assoluzione salva Bayer

Il glifosato è l’erbicida classificato come cancerogeno nel 2015 dall’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Lione. La Corte Suprema americana, con sette voti a favore e due contrari, ha di fatto fermato almeno una parte delle cause che oltre 65.000 cittadini hanno intentato contro la Bayer, azienda tedesca che nel 2018 ha acquisito la Monsanto e, con essa, il suo prodotto di punta Roundup, a base di glifosato.
I querelanti ritengono di essersi ammalati di tumore per l’esposizione alla sostanza. Il pronunciamento non dovrebbe comunque interferire con un accordo raggiunto lo scorso mese di febbraio in Missouri, secondo il quale l’azienda spenderà 7,25 miliardi di dollari in risarcimenti da versare annualmente per un massimo di 21 anni a migliaia di persone.
Clicca qui Il Fatto Alimentare.

 

Secondo il governo la caccia ora “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”

Il Senato dà il via libera al disegno di legge che ridisegna le regole dell’attività venatoria in Italia: più poteri alle Regioni, scontro aperto con le associazioni ambientaliste (ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU-Birdlife Italia e WWF Italia) e con l’Unione Europea per le violazioni delle Direttive Uccelli e Habitat in particolare in relazione all’estensione della caccia fuori stagione, all’indebolimento del parere scientifico di ISPRA, all’uso di visori ottici, alla liberalizzazione dei richiami vivi con rischi di bracconaggio e traffici illegali. Entusiasmo, invece, di Federazione italiana della Caccia, Coldiretti e Confagricoltura.

Anche i terreni di proprietà di enti pubblici e demaniali potranno essere destinati alla caccia. Tra i divieti eliminati si annovera anche quello di caccia nei pressi dei valichi montani attraversati dalle rotte migratorie di uccelli dove la proibizione sarà attiva solo in determinati periodi dell’anno. In generale, non è più previsto un calendario venatorio valido per tutta l’Italia.
Possibilità di cacciare gli ungulati e i cinghiali su terreni coperti in tutto o nella maggior parte di neve. La caccia ai cinghiali, anziché la loro migrazione, rischia di amplificare la circolazione del virus della peste suina. Cacciabili l’oca selvatica e il piccione di città. Assenza di limiti alla detenzione di esemplari nati e allevati in cattività. Il lupo viene eliminato dall’elenco delle specie particolarmente protette.

 

Sfatiamo il tabù che il capo dello stato debba essere di sinistra

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica la Presidenza della Repubblica (per sé o per Ignazio Benito La Russa) in quanto “in Italia ci sono stati solo presidenti di sinistra”. In realtà, dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di sinistra è stato Sandro Pertini. Tre erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini. Leone fu eletto con il contributo dei parlamentari dell’MSI. Scalfaro era un classico DC. Ciampi un super tecnico. Saragat, socialdemocratico, fu posto come spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI. Cossiga fu sottoposto dal Pci a procedura di messa in stato d’accusa, accusato di “attentato alla Costituzione”. Il secondo mandato di Napolitano fu votato da praticamente tutto il Parlamento, compreso il Pdl che non lo aveva votato al primo mandato, così come il secondo Mattarella non fu votato solo da Fratelli d’Italia.
Comunque, i 12 presidenti si dichiararono antifascisti. Come da Costituzione. Sostennero l’intangibilità dei valori costituzionali e della democrazia parlamentare. Valori che questa destra di Almirante non sembra garantire.

 


contenuti 24 giugno 2026

Solvay sogna (?) il delitto perfetto

Come è dichiarato col termine “ecocidio” l’acclarato disastro sanitario e ambientale internazionale dei Pfas, così anche in Italia definiamo “ecocidio” il rilevamento degli “inquinanti eterni” – tossici e cancerogeni: tiroide, fegato, sistema immunitario, infertilità, tumori ecc. – nel 79% dei campioni di acqua potabile indagati (Greenpeace) in pressoché tutte le Regioni, con due epicentri drammatici: Veneto e Piemonte con centinaia di migliaia di persone coinvolte, morte o ammalate o a rischio. E proprio a Vicenza e Alessandria i tribunali hanno in mano le sorti dei rispettivi territori, anzi addirittura della messa al bando dei Pfas in Italia.

L’udienza penale più prossima, contro Solvay, è presso il GUP di Alessandria il 25 giugno. “L’Indipendente” titola: “Solvay sogna il delitto perfetto: solo una multa per aver devastato un territorio”.
https://www. lindipendente.online/2026/06/ 21/solvay-sogna-il-delitto- perfetto-solo-una-multa-per- aver-devastato-un-territorio/

In Alessandria, PM e GUP dovranno concordare se far proseguire il processo (il secondo) cercando (questa volta) un minimo di giustizia oppure se concluderlo con il colpo di spugna di un ancor più scandalizzante patteggiamento. In ogni caso, Comitati e Associazioni sono determinati ad avviare cause collettive in sede civile: class action inibitoria per fermare le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo e class action risarcitoria per indennizzare le Vittime.

In Veneto, contro Miteni, il primo processo, giusto un anno, fa si era concluso secondo giustizia penale: con condanne di dolo (fino a 17 anni di reclusione), ma inevitabilmente senza risarcimenti per le Vittime: perciò Comitati e Associazioni avviano class actions collettive in sede civile. Contro chi? Anche contro Solvay?

C’è un cordone ombelicale che lega i due processi. Come lega la storia dei due territori: entrambi rientrano, secondo gli studiosi, nell’espressione “zone di sacrificio” https://www. leparoleelecose.it/tossicita- voci-saperi-e-conflitti-in- una-zona-di-sacrificio/ : la salute di un territorio sacrificata al profitto.

Miteni di Trissino è stata “zona di sacrificio”, lo è definitivamente. Solvay di Spinetta Marengo è stata “zona di sacrificio”, è tuttora “zona di sacrificio” (https://www.orthotes.com/ tossicita/, però l’ecocidio ad Alessandria può essere fermato.

 

Esclusivo. Una nuova inchiesta sulla sentenza Miteni

Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.

Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flusso entra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.

Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni, ma chi governava il ciclo che conosceva doloso era Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana.

Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.

“La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».

A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.

Nella prima puntata ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza. ESCLUSIVO clicca qui . Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.

La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi [Solvay] fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento.

E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.

 

Pronta la class action in Veneto

In sede penale le Vittime, morti e ammalati, non hanno la possibilità di risarcimenti correlati alle patologie subìte. Per l’inquinamento da Pfas nelle province di Vicenza, Padova e Verona, in sede civile, comitati e associazioni sono pronte a una class action collettiva per chiedere risarcimenti per le 350mila persone residenti nelle zone.

Nel documento legato alla class action risarcitoria, denominato “Pfas Action”, si legge che “sebbene il processo penale si sia concluso con le condanne a 140 anni di reclusione totale, una vasta parte della popolazione colpita è rimasta esclusa dal risarcimento o dalla possibilità di costituirsi parte civile”. In sede civile si rimedierà all’ “ingiustizia”.

Questa class action si somma ad una già lanciata mesi fa da uno studio legale e che metterà insieme non solo le parti civili ma sarà aperta a tutti.

Cause simili negli Stati Uniti, e anche in Australia recentemente hanno portato a richieste di miliardi di dollari.

 

Esami all’estero se vuoi controllare i Pfas

Voli gratuiti, alloggio pagato e screening del sangue a Bruxelles per le donne in età fertile. È la concreta iniziativa lanciata dall’eurodeputata di Europa Verde, Cristina Guarda, per sopperire a una grave mancanza del sistema sanitario italiano: l’impossibilità di accedere gratuitamente a esami specifici per rilevare la presenza di TFA (acido trifluoroacetico) e altri PFAS nel sangue, sostanze ritenute altamente nocive per la fertilità e lo sviluppo fetale.

L’iniziativa ha già coinvolto circa trenta donne – tra mamme, donne in gravidanza e giovani che pianificano una maternità – provenienti dalle aree contaminate del Veneto ma anche da altre regioni d’Italia.

I dati ematici raccolti, nel pieno rispetto della privacy, verranno aggregati e analizzati da un team di epidemiologi di fama internazionale. Tra questi figura il dottor Philippe Grandjean, l’esperto danese che ha definito i PFAS «il nuovo amianto» e che ha già testimoniato in aula al processo contro gli imputati del disastro ambientale della Miteni di Trissino.
Perché viaggiare fino a Bruxelles? Perché in Italia non ci sono laboratori che fanno questo tipo di analisi a tutti: sono gratuite o a pagamento solo per chi è sottoposto al biomonitoraggio.

 

Il cittadino boccia il sindaco che non tutela la salute

Quando ha sottoscritto con Solvay il patteggiamento, col quale revocava la parte civile del Comune di Alessandria dal processo penale, scatenandosi addosso dalla bocca di Comitati e Associazioni ambientaliste una bufera di sarcasmi (i trenta denari… per tagliare l’erba nei cimiteri), avevamo commentato che il sindaco Giorgio Abonante si era giocato le residue probabilità di essere rieletto.

D’altronde, era già stato al centro di aspre critiche per non aver agito contro Solvay quale massima autorità sanitaria locale, anzi, per tali giudizi aveva querelato Lino Balza per presunta diffamazione. Ora, aveva aperto addirittura la strada a Regione e Governo per un patteggiamento globale che salvava la multinazionale belga dalle condanne penali.

Oggi, la previsione sul futuro politico di Giorgio Abonante, bocciata anche in CGIL, è confermata dal “playbook” realizzato da “LAB 21”, direttore Roberto Baldassari. L’apprezzatissima società di consulenza strategica integrata, in partnership con il settimanale Il Piccolo, fa una lettura comparata del capitale politico delle amministrazioni di Alessandria, Acqui Terme, Casale Monferrato, Novi Ligure, Tortona e Ovada.

Anche Abonante supera (92,7%) la media italiana della visibilità, ovvero della notorietà fra i cittadini. E proprio qui casca l’asino, quando si passa dalla conoscenza alla fiducia, dal dominio dello spazio mediatico al consenso. La notorietà non fa che amplificare il malcontento della cittadinanza. Abonante, infatti, registra una fiducia del 34,5%, cioè una distanza abissale tra iper-notorietà e approvazione del suo operato fra i cittadini: innanzitutto per la tutela della salute. Il cittadino, che individua nel sindaco la prima autorità sanitaria del territorio, pretendeva atteggiamenti attivi per l’emergenza del polo chimico della Fraschetta, piuttosto che fare fronte comune con la destra in Regione.

In conclusione, nel dossier di LAB 21, la matrice diagnostica della legittimazione, che incrocia il livello di fiducia con l’intenzione di voto, pone Abonante in zona rossa: fuori della partita delle elezioni 2027 con appena il 32,1% di elettori disponibile a votarlo.
Ma l’elettorato vuole un reset radicale, non solo del primo cittadino. Il messaggio è chiaro alla coalizione, che si è retta sull’asse PD-Cinquestelle (peraltro gli ex grillini sono in crisi in tutta la provincia), e alla quale si sarebbe avvicinata AVS. Invece, il potente segretario PD alessandrino Rapisardo Antinucci, spalleggiato obtorto collo dal consigliere regionale Domenico Ravetti, ripropone la vecchia guardia locale attorno ad Abonante: “Per noi la conferma di Giorgio è una prospettiva naturale”. Anche se a Torino è già stato discusso l’“Amoveatur ut promoveatur”, clicca qui. Agli utili alleati il monito: o mangiate la minestra o saltate dalla finestra delle primarie.
L’analisi di LAB 21 è stata solo il primo tassello scientifico e editoriale, al quale seguiranno due focus dedicati ai consiglieri e assessori regionali del territorio, nonché ai deputati eletti in provincia. Ora sono tutti sul chi vive.

 

L’Arpa è imparziale con Solvay?

Non è l’ennesima nostra polemica nei confronti dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale, ma è la domanda che è stata rivolta da più parti e alla quale il direttore regionale Secondo Barbero ha rassicurato Radio Gold sulle misure adottate a maggio dall’Arpa a fronte della controversa nomina di Miriam Arca a direttrice dello stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo (https://www.rete- ambientalista.it/2026/05/02/ la-strategia-solvay-di- occupare-le-istituzioni-passa- anche-dalla-strategia- dellimmagine/). Il marito della direttrice, infatti, è dipendente dell’Agenzia nel ruolo di chimico “inserito in un dipartimento che riguarda due province, quella di Alessandria e quella di Asti, non solo del sito di Spinetta”.

Le misure adottate riguardano l’astensione completa del dipendente da qualsiasi attività collegata al sito Solvay di Spinetta Marengo. E non soltanto per quanto riguarda i rapporti con la società coinvolta, ma anche rispetto a tutti i procedimenti e alle attività riconducibili a quell’ambito. È stato inoltre disposto il divieto di accesso alle informazioni e alla documentazione inerente tali pratiche.

“Non ci sono mai stati momenti di conflitti di interesse con il dipendente della nostra agenzia” rassicura Barbero “Da maggio, abbiamo infatti attivato tutte quelle riorganizzazioni necessarie a consentire un’indipendenza tra le attività di Arpa di controllo, di vigilanza e di gestione amministrativa verso questo impianto rispetto alle attività svolte da questa persona che, quindi, non riguardano lo stabilimento di Spinetta Marengo, né dal punto di vista tecnico, né dal punto di vista amministrativo e neanche nella disponibilità di informazioni riservate che potrebbero in qualche modo non determinare una imparzialità della nostra agenzia nelle funzioni che svolgiamo”.

“Da quando siamo venuti a conoscenza della nomina a direttrice della dottoressa Arca, il primo maggio,  abbiamo attuato queste azioni. Ripeto: il marito non sarà assegnato ad attività di analisi che hanno un collegamento con quelle che Arpa svolge verso il sito in questione”. “Prima di maggio se ne occupava nelle sue attività ordinarie sì, ma non in maniera prioritaria. Però, da maggio il rischio di conflitto di interesse era concreto e quindi era opportuno adottare queste azioni che ho spiegato”. “Quando siamo venuti a conoscenza di questa evoluzione degli incarichi ci siamo mossi in maniera preventiva proprio per sgomberare il campo da qualunque dubbio sull’imparzialità e sull’azione della nostra agenzia”.

Ma l’azione dell’Arpa non sembra propriamente “preventiva”. Prima del maggio 2026, infatti, Miriam Arca aveva lavorato per venti anni (dal 1999) nel sito alessandrino, passando per ruoli come Manufacturing Excellence Change Agent e Area Manager (a prescindere che negli ultimi due anni aveva diretto il sito Syensqo di Ospiate, frazione di Bollate). Eppure, secondo Barbero, per quei due decenni “Non esistevano i presupposti per ipotizzare conflitti di interesse”. Anzi, “Non posso escludere a priori che non ci siano altri dipendenti di Arpa Piemonte che abbiano delle parentele con persone che lavorano in Solvay Syensqo”. Non sarebbe opportuno verificarlo, Secondo Barbero?

 

L’Osservatorio Ambiente… che non si occupa di Solvay

La Commissione (neppure lontana parente dell’”Osservatorio ambientale della Fraschetta” del 16 luglio 1988) è guidata dal sindaco di Alessandria Giorgio Abonante e presieduta da Adriano Di Saverio e dall’assessore all’Ambiente Daniele Coloris. Ne fanno parte esperti e tecnici di Arpa Piemonte Sud Est, Asl Al, Direzione Ambiente della Provincia, Amag Reti Idriche e Ambiente.

In precedenza, avevamo fatto sarcasmo (clicca qui) sull’annuncio dell’Osservatorio: “Scatta la bonifica delle discariche nella Fraschetta”. In realtà una bonifica giammai riferita alla questioncella della Solvay bensì al problemone de “gli interventi contro le discariche abusive, rimozione dei rifiuti abbandonati, ripristino dello stato dei luoghi a Spinetta Marengo, in particolare rifiuti ingombranti e indifferenziati, macerie da scarico, materiale isolante e ondulina catramata, eventuale amianto”.

Ebbene, l’Osservatorio Ambiente è reintervenuto a giugno 2026 “per analizzare le principali problematiche ambientali del territorio e individuare strumenti e strategie per migliorare la qualità dell’ambiente urbano e della vita dei cittadini”. In particolare, di nuovo: “Rafforzare i controlli contro l’abbandono illecito dei rifiuti. L’Osservatorio ha riconosciuto i progressi compiuti grazie al ripristino dei servizi di ispezione ambientale presso Amag Ambiente e il Comando di Polizia Locale, oltre all’introduzione di strumenti tecnologici come le fototrappole. Nonostante i risultati ottenuti, i componenti dell’organismo ritengono necessario incrementare ulteriormente le attività di controllo e monitoraggio, favorendo così una presenza sempre più capillare ed efficace sul territorio per contrastare i comportamenti scorretti che incidono sul decoro urbano e sull’ambiente”.

Inoltre, tra le azioni che saranno seguite dalla Commissione nei prossimi mesi figura anche lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) e l’avvio del consueto pleonastico studio epidemiologico sulla Fraschetta, recentemente approvato e finanziato dal Comune di Alessandria in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale.

 

Pfas nel vino

Per i vigneti del Monferrato alessandrino (Barbera, Gavi, Grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.

Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).

Isde-Medici per l’ambiente stimano che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).

Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.

Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.) e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.

 

Pfas nel cibo

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nei mangimi è una delle principali vie di contaminazione della catena alimentare. I limiti massimi sono regolamentati per gli alimenti di origine animale (come carne, pesce e uova), mentre per i mangimi ci si limita ad applicare raccomandazioni di monitoraggio europeo per limitare il bioaccumulo.

I mangimi (compreso il pet food) non contengono PFAS come ingredienti intenzionali, ma possono esserne contaminati.

I mangimi sono contaminati da terreno e foraggio attraverso l’uso di fanghi di depurazione o l’irrigazione con acque sotterranee contaminate, da bovini, avicoli e suini che assorbono i PFAS direttamente dall’acqua, da farine di pesce e mangimi ittici, dal contatto con imballaggi plastificati/impermeabili usati per gli animali domestici.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata in video da Lino Balza

Puntata 29. Vediamo se possiamo comprare Balza.
Clicca qui la trascrizione.

 


contenuti 10 giugno 2026

Ad Alessandria, di nuovo un delitto perfetto contro l’ambiente e la salute?

Un delitto viene definito perfetto quando il crimine è consapevolmente ideato per essere commesso senza lasciare alcuna prova, oppure per essere risolto dai tribunali con un nulla di fatto: o archiviato senza colpevoli o coperto con pene cosmetiche.

Quest’ultimo è proprio il caso del delitto perfetto contro l’ambiente (e la salute, di conseguenza): compiuto tramite un’azione inquinante e distruttiva pianificata per eludere completamente la legislazione vigente. Possiamo riferirci ad Alessandria, all’area denominata Fraschetta, al sito produttivo chimico di Spinetta Marengo, alla compromissione significativa e misurata -dalle indagini- di acque, aria, suolo, flora, fauna e, sopra tutto, della salute di una popolazione di lavoratori e residenti. ***

Nello specifico della Solvay (Syensqo) di Spinetta Marengo, nel PRIMO PROCESSO (2015) la procura della repubblica aveva incriminato -i massimi vertici aziendali- per disastro ambientale: avvelenamento doloso delle acque (art. 439 c.p.), con reclusione non inferiore ai 15 anni, ravvisando l’alterazione irreversibile dell’ecosistema, la sua attenuazione particolarmente onerosa, e l’offesa alla pubblica incolumità per numero di persone ed esposizione. I faldoni dell’accusa riempivano una stanza di documenti sequestrati e intercettazioni. Tuttavia, il tribunale aveva, delitto perfetto, derubricato il dolo con condanne per disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi con i benefici di legge per tre marginali direttori di stabilimento).

La Cassazione (sentenza 2020), rendendo definitive le condanne, nelle motivazioni ha stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda: “Il danno ambientale dev’essere risarcito mediante l’adozione di misure di ripristino delle risorse naturali danneggiate, attraverso la strada della riparazione ‘primaria’, ‘secondaria’ e ‘compensativa’”. Ciò non è avvenuto, anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, ha approfittato dell’inerzia del ministero dell’ambiente e non ha provveduto alla bonifica.

La multinazionale si è sempre limitata a compitare alcuni “piani di caratterizzazione” che non hanno mai portato alla bonifica, né del sito interno, né soprattutto dei terreni esterni inquinati dalla fuoriuscita dei composti chimici in aria e acque. Nessuno di questi piani ha riguardato la famiglia dei Pfas, prodotti e utilizzati dagli anni Ottanta, ma minimamente le altre sostanze “storiche” (prodotte dagli anni Sessanta) come cromo esavalente, cloroformio ecc. Anzi, il monitoraggio Arpa continua a confermare la presenza in aria di cC6O4 e Adv (soprattutto alla centralina della via principale di Spinetta).

Su queste basi, si è avviato e continuamente rinviato il SECONDO PROCESSO. Di nuovo un delitto perfetto? Di nuovo lo strapotere dei soldi? Il prossimo 25 giugno, alle ore 10, nell’aula (dalle pareti che sembrano bombardate) del tribunale di Alessandria (definito dal presidente Paolo Rampini “il peggior tribunale del Piemonte”), si terrà l’udienza che potrà mettere una pietra miliare o tombale al processo.

*** Al caso nazionale del disastro sanitario e ambientale di Spinetta Marengo sono dedicati approfonditi capitoli in 3 volumi (work in progress) di “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia (disponibile a chi ne fa richiesta).

 

Solvay tenta il delitto perfetto con i giudici dell’udienza preliminare

Lo sconcertante Gup Andrea Perelli, che già aveva clamorosamente escluso Lino Balza quale parte civile, era riuscito a trascinare per quasi due anni l’Udienza Preliminare. È stata finalmente ripresa dalla subentrante Arianna Ciavattini.

Nell’udienza del 4 giugno 2026 gli avvocati di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva e Riccardo Lucev, a sorpresa hanno chiesto la derubricazione dell’ipotesi di reato: declassandola dal già blando disastro ambientale colposo (1 anno e 8 mesi fino a 5 anni di reclusione) a inquinamento ambientale colposo (da 8 mesi a 4 anni, ovvero multa). Lo critichiamo (eufemisticamente) “blando” in quanto avevamo depositato alla sconcertante Procura, allora presieduta da Enrico Cieri, ben 11 esposti (clicca qui) a riprova del disastro ambientale doloso (dolo: volontà di inquinare di Solvay, fino a 15 anni di reclusione).

Il 4 giugno, il nuovo pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme ha immediatamente respinto la richiesta di derubricazione, che a noi è apparsa addirittura scandalosa, diciamo: indecente.

L’inquinamento ambientale colposo è un reato lievissimo: non ci sarebbe stata – dice Solvay – da parte sua volontà di inquinare ma “semplicemente negligenza, imprudenza o imperizia: il danno – “1° elemento chiave” – “non è grave ma circoscritto e reversibile nel tempo” “grazie a interventi di bonifica” (che essa ritiene già abbondantemente avviati).

Dunque, secondo quel che dice Solvay, NON saremmo in presenza di disastro ambientale colposo in quanto Solvay “NON altererebbe l’ecosistema in modo durevole, rilevante e sostanziale, NON rendendo il ripristino particolarmente complesso o impossibile. Soprattutto, – “2° elemento chiave” – Solvay “NON starebbe esponendo a pericolo la pubblica incolumità e la salute della popolazione”.

I due paradossali “elementi chiave” escluderebbero la fattispecie del disastro, secondo Solvay.

 

Solvay ci tenta con il governo

Nell’udienza Gup del 4 giugno, Solvay ha chiesto la “derubricazione” (attenuazione) del reato, subito negata dal PM, sostenendo candidamente non c’è stata volontà di inquinare bensì semplice negligenza, non c’è un disastro e nessun danno alla salute pubblica.  Per “avvalorare” i paradossali “elementi chiave”, Solvay contava di patteggiare l’uscita dal processo delle “due parti civili chiave”: la regione Piemonte e soprattutto il Ministero dell’ambiente. Con i quali, però, non è -ancora- riuscita a concludere le transazioni politicamente importanti che le favorirebbero comunque di sgusciare quasi indenne dal processo per disastro colposo. Assai scarso peso, infatti, hanno i trenta denari mercanteggiati con un sindaco che si è giocato la rielezione, con le associazioni non rappresentative tipo Medicina democratica, e con il gruppo di persone fisiche con cognomi stranieri e senza Vittime tra i famigliari).

Di fronte al disastro sanitario e ambientale di Alessandria, un patteggiamento serio con un ministero serio sarebbe “mission impossible”, se non che al dicastero c’è un Tom Cruise che risponde al nome di Gilberto Pichetto Fratin. Con lui, è assolutamente impensabile che si ripeta l’accordo per lo stabilimento di West Deptford (New Jersey) col quale nel 2021 Solvay ha dovuto eliminare l’uso dei PFAS (i cosiddetti “forever chemicals” che non si degradano mai nell’ambiente e nel corpo umano) ed è stata costretta ad una transazione da 393 milioni di dollari. O ve lo immaginate voi il pacioso (coi ricchi inquinatori) ministro che impone a Solvay 1,2 miliardi di euro come in Australia? Clicca qui.

 

La popolazione si ribella

Contro le transazioni di Solvay con governo e regione, contro questa scandalosa vendita della salute della popolazione, cioè contro l’ipotesi di patteggiamento fra Procura e Solvay, il 4 giugno davanti al tribunale stavano gridando gli striscioni del presidio dei comitati e delle associazioni (e Alleanza Verdi Sinistra): “Ce l’ho nel sangue”, “Giustizia per Spinetta e tutta la Fraschetta”, “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano”, “Stop Solvay”, “Chiudere le produzioni inquinanti”, “Le istituzioni non patteggino, ma vadano avanti con il processo”, “La Regione non accetti accordi economici con Syensqo”, “Non esiste assegno che possa compensare anni di contaminazione, Pfas nel sangue, preoccupazioni per la salute, sofferenze e perdita di fiducia nelle istituzioni“. Particolare bersaglio: la Regione Piemonte e il suo assessore “imbonitore” Federico Riboldi: per l’ambigua disponibilità al patteggiamento mascherata da presunta dismissione di produzione Pfas (C6O4).

Non solo l’invalicabile “no patteggiamento”, in più gli avvocati d’accusa annunciano in piazza di voler derubricare il reato: ma non al ribasso come voleva la difesa Solvay: bensì da disastro ambientale colposo (1,8-5anni) a disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione).

 

Ultimo atto all’Udienza Preliminare del 25 giugno

Non è prevedibile che, nella prossima udienza del 25 giugno, il reato venga derubricato, come chiedono avvocati dell’accusa, addirittura in disastro ambientale doloso. (>15 anni di reclusione). Tutti, però, si attendono che Pubblico Ministero e Giudice dell’Udienza Preliminare negheranno il Patteggiamento. Il PM, infatti, ha decisamente riconfermato il reato di disastro ambientale colposo, caratterizzato da consapevolezza di delinquere a danno dell’incolumità pubblica. Dunque, sarebbe inconcepibile non avviare il procedimento penale stroncandolo con un patteggiamento.

Dunque, il PM Enrico Arnaldi di Balme dovrebbe rifiutare di concordare con Solvay il delitto perfetto dell’inammissibile patteggiamento: il quale evita il dibattimento (il processo in aula), fa lo sconto della pena fino a un terzo, estingue il reato, sentenza non appellabile, benefici accessori. Insomma, un colpo di spugna sui diritti delle Vittime.

Dunque, qualora la procura inspiegabilmente (per pretestuoso avallo del governo?) proponesse il patteggiamento, la gup Arianna Ciavattini dovrebbe rifiutarlo: dovrebbe non ratificare il delitto perfetto ma far proseguire il processo. Perché il patteggiamento è un rito speciale del processo penale italiano: previsto per reati minori. Si può definire, senza scandalizzare, il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: un reato minore?

Analogamente per il rito abbreviato. Sarebbe un altro delitto perfetto. Al rifiuto di patteggiamento, infatti, Solvay, considerando una GUP morbida, potrebbe giocare (entro il 10 giugno?) questa carta che consente il “salto secco” del processo vero e proprio: di saltare il tribunale e, senza dibattimento di prove e testimoni, di lasciare decidere alla improvvisata GUP il caso “allo stato degli atti”, basandosi cioè solo sulle prove raccolte dal Pubblico Ministero durante le indagini. Altro iniquo privilegio è che il rito abbreviato garantisce un grosso sconto di pena: di un secco 1/3 e di un aggiuntivo 1/6 rinunciando Solvay all’appello. Un bel colpo di spugna.  Inoltre, impedirebbe – delitto perfetto – che le parti civili chiedano il pericolosissimo reato di disastro ambientale doloso come nuovo capo di imputazione.

Concludendo. Per il 25 giugno, grosse responsabilità gravano sulle spalle di PM e GUP. La Cassazione aveva stabilito che il polo chimico avrebbe dovuto fermarsi per impedire che i veleni finissero in falda.  Ciò non è avvenuto per i veleni storici (cromo esavalente, cloroformio ecc.) anzi, Solvay ha potenziato le produzioni di Pfas e l’inquinamento aria-acqua-suolo, e non ha provveduto alla bonifica, tant’è che le centraline Arpa continuano a confermare la presenza in aria di pfas cC6O4 e ADV, e in acqua perfino del dismesso PFOA. Neppure PM e GUP possono, per il ruolo svolto da Solvay: es. smaltimento gessi, ignorare il Geoportale Pfas della Regione Piemonte. Tanto meno le valutazioni IARC riguardanti le implicazioni cliniche dei Pfas. Clicca qui.

 

Le sostanze eterne e il loro ruolo cancerogeno

Sono state fondamentali le valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC/OMS) riguardanti i Pfas: le implicazioni cliniche, i meccanismi di cancerogenesi, il contesto italiano. Clicca qui.

 

Solvay, la nostra lotta continua

L’avvocato Guido Carlo Alleva, il 26 settembre 2024 uscendo dall’aula della sconcertante udienza del Gup m’aveva strizzato con beffardo occhio: “Balza, non sospetti un complotto” (per essere stato l’unico escluso come parte civile). E, famoso anche come produttore enologo, aveva messo da parte il miglior chardonnay: il “Guido Alberto”. Lo spumante è pronto da stappare, per festeggiare, il prossimo 25 giugno, il delitto perfetto in sede penale, con un brindisi di lusso assieme al nuovo CEO belga Syensqo Mike Radossich e a Rosemary Thorne, presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Solvay. Troppe bollicine. Troppo ottimismo. Anche perché i Comitati e le Associazioni hanno preparato in sede civile le class action. Clicca qui.
LA CLASS ACTION INIBITORIA PER SPINETTA EQUIVALE ALLA MESSA AL BANDO DEI PFAS IN ITALIA (e non solo).

 

Un governo serio

Il governo australiano ha intentato causa, la più grande mai promossa, contro la statunitense 3M, nota per la produzione di una infinita quantità di beni di uso quotidiano (cosmetici, farmaci, padelle antiaderenti, schiume antincendio eccetera) a base dei tossici e cancerogeni Pfas.  In particolare, ha chiesto un risarcimento di 2 miliardi di dollari australiani (1,2 miliardi di euro) per l’utilizzo degli inquinanti eterni nelle schiume antincendio che hanno contaminato 28 basi militari in tutto il paese. La 3M ha comprato dall’estero (dall’Italia?) e venduto prodotti con Pfas omettendo e fornendo informazioni false riguardo al loro impatto ambientale, assicurando che fossero sicuri, pur sapendo il contrario. Oltre ai danni ecosanitari, più di 1 miliardo di dollari è costato ai contribuenti finora per indagare, bonificare e mitigare la contaminazione.

La 3M ha già affrontato innumerevoli cause legali da parte di governi e municipalità in tutto il mondo.

La contaminazione da “forever chemicals” PFAS in Australia è un’emergenza nazionale per l’ampia diffusione dei PFAS (fino a 45 tipologie diverse) nei tessuti degli animali, inclusi i piccoli marsupiali che fungono da sentinelle per l’intero ecosistema. Il nostro ministro all’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, si è detto tranquillo perché la nostra fauna selvatica non comprende canguri e koala. (A dirla tutta, almeno un Koala c’è: è la Lista della Rete Ambientalista il cui invio ogni anno rischia l’estinzione).

 

Inquinamento Pfas lungo la Pedemontana

La Procura di Vicenza ha chiesto il rinvio a giudizio per 12 tra manager, amministratori e tecnici del Consorzio SIS e della concessionaria SPV accusati di inquinamento ambientale e omessa bonifica nei cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta.  L’indagine ruota attorno all’utilizzo di additivi chimici contenenti PFBA, un composto della famiglia dei PFAS. Il PFBA è stato impiegato come accelerante nel calcestruzzo proiettato per la realizzazione delle gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Le analisi di ARPAV hanno rilevato una significativa contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nell’area.

È in corso un ulteriore filone d’inchiesta sulla gestione delle terre e rocce di scavo. Circa 3 milioni di metri cubi di materiali, contenenti quantità di PFBA superiori ai limiti di legge, sono stati smaltiti o movimentati in oltre 20 siti dislocati tra le province di Vicenza e Padova.

L’acido perfluorobutanoico (PFBA) è un composto per- e polifluoroalchilico (PFAS) a catena corta, impiegato in alcuni processi industriali e presente anche come prodotto di degradazione di altri PFAS. E’ uno dei contaminanti principali rilevati nelle acque di falda, associato ai processi di produzione e degradazione dei fluoropolimeri industriali, dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo.

Contrariamente a quanto asserito da Solvay, le evidenze disponibili, secondo l’Environmental Protection Agency statunitense e il Minnesota Department of Health, indicano le gravi patologie su tiroide, fegato e sviluppo, ma anche per neurosviluppo, quoziente intellettivo, immunotossicità, tumori e salute riproduttiva e materno-fetale.

 

Progetto università di Genova per i Pfas

Il Dipartimento di chimica e chimica industriale – DCCI dell’Università di Genova presenta un progetto di ricerca, sviluppato in collaborazione con AmSpec Italia e CONOU, dedicato alla realizzazione di dispositivi analitici in carta per il rilevamento in-situ di PFAS, composti chimici artificiali usati in molti prodotti industriali e di uso quotidiano, altamente resistenti e quasi indistruttibili nell’ambiente (detti anche forever chemicals).

L’iniziativa rappresenta un momento di confronto tra università, imprese e istituzioni su temi di grande attualità, legati alla sostenibilità e alle tecnologie per l’analisi ambientale. Al centro dell’incontro, le attività di ricerca condotte dal DCCI e le prospettive applicative sviluppate insieme ai partner industriali.

La Liguria è una delle regioni con maggiore diffusione della contaminazione da Pfas nelle acque potabili. Conseguenza dell’inerzia delle Amministrazioni. Secondo il rapporto “Acque senza veleni” di Greenpeace, la regione registra la presenza di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche in tutti gli 8 campioni analizzati, posizionandosi tra le aree più critiche d’Italia.

A Genova, i livelli di Tfa (acido trifluoroacetico) raggiungono il massimo di 126,4 ng/L, il dato più alto regionale, mentre il parametro “Somma di Pfas” tocca i 13,8 ng/L, collocando il capoluogo al quinto posto tra i comuni liguri monitorati.

Nella classifica regionale, Rapallo registra il valore più alto per il parametro “Somma di Pfas”, con 28,6 ng/L, seguito da Albenga (25,7 ng/L) e Sarzana (25,6 ng/L). Il dato relativo al Pfoa (acido perfluorottanoico) pone invece Rapallo al primo posto con 20,7 ng/L, mentre Genova si attesta a 12,3 ng/L. Anche il Pfos (acido perfluorottano sulfonico), classificato come possibile cancerogeno, è stato rilevato con valori significativi, inclusi 1,5 ng/L a Genova e Albenga, e un massimo regionale di 4 ng/L a Imperia.

La Liguria, insieme a Trentino-Alto Adige e Veneto, è tra le regioni italiane con la più alta percentuale di campioni contaminati, raggiungendo il 100% dei punti monitorati. Rispetto al parametro “Somma di Pfas”, Rapallo si colloca tra i comuni con le concentrazioni più elevate in Italia, accanto a città come Milano, Arezzo e Perugia, evidenziando una distribuzione critica delle sostanze chimiche lungo tutta la regione.

Questi dati devono essere letti alla luce dei limiti normativi che entrano in vigore in Italia a partire dal 2026: la direttiva europea prevede un tetto di 100 ng/L per la “Somma di Pfas”. Tuttavia, secondo Greenpeace e diverse agenzie scientifiche, tali limiti non sono adeguati a proteggere la salute umana, in quanto molte nazioni europee e gli Stati Uniti hanno adottato soglie molto più restrittive.

 

Attacco militare USA al Giappone: con i Pfas

Okinawa è una piccola isola che sarebbe bellissima, un’oasi ecologica, se non che concentra circa il 70% delle installazioni militari USA in Giappone e subisce da decenni l’inquinamento da PFAS, le “sostanze eterne” delle basi americane che impediscono addirittura di essere controllate. il governo americano ha formalmente negato l’accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali, sostenendo che “non ci sono prove scientifiche sufficienti”. Le prove, invece, esistono eccome. La bianca schiuma tossica che esce dai tombini è stato il segnale evidente di un disastro nascosto per decenni: le analisi indipendenti, condotte dall’Università di Kyoto hanno rivelato 268 nanogrammi di PFAS per litro – oltre cinque volte il limite di sicurezza giapponese.

L’ultimo rapporto del governo di Okinawa, pubblicato a marzo 2026, ha campionato 44 siti vicino alle basi militari. I risultati sono drammatici: 31 siti su 44 hanno mostrato livelli di PFAS superiori allo standard nazionale giapponese (50 parti per trilione); il picco massimo è stato registrato a Yara Hijaga, vicino alla base aerea di Kadena: 2.800 ppt – 56 volte il limite; nuovi record di contaminazione sono emersi anche vicino a Kadena e Futenma.

L’acqua contaminata non rispetta i confini delle basi e scorre fino nei pozzi dei villaggi, si infiltra nei raccolti di riso e nelle verdure coltivate dai contadini locali. Le forze armate statunitensi inceneriscono le scorte di schiuma PFAS che penetrano nel suolo e nelle falde acquifere e non scompariranno mai più.

Il movimento pacifista e ambientalista di Okinawa, che si batte per il disarmo, non si arrende. Oltre alle azioni legali e alle richieste di accesso alle basi, sta promuovendo: campagne di analisi indipendenti del sangue dei residenti, per documentare la bioaccumulazione di PFAS; petizioni internazionali (19.000 firme); iniziative di finanziamento collettivo per sostenere le analisi e le cause legali; gemellaggi con comunità colpite da contaminazione militare in altri paesi (Corea del Sud, Guam, Germania).

 

L’eredità della Miteni in India

Lo stabilimento Miteni di Trissino produceva Pfas per conto della committente Solvay, finchè è stato chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani, e gli impianti sono stati trasferiti come previsto in India, dalla società Laxmi Organic Industries a Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Trasferimento opportuno in mancanza di una regolamentazione specifica sui PFAS in India: ancora oggi non esiste una norma ambientale specifica.

Le proteste davanti allo stabilimento hanno coinvolto residenti, attivisti ambientali e rappresentanti politici. A marzo, il caso è stato discusso anche in un confronto tra attivisti indiani, rappresentanti delle aree contaminate in Europa, scienziati e membri del Parlamento europeo, nel quadro del dibattito sul possibile divieto europeo dei Pfas.

 

Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni

La Piattaforma “Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni” è  siglata da 22 organizzazioni: Acli, ActionAid, Adi, Arci, Cittadinanzattiva, Collettivo Tirtenlà, Comunet, ConnGi, Dedalus, Diciassette aps, Fantapolitica, Fondazione Comunità di Messina, Forum Disuguaglianze e Diversità, Legambiente, Porco Rosso Arci, Presidio Patto Simeto, Questa è la mia terra, Rena, Scomodo, Tortuga, Visionary,YOUng Caritas.

Il documento raccoglie 9 proposte concrete per restituire potere e autonomia ai giovani, contrastare le disuguaglianze e favorire l’impegno collettivo. Le misure principali includono:

  • Eredità universale: l’assegnazione di un capitale di 15.000 euro per tutti i giovani al compimento dei 18 anni, finanziato attraverso una riforma progressiva della tassazione sulle eredità e donazioni.
  • Riforma della cittadinanza: per riconoscere pienamente chi nasce e cresce in Italia.
  • Lavoro dignitoso: introduzione del salario minimo, pensione garantita e maggiori tutele.
  • Istruzione e spazi: potenziamento del diritto allo studio universitario, patti educativi di comunità e creazione di “Case del Futuro”.

Puoi consultare l’elenco completo delle azioni previste sul sito ufficiale di Arci o leggere l’approfondimento pubblicato dal Forum Disuguaglianze Diversità.

 

È morto Gianni Mattioli, un grande dell’ambientalismo

L’ultima volta che ci siamo rivisti è stata in Senato a Roma, il 10 maggio 2016, clicca qui, in occasione dei festeggiamenti per il novantesimo compleanno di Giorgio Nebbia, padre dell’ecologismo italiano. Tra i relatori: Gianni Mattioli, grande protagonista del movimento antinucleare (i Referendum!), e per noi Barbara Tartaglione (clicca qui) che presentava il primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto”, di cui Nebbia ci aveva fatto dono della prefazione.

In questo libro troviamo Gianni a sostegno delle lotte del nostro “Coordinamento dei Comitati della Fraschetta” che, con marce di migliaia di persone e blocchi stradali con trattori, negli anni ’90 si oppongono a Bosco Marengo alla follia espansiva di “Fabbricazioni Nucleari” e ai finti piani di disattivazione.

Né l’intervento di Gianni può mancare nel 2011 a sostegno del “Forum dei Movimenti Antinucleari” che sto organizzando, forte della proposta di “Un comitato referendario nazionale unico per acqua e nucleare” che si autoconvoca infatti con cento comitati e associazioni. Gianni Mattioli è tra i primi che mi assicura la sua disponibilità al “Comitato scientifico e di garanzia” con altre dieci personalità del mondo scientifico italiano.

Il ricordo personale più vecchio che mi lega a Gianni risale al 1988 per le interpellanze parlamentari che portano la sua firma, nel merito della “La mia sporca cassa integrazione”: “La Montedison di Raul Gardini pensa di essersi liberata di Lino Balza, una delle rare e implacabili voci che ancora si levano dalle fabbriche. Considerata la notorietà di Balza nell’ambito del Gruppo Montedison, si può senz’altro confermare che l’espulsione di rappresaglia non è stata finalizzata solo a spaventare i lavoratori dello stabilimento ma ad una strategia più vasta di intimidazioni sulle fabbriche di Foro Bonaparte” (Il Manifesto). Anche questa è stata una battaglia, vinta, di Gianni Mattioli.

 

Gli americani non ascoltano Bob Dylan

Altrimenti il loro presidente non oserebbe proporsi come Nobel per la pace. Infatti, non c’è persona impegnata per la pace e i diritti umani che non abbia, se non cantate, almeno ascoltato le canzoni del menestrello Premio Nobel per la letteratura.

Clicca qui alcune traduzioni: “Blowin’ in the wind”, “Masters of war” e “A hard rain’s a-gonna fall” sono nell’album “The freewheelin’ Bob Dylan” (1963); “The times they are a-changin” e “With God on our side” sono nell’album “The times they are a-changin’” (1964).

 


contenuti 22 maggio 2026

Anche in Italia class actions collettive: è partita quella contro Facebook, Instagram e TikTok, a tutela dei minorenni

Iniziata al Tribunale Civile di Milano la prima class action contro Meta e TikTok. Al fianco del Movimento Italiano Genitori (Moige) e rappresentato dallo studio legale Ambrosio&Commodo (lo stesso che sta avviando class action inibitoria collettiva ad Alessandria per sospendere le produzioni PFAS della Solvay di Spinetta Marengo). Decine di famiglie (tra cui quella di una bambina di 12 anni che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita nella provincia di Asti) hanno chiesto la “sospensione di tutti gli account social” fino a quando non ci sarà uno strumento efficace di verifica dell’età.

Il procedimento cautelare di “inibizione” di tutti gli account social delle piattaforme gestite da Meta (Facebook e Instagram) e TikTok chiede di sospendere “con urgenza” i profili, affinché le piattaforme si adoperino nell’effettivo controllo dell’età degli utenti. È stimato, infatti, che oltre 7 milioni di minorenni posseggono un account social e che tra questi ce ne siano circa 3,5 milioni che hanno meno di 14 anni, cosa vietata dalla normativa vigente in Italia e in Europa.

“I legali dei due colossi social” avverte l’avvocato Stefano Berone “vogliono procrastinare il più possibile le udienze perché ogni giorno che passa guadagnano denaro, ma noi ci siamo opposti chiedendo un termine molto più breve perché più si va avanti, più i minori sono a rischio di dipendenza patologica. Ogni giorno di ritardo comporta danni per milioni di bambini italiani”.

L’urgenza, di salute pubblica, è di implementare un sistema affidabile, impedire l’iscrizione ai minori di 14 anni, garantire il consenso verificabile di entrambi i genitori per la fascia 13-14 anni superando quindi la sola autodichiarazione, eliminare “l’autoplay e i sistemi di raccomandazione algoritmica” che hanno il solo scopo di “massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma”, infine pubblicare avvisi chiari e visibili sui reali pericoli delle piattaforme.

“Per noi è stata una tragedia, probabilmente nata da altro, ma sicuramente accelerata, spinta da algoritmi e navigazioni, è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi”, ha dichiarato Irene Roggero, madre della 12enne che nel febbraio del 2024 si è tolta la vita ad Asti. “In sei mesi era passata da scrivere, per sé stessa, del disagio che provava, del fatto di sentirsi un peso in una vita inutile, a cercare immagini e contenuti che inneggiavano alla depressione, disegni di ragazzini rotti e senza cuore, immagini tristi, paesaggi gotici, autunnali e le venivano riproposti di continuo, perché l’algoritmo le dava quello che lei cercava”.

 

L’Europa che non affronta i Pfas

Le istituzioni europee non li hanno messi al bando: “I Pfas sono insostituibili”. Balle.

Una delle tante balle che la lobby chimica racconta e che fa raccontare in Europa (ad esempio da superMario Draghi) è che gli indistruttibili Pfas non possono essere sostituiti (che sarebbero, guarda caso, proprio quelli “nuovi nuovi” di Solvay a Spinetta Marengo). Senz’altro sarà difficile nell’industria bellica perché ci fa miliardi. Ma anche nella farmaceutica.
Invece, il nuovo lavoro dell’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo e dell’Agenzia nazionale tedesca per l’Ambiente confuta il falso mito: l’utilizzo dei Pfas non è assolutamente obbligatorio in medicina a causa presunta della mancanza di alternative. Per garantire la più lunga durata di conservazione ai medicinali, infatti, le alternative già oggi esistono: prive di Pfas per 97 dei 111 principi attivi farmaceutici che li contengono esaminati. Sono prodotti già in commercio o comunque approvati in alcuni Paesi. Ma laddove manchino ancora, le alternative “sarebbero” comunque prossime all’approvazione, alla commercializzazione o in una fase avanzata di sviluppo. “Sarebbero” e non “sono” perché l’industria farmaceutica lamenta che non le sono offerti incentivi pubblici sufficienti per la ricerca.

Dunque, per scelte speculative di industria e politica, ogni anno, anche attraverso i principi attivi farmaceutici che si degradano in acido trifluoroacetico (TFA), diverse tonnellate di prodotti con gli “inquinanti eterni” PFAS, persistenti come il TFA, vengono rilasciate in tutto il mondo nell’ambiente e nei corpi umani. All’inizio del 2023, il Forever Pollution Project, un’indagine collaborativa, transfrontaliera e interdisciplinare condotta da 16 redazioni giornalistiche europee ha rivelato quasi 23mila siti in tutta Europa contaminati dai PFAS ed altri 21.500 di presunta contaminazione.

Lo sapevano fin dagli anni ’60, sia in Usa (Du Pont, 3M, Honeywell) sia gli attuali produttori in Europa (Arkema, Daikin, Chemours, Solvay) che i Pfas fossero tossici e cancerogeni: tumori, sistema immunitario, fegato, metabolismo e tiroide, gravidanza e sviluppo feti, apparato riproduttivo ecc. Insomma, chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato. Clicca qui.
Negli Stati Uniti le class actions hanno portato a chiusure/bonifiche e a risarcimenti miliardari storici influenzando le battaglie legali in tutto il mondo, Italia compresa: 3M (10,3 miliardi di dollari), DuPont Chemours Corteva (1,18 miliardi di dollari), DuPont e Chemours (670 milioni di dollari). Secondo le stime degli studi legali statunitensi, i risarcimenti individuali medi possono oscillare tra i 175.000 e i 300.000 dollari per persona, a seconda della gravità della patologia riscontrata e del livello di esposizione.

 

L’Europa che affronta i Pfas

Diverse stime indicano che, senza un deciso cambio di rotta, i costi sociali e sanitari dei PFAS potrebbero raggiungere centinaia di miliardi di euro entro il 2050. Però, a fronte dei disastri ambientali e sanitari dei Pfas, in Europa le battaglie politiche verso le istituzioni nazionali e comunitarie per imporre limiti più severi, o meglio, il bando totale, NON hanno prodotto risultati tangibili. Sulla spinta di quanto avvenuto negli Stati Uniti, i cittadini europei hanno iniziato a promuovere azioni legali di massa contro i giganti dell’industria chimica. Passando da storici procedimenti in sede penale a massicce azioni collettive (class actions) in sede civile.

Sul versante penale, abbiamo gli esempi di Alessandria e Vicenza.
Ad Alessandria, per la Solvay di Spinetta Marengo l’efficacia del primo processo penale (in Cassazione!) si è dimostrata nulla: a distanza di dieci anni lo stabilimento sta producendo e inquinando quanto prima, anzi peggio, senza bonifica e risarcimento per le Vittime (e senza pene per gli imputati, ovviamente). Dall’attuale secondo processo la multinazionale belga punta a prosciogliersi (già dal GUP) ancora più indenne: a go-go con altro via libera mercanteggiato da miseri patteggiamenti giudiziari con governo ed enti locali.

A sua volta, il processo risolto a Vicenza, più facile perché la Miteni di Trissino è chiusa, appare per ora (siamo solo al primo grado) più dignitoso per quanto attiene la severità delle condanne ma comunque anch’esso non direttamente influente sui versanti della bonifica e dei risarcimenti alle Vittime.

Insomma, il panorama delle cause legali sui PFAS in Europa si sta rapidamente evolvendo con un numero crescente di Grandi Azioni Legali Collettive (Class Action). Il quotidiano Le Monde ha contato circa 70 casi di questo tipo. Ne trattiamo in alcuni articoli sulla Rete: clicca qui il Belgio, clicca qui la Francia.

 

L’Italia che affronta i Pfas

In Veneto, dove la class action inibitoria non avrebbe più senso, perché Miteni di Trissino è già chiusa, 40mila cittadini sono pronti in sede civile ad una class action collettiva risarcitoria da 2 miliardi contro Mitsubishi Corp. e Icig, società controllanti di Miteni e i cui 11 vertici sono stati condannati in penale a pene severe ma non al risarcimento dei danni sanitari e patrimoniali alle Vittime.
I cittadini assistiti dallo studio legale Delex sono i residenti nelle aree interessate dalla contaminazione (Verona, Vicenza e Padova) che presentano nel proprio siero concentrazioni di Pfas oltre i limiti di tolleranza stabiliti dalle autorità sanitarie, chi ha contratto patologie correlate all’esposizione ai Pfas, i proprietari degli immobili nelle aree contaminate e i residenti che hanno subito le conseguenze psicologiche legate alla paura di contrarre patologie.

In Piemonte, fallite le sedi penali, ad Alessandria non si sta ancora facendo la class action risarcitoria in quanto comitati e associazioni (Pro Natura, Legambiente, Movimento di lotta Maccacaro con lo studio legale Ambrosio&Commodo) stanno procedendo per la class action inibitoria (chiusura immediata delle produzioni Solvay di Spinetta Marengo) che in effetti è più urgente della risarcitoria. Potranno partecipare alla class action risarcitoria circa 900 lavoratori e cittadini finora sottoposti dalla Regione alla ricerca dei Pfas nel sangue, nonché quanti hanno dovuto a proprie spese ricorrere agli esami presso il Policlinico di Milano stante le gravi inadempienze della Regione, oltre a quanti hanno contratto patologie connesse ai Pfas, comprese psicologiche, e ai danni patrimoniali.

Ad Alessandria, l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono i due strumenti complementari di tutela: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione; la seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto: Clicca qui.

 

In Belgio la 3M è al centro della bufera

Ad Anversa (nello specifico nel sobborgo di Zwijndrecht), la contaminazione da PFAS causata dallo stabilimento 3M è al centro di imponenti accordi di bonifica e maxi-cause legali. Dal 2022 ad oggi, la multinazionale ha stanziato fondi per oltre 571 milioni di euro per bonifiche e indennizzi regionali, mentre è in corso ad Anversa una storica class action che coinvolge 1.400 cittadini.
Nelle Fiandre 3M ha raggiunto un accordo da 571 milioni di euro con il governo regionale fiammingo. Il piano prevede la bonifica delle aree e fondi di compensazione per gli agricoltori e la collettività. Nel 60% dei 781 punti monitorati vengono rilevati più di 3 microgrammi di PFOS per chilo di terreno, in altri 300 microgrammi per chilogrammo.
Un maxi-processo intentato dal collettivo Darkwater 3M vede 1.400 residenti chiedere un risarcimento provvisorio di 20.000 euro ciascuno. Questo segue il precedente storico in cui una famiglia, con valori di PFAS nel sangue 100 volte superiori alla soglia, ha vinto una causa per “eccessive molestie di vicinato”.

 

A Lione uno dei più grandi processi civili d’Europa contro i Pfas

Nel sud di Lione, cittadine e cittadini del collettivo PFAS contre terre, sostenuti dall’associazione giuridica Notre Affaire à tous, hanno deciso di portare davanti al tribunale civile di Lione due colossi dell’industria chimica, Arkema e Daikin, accusati di aver rilasciato negli anni quantità rilevanti di PFAS nell’ambiente in particolare nell’area della piattaforma chimica di Oullins-Pierre-Bénite, lungo il Rodano, un inquinamento che ha compromesso l’acqua potabile, i suoli e la produzione alimentare locale, con molecole estremamente persistenti, capaci di accumularsi nel corpo umano e associate, secondo gli studi scientifici, a tumori, disturbi endocrini, problemi immunitari e riproduttivi.

Le testimonianze parlano di una contaminazione che entra nella vita quotidiana: uova di galline domestiche risultate con livelli di PFAS tre volte superiori ai limiti, ortaggi non più consumabili, spese per sistemi di filtrazione dell’acqua e, soprattutto, un forte impatto psicologico legato all’incertezza sanitaria. La class action preparata dal team legale Kaizen Avocat chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimento per danni sanitari, ambientali ed economici, dall’ansia e dallo stress ai costi sostenuti per proteggersi dalla contaminazione.
Ma l’obiettivo non è solo economico. «Bisogna colpire gli industriali sul piano finanziario per costringerli a cessare l’inquinamento»: un messaggio che va ben oltre il Rodano e, insieme alla class action di Alessandria contro Solvay, chiama in causa l’intero modello europeo di produzione chimica, responsabilità industriale e tutela della salute.

 

Allarme ONU per i Pfas

Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite hanno espresso, al governo francese e alle aziende interessate, la loro crescente preoccupazione per gli impatti negativi sui diritti umani derivanti dalle attività di Arkema France e Daikin Chemicals France che inquinano di Pfas la “Valle chimica” di Lione ed espongono i residenti e i lavoratori locali a tumori e gravi malattie, cardiovascolari, endocrine, respiratorie.
Un’analisi delle reti di approvvigionamento idrico della regione aveva inoltre rivelato, già nel 2022, la contaminazione da PFAS in circa 110 comuni della Valle Chimica, mettendo a rischio fino a 200.000 persone nei dipartimenti del Rodano, della Loira e dell’Isère. Nel 2023, la concentrazione media di acido perfluorononanoico, un tipo di PFAS, nel sangue dei residenti di Pierre-Bénite era sette volte superiore a quella della popolazione generale.
L’ONU ha richiamato inutilmente Parlamento e governo francese ad intervenire, come aveva già fatto nei confronti dell’Italia. In entrambi i paesi le collettività sono state costrette ad avviare class action.

 

Controllo Pfas nei pozzi di Brianza

BrianzAcque è l’azienda pubblica che gestisce industrialmente il servizio idrico integrato nella Provincia di Monza e Brianza. Partecipata e controllata dai 55 Comuni soci della Provincia di Monza e Brianza si occupa dell’intera filiera dell’H2O: acquedotto, fognatura, depurazione.
Dal 2025 ha avviato un piano provinciale basato sull’installazione di impianti di trattamento a carbone attivo granulare in grado di trattenere Pfas e microinquinanti nei pozzi nell’ambito delle attività di monitoraggio e pianificazione tecnica. Sono 26 gli interventi già completati per un investimento complessivo superiore a 4,2 milioni di euro. Interventi che permettono di rispettare per tutti i comuni della provincia i limiti indicati dall’Unione Europea. Da parte dell’azienda sono in corso ulteriori attività di completamento e potenziamento del sistema che prevede di spendere 7,8 milioni di euro in tre anni.

 

Come la Liguria non affronta i Pfas

Clicca qui da CIVG – Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia.
Clicca “il perché” anche qui.

 

Allarmi cromo esavalente in Toscana

Il cromo esavalente (CrVI) è fortemente tossico, mutageno e cancerogeno, oggetto di drastici limiti nell’acqua potabile (10 µg/l). L’inalazione o ingestione è correlata in particolare a tumori delle vie respiratorie e dell’intestino. Infatti, dopo il caso Caffaro a Brescia, era risalito alla ribalta durante il primo processo alla Solvay di Spinetta Marengo come la più grave e impossibile da bonificare fra le sostanze inquinanti le falde acquifere (mentre erano rimasti sottotraccia i Pfas).
Ora l’allarme cromo scatta in Toscana non più solo nella Bassa Val di Cecina ma, grazie a Legambiente Valdera, anche nel pisano per le falde ovvero i pozzi in zona Ceppaiano del comune di Crespina-Lorenzana, a causa dei reflui e fanghi della lavorazione delle concerie dispersi in 13 siti non bonificati per inerzia di Comuni e Regione

 

La newlettera di Doriella e Renato

Clicca qui:
https://trancemedia.eu/sotto- il-moloch/la-newslettera-di- doriella-e-renato-2026-agenda- e-acta/

 

E la chiamano perfino “energia rinnovabile”

Ad esempio. Se la centrale nucleare Enrico Fermi di Trino non fosse stata fermata, e fosse tuttora in funzione, ad oggi avrebbe prodotto 3.600 kg di plutonio (la dose mortale per inalazione è di appena un milligrammo).
Per quanto riguarda il cesio137 radioattivo, in 60 anni ne sarebbero stati prodotti più di 60 kg (la dose mortale per ingestione è un decimo di milligrammo).
Dove li avremmo sistemati tutti in sicurezza? Non rispondono i redivivi sostenitori del ritorno a nucleare.

Attualmente, i rifiuti radioattivi (a bassa, media, alta attività) italiani sono distribuiti in depositi temporanei in diverse regioni italiane (tra cui i siti principali a Saluggia, Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano e Bosco Marengo), nell’attesa della costruzione del deposito unico nazionale “in sicurezza”. Il quale non è stato neppure individuato: sono state invano selezionate 51 aree “idonee”, 5 delle quali in provincia di Alessandria.
Dopo due referendum abrogativi (1987 e 2011) che hanno bocciato il nucleare e dopo la debacle del referendum sulla giustizia, il Governo ci riprova. Di nuovo proponendo il nucleare, spinto dalla disperazione per la manifesta incapacità di affrontare la crisi energetica. Sarebbe una scelta del tutto inadeguata e in violazione della Costituzione che, se praticata, porterebbe inevitabilmente a un nuovo referendum. Clicca qui.

 

Effetto Nato

Nel 2026 si stima che la popolazione in Ucraina sia scesa a meno di 30 milioni di persone, segnando un drastico calo demografico dovuto alla guerra. La popolazione è diminuita di oltre 10 milioni dal 2014, con una forte accelerazione dopo l’inizio dell’invasione russa. Il tasso di natalità è sceso a circa un figlio per donna, tra i più bassi al mondo.
A inizio 2026, circa 6 milioni di ucraini si trovavano all’estero, principalmente in Germania e Polonia, ma anche in tutti gli altri Paesi europei, compresa l’Italia. Molti di questi profughi vengono ora rispediti nelle mani di quanti campano sulla continuazione del conflitto con i finanziamenti europei. Clicca qui l’allarme di Paolo D’Arpini.

 

Alleanza dell’Italia con Svizzera, Austria, Irlanda, Malta, Moldavia, Città del Vaticano

… e Ucraina, si spera. È in corso una proposta di iniziativa popolare per inserire la neutralità permanente nella Costituzione italiana, mirando a rendere il Paese indipendente da alleanze militari, libero da basi straniere e promotore di pace. L’obiettivo è raccogliere firme per una legge che modifichi l’art. 11 promuovendo una politica estera disimpegnata dal contesto NATO attuale…
Continua su: https://altracalcata- altromondo.blogspot.com/2026/ 05/proposta-di-referendum- costituzionale.html
Nota – Portale del Ministero della Giustizia dove firmAlleanzaare (con spid o cie):
https://firmereferendum. giustizia.it/referendum/open/ dettaglio-open/6500011

 

I sindacati UE contro Israele

Ventinove organizzazioni sindacali europee, tra cui le più grandi federazioni e confederazioni (CGIL), hanno chiesto all’UE e ai leader europei di adottare misure urgenti in conformità con il diritto internazionale e di rispondere agli attacchi di Israele contro il Libano, alla violenza dei coloni sostenuta dallo stato in Cisgiordania, al genocidio in corso a Gaza e al ripristino da parte di Israele della pena di morte contro i palestinesi, in vigore durante l’apartheid. Clicca qui l’appello.

 

Tossicità e intolleranza alle onde elettromagnetiche

Come ogni anno, la Giornata mondiale EHS, sottotitolata “Giornata mondiale dell’intolleranza all’inquinamento elettromagnetico”, si terrà il 16 giugno.
Un gruppo Facebook dedicato la promuove a livello internazionale e, quest’anno, quasi 2.000 organizzazioni e persone interessate all’EHS saranno informate via e-mail dell’evento. Clicca qui.

 

Legge di iniziativa popolare sui temi della sanità pubblica

Ha preso il via, con oltre 1.300 assemblee generali, la campagna di raccolta firme della Cgil per le due proposte promosse insieme ad un vasto numero di organizzazioni e associazioni della società civile. Due obiettivi importantissimi: rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e farlo diventare davvero universale e gratuito per tutti e migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle persone a partire dal mettere mano alle leggi sugli appalti.
Tutte le informazioni sono disponibili ai seguenti link:
“Io firmo per il diritto alla salute”
“Io firmo per stesso lavoro, stesso contratto”
Oggi il Servizio sanitario nazionale è in profonda crisi: persone e professionisti rischiano di arrendersi. È urgente interrompere il declino e avviare il rilancio del Servizio sanitario nazionale attraverso il progressivo adeguamento del finanziamento, il rafforzamento della dotazione di personale e la ripresa della programmazione a ogni livello. Una proposta di legge che indica una strada alternativa alle tesi sull’insostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è ridare risposte alle persone e fiducia ai professionisti, riconoscendo l’urgenza di interventi concreti, prima di ogni progetto complessivo di riforma. Clicca qui la proposta di legge.

 

A Molfetta disastro ambientale in mare e falde

Diciassette aziende sequestrate (150 milioni di euro) e affidate ad amministrazione giudiziaria, altre cinque sottoposte a sequestro parziale, undici sistemi di pozzi disperdenti bloccati e 72 indagati tra persone fisiche e giuridiche: imprenditori, società, dirigenti e funzionari del Consorzio per l’ASI di Bari, del Settore Ambiente della Città Metropolitana di Bari e del Comune di Molfetta, tutti accusati a vario titolo di disastro ambientale colposo e scarico illecito di reflui industriali.

Questo il bilancio dell’operazione “Ground-Water”(ovvero Acque sotterranee), coordinata dalla Procura di Trani ed eseguita dalla Guardia Costiera nell’area industriale Asi, al termine di un’indagine legata all’inquinamento chimico e all’alterazione fisica delle acque sotterranee e di falda nell’intero comprensorio Asi del Comune di Molfetta, falda acquifera “consapevolmente” inquinata di cancerogeni, alluminio, ferro, manganese, zinco, nichel, piombo, cromo, cadmio, berillio. Un disastro ambientale compiuto con l’utilizzo di 11 pozzi disperdenti cui 10 non autorizzati, che drenavano gli scarichi della zona industriale di Molfetta direttamente nella falda e in mare provocando un inquinamento che “non potrà mai essere eliminato ma solo arginato”.

 

Simboli di Resistenza

Le “aree interne” ospitano circa il 20% della popolazione italiana e rappresentano oltre la metà dei Comuni italiani di cui l’85% ha meno di 5.000 abitanti. Sono territori segnati da spopolamento, emigrazione giovanile, bassi tassi di natalità, invecchiamento della popolazione mentre i servizi essenziali, come mobilità, istruzione, sanità sono carenti. Sono quei territori che la politica chiama marginali, che invece sono luoghi dove si vive, si lavora e si sogna.

Il docufilm “Ritorno al Tratturo” esplora il contrasto tra la vita difficile in zone spesso isolate (senza rete o segnale) e la costruzione di comunità, racconta le aree interne del Bel Paese: il Molise diventa un simbolo tra spopolamento, biodiversità e futuro. Dove l’Abruzzo incontra il Molise, il cammino del tratturo ormai abbandonato si distende e percorre lungo un tratto di terra privo di alberi, una striscia di demanio pubblico di 110 metri di larghezza tra la statale e la linea di costa. Un luogo dismesso, dove sono visibili le tracce di un intenso sfruttamento e di un successivo abbandono, oggi dalla destinazione incerta, dimenticato dall’intento ordinativo della civiltà contemporanea, e ricolonizzato dal selvatico.
Del docufilm, presentato in anteprima alla 17ª edizione del Bari International Film & TV Festival, è coautore Elio Germano. È un viaggio poetico e documentaristico nelle aree interne d’Italia, con un focus sul Molise, che diventa simbolo di resistenza per chi sceglie di restare in luoghi a rischio di abbandono: la scelta di resistere come abbiamo fatto noi -adottando il simbolo del Koala – non volendo abbandonare la Rete Ambientalista (a cui anche Germano partecipò con il suo contributo).

 

Un ospedale dopo il genocidio del popolo ezida

Continua l’impegno di raccolta fondi per la realizzazione dell’ospedale di Duhla, a Shengal, nord Iraq, in favore della popolazione ezida che nel 2014 è stata vittima di un genocidio feroce ad opera dello Stato Islamico, ancora non riconosciuto dallo Stato italiano.
Clicca qui.

 

Nobel per la pace a Trump e Obama, rispettivamente sostenuti da Meloni e Schlein

Elly Schlein, segretaria del PD, si candiderebbe primo ministro della coalizione che dovrebbe battere Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Per vincere punterebbe sui giovani che riempiono le piazze progressiste contro le guerre. La Pace dovrebbe, dunque, essere il suo cavallo di battaglia. Dunque che fa? Si ispira ad un Nobel per la Pace. E in segno di omaggio al suo giovanile idolo, si fa fotografare di spalle come una scolaretta che chiede l’autografo alla rockstar. Il maestro ispiratore dei progressisti si chiamerebbe Barack Obama.
Ad Obama conferirono il Nobel sulla fiducia, prima ancora che esercitasse il suo potere di presidente degli Stati Uniti. In quel ruolo poi meritò la fiducia: in otto anni bombardò sette Paesi, Afghanistan e Iraq, da cui si guardò bene dal ritirarsi; e poi Siria, Libia, Somalia, Yemen e Pakistan, con migliaia di vittime civili. Ad Obama va il merito di aver mantenuto Guantanamo, di aver sostenuto militarmente Israele per il futuro genocidio e l’aggressione all’Iran, ma anche le destabilizzanti “primavere arabe”, ma anche proseguendo l’uso dell’Ucraina come testa d’ariete contro la Russia.
Donald Trump si è lamentato (ricevendo la solidarietà della Meloni) per il mancato riconoscimento del Nobel per la Pace, e così anche lui ha cominciato a fare e sostenere guerre: Venezuela, Iran, Palestina e Cisgiordania, Libano e, se non basta, perché no: Cuba, Groenlandia, Taiwan.

 

L’Ultima Generazione che può fermare il collasso climatico e sociale in corso

Ultima Generazione è un movimento di attivisti contro i cambiamenti climatici che ricorre a forme di azione diretta, fondato nel 2021 ed attivo soprattutto in vari paesi europei, come Italia, Germania, Austria, Polonia, Francia e Canada. Il gruppo si descrive come una “coalizione di cittadini” e ha scelto la propria denominazione considerando quella dei propri membri come l’ultima generazione in grado di contribuire alla mitigazione degli effetti del riscaldamento globale prima dell’innesco di danni radicali e irreversibili al sistema climatico terrestre.
Nei suoi primi anni di esistenza, il gruppo ha messo in atto azioni di protesta di vario tipo, tra cui numerosi blocchi stradali e l’utilizzo di vernici idrosolubili per imbrattare dipinti famosi, edifici istituzionali e monumenti storici, utilizzando quindi strategie più radicali e vistose rispetto ad altri movimenti, come Fridays for Future ed Extinction Rebellion.
I metodi di protesta di Ultima Generazione hanno incontrato reazioni contrastanti da parte dell’opinione pubblica, tra cui contestazioni e repressione da parte delle autorità politiche…
Clicca qui.

 

La disabilità nella newsletter di Superando.it

La presentazione del “Disability Pride Milano 2026”

Una presentazione di “Disabilità Controcorrente” di Salvatore Cimmino

Lavoro e disabilità intellettive: la debolezza dei servizi di intermediazione

Sempre più stretto il rapporto con la natura a CasaOz di Torino

Ma la mancata partecipazione sociale di milioni di persone con disabilità è realmente avvertita come un problema?

Una mostra collettiva e un concorso artistico sui temi della pluralità e della diversità inclusive

Amedeo Bozzer eletto alla Presidenza dell’ANMIL

Gunta Anca nuova Presidente del Forum Europeo sulla Disabilità

 

Gli israeliani

La foto di pacifisti inginocchiati e ammanettati e derisi dal ministro aggiunge solo disgusto.
Stanno facendo di peggio: un genocidio.

 


contenuti 11 maggio 2026

Chi ha Pfas nel sangue è inesorabilmente malato

O è già affetto da malattia conclamata, oppure sicuramente si ammalerà presto o tardi di una patologia, lieve o grave, correlata ai Pfas. Perciò abbiamo avviato class actions collettive per mettere al bando, chiudere le produzioni di Solvay e risarcire le popolazioni.

Ancor più allarmante è il dato che quasi ogni persona sottoposta ad analisi presenta nel sangue tracce di Pfas. È quanto emerge da un nuovo studio realizzato dal laboratorio indipendente NMS Labs e pubblicato sul Journal of Occupational and Environmental Hygiene, che ha analizzato utilizzando tecniche avanzate di biomonitoraggio oltre 10.566 campioni di siero e plasma provenienti dagli Stati Uniti.

I risultati mostrano che il 98,8% dei campioni conteneva PFAS: vasta famiglia di circa 10.000 composti sintetici definiti “sostanze chimiche eterne” perché resistono alla degradazione naturale e si accumulano nell’organismo umano. Impiegate per rendere i materiali impermeabili, antiaderenti o resistenti alle macchie, oggi si trovano in abiti tecnici, pentole antiaderenti, imballaggi alimentari, elettronica, schiume antincendio, eccetera. La loro diffusione su scala universale ha favorito l’ingresso nelle catene alimentari, nell’acqua potabile e nell’aria domestica e le ricerche mediche hanno evidenziato una spirale di rischi per la salute, tra cui tumori, fegato, tiroide, alterazioni metaboliche, infertilità, indebolimento delle difese immunitarie soprattutto nei bambini.

Addirittura lo studio ha evidenziano alcuni limiti: non tutte le PFAS esistenti sono state analizzate, il che significa che l’esposizione reale potrebbe essere persino sottostimata.

 

Lago d’Idro, Pfas alle stelle nei pesci

Dopo anni di incertezze arriva una svolta, un chiarimento decisamente atteso sull’origine dell’inquinamento da «Pfas» che interessa (anche) il lago d’Idro e la valle del Chiese. Grazie al lavoro dell’associazione «Più Democrazia in Trentino» presieduta da Alex Marini è stata finalmente individuata, dall’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente di Trento (Appa), l’origine della contaminazione: lo stabilimento della ex «Fonderie Trentine» di Condino, chiuso da tempo e bonificato male (non solo di cromo esavalente).

I Pfas erano stati rilevati nei pesci catturati nell’Eridio con concentrazioni ben oltre i limiti considerati accettabili. A certificarlo è il monitoraggio condotto dall’Arpa nel 2024, che aveva registrato valori preoccupanti: in tre carcasse di coregone erano stati rilevati 43,8 microgrammi per chilo, circa dieci volte oltre la soglia. Un netto peggioramento rispetto ai 13,5 mcg/kg del 2022 e ai 10 del 2023. Anche il pesce persico aveva già evidenziato criticità, risultando non conforme nel 2023 con 21,4 mcg/kg.

Nella falda del Chiese, il Pfos (una delle varianti più diffuse) è stato rilevato nell’80% dei campioni raccolti tra il 2018 e il 2024, con picchi superiori al limite di legge di 30 nanogrammi per litro.

Il Comune di Storo ha annunciato un biomonitoraggio sui residenti. Ma resta un nodo cruciale: la mancata pubblicazione di uno studio dell’Università di Trento sulla modellazione della falda del basso Chiese fatto nel 2019.

 

Pfas tra l’hinterland di Milano e la Brianza

Sono state trovate concentrazioni di Pfas acido trifluoroacetico TFA sopra i limiti di legge nelle acque sotterranee e superficiali dei territori di Bussero, Caponago, Cassina De Pecchi, Gorgonzola, Liscate, Melzo, Pessano con Bornago, San Zenone al Lambro, Vignate e Vizzolo Predabissi.

I dieci Comuni stanno lavorando insieme con il gestore del servizio idrico che ha avviato interventi di contenimento. Inoltre, è in corso la strutturazione di un piano di investimenti per adeguare infrastrutture e pozzi con l’obiettivo di arrivare a rispettare i limiti imposti a partire dal 2027, possibilmente anticipandoli.

È stato presentato un esposto all’autorità giudiziaria per accertare le responsabilità della presenza di Tfa, presumibilmente riconducibile ad attività farmaceutiche e chimiche, o pesticidi, presenti sul territorio come risulta dalle prime analisi compiute da Arpa Lombardia.

 

Non è vero che i leggins non rilasciano i Pfas

I “leggings”(in Italia chiamati anche “pantacollant” indumenti a forma di collant) rilasciano PFAS sul sudore. I Pfas nell’abbigliamento tecnico servono per rendere i tessuti idrorepellenti e antimacchia, anzi sono pubblicizzati anti sudore. Sulla pelle ne assorbiamo meno che dall’acqua o dal cibo, ma alcuni studi mostrano che il sudore aumenta il passaggio transdermico durante l’esercizio fisico.

L’esposizione cronica è stata associata a tumori al rene e ai testicoli, disfunzioni tiroidee, alterazioni del sistema immunitario, problemi di sviluppo nei bambini (le linee guida cliniche delle National Academies USA del 2022 raccolgono la letteratura). Si accumulano nell’acqua, nel sangue, nel latte materno, ovunque. L’emivita nell’uomo è stimata fra 2 e 9 anni a seconda del composto. Per questo li chiamano col termine emblematico “forever chemicals”.

California e New York hanno vietato dal 1° gennaio 2025 la vendita di capi con PFAS aggiunti volontariamente. La Commissione UE sta valutando una restrizione orizzontale.

Il 13 aprile 2026 il procuratore generale del Texas ha aperto un’inchiesta formale su Lululemon, un brand americano specializzato nei leggings da yoga, che affermava di averli eliminati nel 2023.

Toxic-Free Future ha trovato PFAS nel 72% di capi outdoor venduti come “resistenti alle macchie o all’acqua”. Il collettivo Mamavation, in collaborazione con Environmental Health News, ha analizzato 32 leggings popolari: il 25% aveva fluoro organico rilevabile, marcatore di PFAS. L’associazione francese Que Choisir, nel 2025, ha trovato pantaloni a marchio Columbia con 980 ppb di PFAS, quasi quattro volte il limite che loro stessi avevano fissato per “bocciare” un capo. Bund, in Germania, ha trovato PFAS nel 63% delle giacche tecniche analizzate.

Quasi tutti questi brand, sulla carta, hanno annunciato il phase-out fra il 2018 e il 2022.

 

PFAS: il veleno invisibile che entra nelle nostre vite

Non è un documentario, ma un legal thriller ispirato a una storia vera. Diretto da Todd Haynes e interpretato da un intenso Mark Ruffalo, Dark Waters (2019) racconta la lunga battaglia dell’avvocato Robert Bilott contro la multinazionale chimica DuPont, accusata di aver contaminato le acque di un’intera comunità con una sostanza tossica appartenente alla famiglia dei PFAS, i cosiddetti “forever chemicals”. Clicca qui.

 

La minaccia nascosta per la salute dei più piccoli

Microplastiche, additivi chimici, Pfas, esposizioni precoci: la plastica è ormai parte integrante dell’ambiente in cui viviamo e, sempre più, anche del nostro organismo. Quali sono i rischi reali per la salute umana, e in particolare per quella dei bambini. Clicca qui.

 

Martin Luther King. Pellegrinaggio alla Nonviolenza

La filosofia sociale, il marxismo, la critica del comunismo e del capitalismo, Nietzsche, Gandhi, Hegel… Clicca qui.

 

La Valsusa è sempre in movimento

Clicca qui
https://trancemedia.eu/sotto- il-moloch/la-newslettera-di- doriella-e-renato-2026-agenda- e-acta/

 

Alpini nella Resistenza

25 aprile 2026. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, migliaia di alpini rifiutarono di consegnare le armi ai nazisti, diventando protagonisti della Resistenza italiana. Molti si rifugiarono sulle montagne, portando competenza militare e organizzativa alle formazioni partigiane. Sono 62 le medaglie d’oro al valor militare conferite ad alpini nella Resistenza.

 

Superando: una nuova veste, per continuare a cambiare la cultura sulla disabilità

A vent’anni dalla nascita di «Superando.it» e in vista di una nuova veste da dare al portale del giornale, una breve “storia” del percorso finora seguito è certamente opportuna.

«Superando.it», dunque, nasce originariamente nel 2004 da un progetto della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), finanziato dal Ministero del Welfare quale iniziativa delle Associazioni di Promozione Sociale, ma successivamente proseguito con risorse dell’editore che è la stessa FISH. Nel 2009 il portale diventa una testata giornalistica registrata.
Continua cliccando qui https://superando.it/chi- siamo/

 

Notizie dal mondomultipolare

Maggio 2026 Informazioni, Documentazioni e Notizie in breve, da e su paesi, forze politiche e sociali, personalità e popoli che sono alla ricerca di nuovi cammini e progettualità, non più soggiogati ad interessi e politiche subordinate agli interessi unipolari occidentali, bensì fondati su interessi, indipendenza e sovranità nazionali. Comprendenti anche aspetti, contraddizioni e ostacoli non semplici da superare in questa fase storica.
A cura di Enrico Vigna IniziativaMondoMultipolare/ CIVG Clicca qui.

 

La voce della ragione in tempi di guerra

Albert bollettino pacifista www.peacelink.it/albert è un progetto cooperativo a cui puoi partecipare anche tu! Vuoi segnalare un evento? C’è un calendario online a tua disposizione. Se organizzi qualcosa, o se vuoi segnalare eventi che ritieni importanti, clicca su www.peacelink.it/segnala
Il calendario online è uno strumento digitale collaborativo e gratuito progettato per raccogliere e promuovere eventi legati alla cultura della pace, della nonviolenza, dei diritti umani, della difesa ambientale e del volontariato. Funge da agenda condivisa per il movimento pacifista, permettendo di aumentare la visibilità delle iniziative su scala nazionale.

 

Gli ebrei non complici del genocidio israeliano

Non è soltanto un carico di aiuti, la Flotilla è un gesto politico, un atto di testimonianza, una ribellione contro l’assuefazione. Se Israele continua a vedere la potenza militare come l’unica garanzia della sua esistenza, e la gran parte degli israeliani è convinta che tutto gli sia permesso, la presa di parola di cittadini, associazioni, intellettuali ebrei contrari alle politiche governative diventa sempre più essenziale. Quando l’impunità si fa sistema, il silenzio smette di essere neutralità e si trasforma, inevitabilmente, in complicità. Clicca qui.

 

Stati Uniti pirati: il Paese più pericoloso del mondo

In una conversazione ampia e senza peli sulla lingua, l’economista americano Jeffrey Sachs descrive un mondo spinto al limite dalle guerre di Washington contro l’Iran e la Russia, dal suo confronto economico con la Cina e dal suo tentativo di riaffermare il dominio in tutto l’emisfero occidentale. I pilastri che hanno tenuto insieme il sistema globale per decenni – rotte commerciali stabili, flussi energetici, scambi tecnologici e integrazione finanziaria – vengono trasformati in armi o smantellati del tutto. L’Europa, sostiene Sachs, si è «tagliata fuori dal suo principale fornitore di risorse naturali» ed è ora «completamente alla deriva dal punto di vista economico», mentre l’Asia accelera verso una maggiore integrazione e un vantaggio a lungo termine. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono «irrazionali, mal guidati e disperati nel voler mantenere il controllo su ciò che non controllano più», creando un mondo frammentato e profondamente instabile. Al punto di rottura. L’Europa è la più grande perdente in questo nuovo ordine. Clicca qui.

 

Mobilitazione degli studenti contro il governo

Valditara bocciato. “Nuove” linee guida al servizio dello sfruttamento capitalistico degli studenti e per una scuola di classe. Clicca qui.

 


contenuti 5 maggio 2026

Il silenzio sull’ecatombe dell’amianto

Malgrado tutti gli sforzi che stiamo facendo, l’emergenza Pfas non ha ancora fatto rumore tale da obbligare la Solvay (unica produttrice in Italia) a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo. A fronte dell’inazione delle istituzioni, la nostra speranza è nell’azione collettiva in sede civile di class action inibitoria. Altrimenti, per i Pfas si rischia di fare una fine peggiore dell’amianto.

L’emergenza amianto non fa più rumore, eccezionalmente riempie le cronache (clicca qui), ma uccide ancora 7mila persone l’anno. Neppure risarcite dalle magistrature: è stata definita “storica” la sentenza che riconosce un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco, clicca qui.

Eppure l’amianto resta una delle più gravi crisi sanitarie irrisolte, in Italia come nel resto del mondo. Cure senza speranze di guarigione. Alcuni piani sono stati avviati, ma le bonifiche sono ancora troppo lente. La fibra killer è ancora diffusa in case, scuole e ospedali, biblioteche, strutture sportive, tubature dell’acqua, siti industriali. Milioni di persone a rischio concreto. Pensiamo ai bambini. Manca un piano straordinario di rimozione che rivendichiamo da decenni.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno oltre 200.000 persone muoiono a causa dell’amianto, a distanza di decenni dall’esposizione. Pensiamo ai bambini. Curva stabile: in Italia, circa 10.000 nuovi casi di patologie asbesto-correlate, in incubazione anche 10-20 anni dopo l’esposizione. Tutte con esiti letali. 7.000 decessi ogni anno: mesotelioma circa 2.000, il tumore al polmone oltre 3.800, l’asbestosi circa 500, altri tumori correlati, tra cui quelli del tratto gastrointestinale e delle ovaie. 2.000 decessi l’anno in Lombardia, 1.000 in Piemonte, 650 in Emilia Romagna, 600 in Liguria, 500 nel Lazio…

Rivendichiamo da decenni ai governi un piano nazionale di rimozione dell’amianto. Insufficienti i piani avviati dalle Regioni con lenti interventi di rimozione e strumenti di supporto alla bonifica; eccezione il Friuli. Eppure, da decenni si ripete il rituale della Giornata mondiale in ricordo delle vittime dell’amianto.

 

Contro l’amianto: “Ci siamo con testa, cuore e coscienza”

Gli studenti in corteo a Casale Monferrato, da dove l’Eternit ha impestato di amianto tutta l’Italia. Dolore e rabbia intrecciati alla speranza e alla volontà di cambiamento.
L’iniziativa, promossa dall’Aula permanente e interattiva “delle due A” – amianto & ambiente, nata dalla collaborazione tra la Rete Scuole/insieme, AFeVA ed Ecofficina.

 

Non solo amianto sul mare della Liguria

Sotto sequestro da oltre 20 anni 13.500 metri cubi di amianto e 760 chili di uranio impoverito, olii, vernici, solventi, Pfas, “custoditi” con un telone impermeabile.
L’Arsenale militare di La Spezia, con la sua discarica di amianto e rifiuti pericolosi, aspetta di essere bonificato dal 2003, tra inchieste della magistratura e perizie, esposti di cittadini e piani di caratterizzazione, fitorisanamento sperimentale dell’Università di Firenze, messa in sicurezza di emergenza, interrogazioni in Parlamento. Ora si parla di “tombatura” della discarica di Campo in Ferro, 30.000 metri quadrati nella zona al confine con la borgata di Cadimare. Si oppongono l’associazione “Murati vivi” e Legambiente: “Ribadiamo fermamente che il sito va completamente bonificato e non tombato. Le tonnellate di materiali tossico nocivi stoccati in quell’area rimarrebbero a contatto con falde e infiltrazioni marine”.

L’intervento di tombatura è sponsorizzato (84.153.329 euro) dalla Marina Militare per realizzare, in corrispondenza della banchina ex Campo in Ferro, una “vasca di colmata”, capace di contenere circa 215mila m3 dei fanghi del dragaggio necessario per l’ormeggio delle Unità navali.
Nelle acque profonde sono stati riscontrati valori superiori alle concentrazioni soglia di contaminazione relativamente ai bifenili policlorurati: “Abbiamo lanciato una petizione popolare che ha raccolto migliaia di firme, abbiamo indetto assemblee pubbliche, abbiamo chiesto ai sindaci dei Comuni del Golfo e cioè La Spezia, Lerici e Porto Venere di farsi parte attiva. Senza avere risposta”, dice la Rete Pace e Disarmo.
La lotta di questi Movimenti è un esempio di prevenzione primaria.

 

Giornata mondiale in ricordo delle vittime dell’amianto

1) Dagli anni ‘70 asserivamo una semplice evidenza: per i cancerogeni (oggi esempio i PFAS) non esiste una soglia di sicurezza al di sotto della quale è sicuro che non si manifesterà l’azione oncogena. Quando il dibattito è cresciuto ed è cresciuto anche focalizzandosi sulla questione amianto, la AEA e i comitati operai di base diffondevano le verità emerse dalla medicina scientifica: l’impatto cancerogeno è rilevante anche a partire da una esposizione di appena due fibre per litro.

Ora , solo nel 2026, il ceto politico italiano ed europeo porta la “soglia di attenzione” da 100 a 10 fibre litro ma non si presenta all’opinione pubblica come “reo confesso” per avere per decenni cercato di truffare i cittadini sostituendo all’obiettività scientifica la teoria della “innocuità delle basse dosi”. Fra trenta anni la soglia di attenzione verrà portata da 10 a due ?

2) Risarcimenti ai lavoratori. Non esiste un risarcimento “giusto”, “equo”. Ma nei tribunali arrivano a discussioni e risarcimenti offensivi.

3) Come vediamo noi la questione dei risarcimenti? Prima fase, esautorare l’Inail. Contestualmente alla difesa e alla “resistenza nella discussione lavoratore per lavoratore, occorre puntare ad una linea guida per risarcimenti decenti e degni di questo nome. La questione del risarcimento dei “mesoteliomi ambientali” vanno risarciti alla pari rispetto a quelli professionali. L’esposizione lavorativa al rischio nell’ambito di un lavoro domestico.

Continua cliccando qui Vito Totire.

 

Allarme Pfas per i pompieri

Sono in Italia una categoria di lavoratori particolarmente a rischio: si diffonde l’allarme fra i vigili del fuoco per l’uso delle schiume antincendio a base di Pfas, che ha preso in esame la correlazione di queste sostanze e alcune forme tumorali rare, in particolare quelle al rene e ai testicoli, al fegato, alla testa. Ne hanno discusso esperti e istituzioni, a Roma in un convegno all’Istituto Superiore Antincendi, organizzato dalla Direzione centrale per la salute.
Un altro contributo fondamentale arriva dallo studio, di rilievo internazionale, di biomonitoraggio dei Pfas sierici condotto a Bologna dalla professoressa Jennifer Paola Pascali. Sono stati 60 i vigili del fuoco di Arezzo, epicentro del caso eclatante di colpiti dalla malattia con quattro morti per gliobastoma, a sottoporsi ai prelievi di sangue nell’ambito della ricerca su un totale di 387.

 

Pfas. La strategia Solvay, di occupare le istituzioni, passa anche dalla strategia dell’immagine

Mandrogne sarebbe solo una frazione di Alessandria, ma nel circondario è considerata un’isola razziale, non si sa se di origine zingara o saracena (i tratti somatici, belli, alti, capelli crespi e naso aquilino, il dialetto che arrota le erre), mentre nel mondo è storicamente conosciuta per il commercio ambulante con i carretti dei suoi abitanti (“mandrogni”) specialmente di conigli (bianchi), lepri, stracci, carta e rottami. Vigeva tra loro un’omertà quasi siciliana, un carattere chiuso, ruvido, astuto e beffardo, quasi una etnia.
Oltre al paese, il termine “mandrogno” ha finito per definire (immeritatamente: rivendicano i mandrogni doc) gli abitanti di tutta la Fraschetta e, per estensione, dell’alessandrino.
Tra questi, i cittadini del sobborgo di Spinetta Marengo, che hanno subito fatto ricorso al sarcasmo mandrogne quando hanno appreso che la loro concittadina era stata nominata direttore dello stabilimento Solvay. “Farà carriera” hanno commentato. Volete dire che “ha fatto” carriera. “No, la farà, perché sarà la prossima imputata all’ennesimo processo e dunque poi premiata a ben più alti incarichi, come sempre avvenuto per i suoi predecessori”. E rammentano i nomi dei direttori che hanno fatto da capri espiatori, coprendo le responsabilità penali di manager e azionisti di Solvay Syensqo subendo lievi condanne (o nessuna) ma in cambio di congrui stipendi. Gli ultimi due, Stefano Bigini e Andrea Diotto, accusati di disastro ambientale (cioè senza l’alone di briganti della Fraschetta).

Sarà che i mandrogni, da sempre uomini di mondo, sono maschilisti e perciò non hanno esaltato l’avvenimento “storico” che la spinettese Miriam Arca è la prima donna a ricoprire l’incarico di direttore. Ma, a dirla tutta, neppure le mandrogne l’hanno fatto. Tutti e tutte non si sono lasciati/e abbacinare dalla propaganda che ha accompagnato l’annuncio: “L’obiettivo di Arca sarà proseguire il percorso su innovazione, sostenibilità e dialogo con il territorio, elementi centrali nella nostra strategia aziendale”. Anzi, per nulla rassicurati, per nulla esenti da lutti in famiglia, piuttosto, tutti e tutte hanno assunto la conferma della tragica continuità produttiva dello stabilimento artefice del disastro ambientale e sanitario.

Infatti, la cinquantenne Miriam Arca, nata e cresciuta nella parrocchia di Spinetta Marengo, ma dove non vive con la famiglia, è marchiata da un percorso professionale strettamente legato al sito: entrata in azienda nel 1999 ha maturato oltre vent’anni di esperienza, consapevolmente ricoprendo ruoli di crescente e pesante responsabilità personale. E quelli nuovi che, ancor più imbarazzanti, la destineranno… alla futura carriera. “Per me sono un onore”, ha dichiarato.

Silurando Federico Frosini, la scelta a direttore di “donna, madre, cristiana spinettese” è volta alla “strategia di immagine” dal neo ceo Mike Radossich affidata a Francesco Luccisano, il nuovo Country Manager Italia Syensqo, nel solco della propria esperienza di relazioni esterne (Gruppo API) ovvero in ambito istituzionale di diversi ruoli al Ministero italiano dell’Istruzione e della Ricerca e al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi proprio di questioni diplomatiche ed economiche. Ora Luccisano sarà referente per le relazioni istituzionali del Gruppo Syensqo in Italia.

È evidente che Syensqo intende giocarsi, negli strategici ambiti istituzionali nazionale ed europeo, la riconferma Pfas del sito produttivo di Spinetta Marengo, affidandosi allo sgonfiamento penale (tramite patteggiamenti) del processo in corso ad Alessandria e preparandosi all’offensiva popolare della class action inibitoria – prevenzione primaria! – che invece intende fermare d’urgenza le produzioni inquinanti.

 

Prevenzione primaria e Maccacaro

Messa al bando di amianto e Pfas sono i classici esempi di prevenzione primaria.
Malgrado si fossero raccolte tante sigle sulla carta, in seno al “Fronte comune ligure per la salute” si sta discutendo sul perché della chiusura, dopo tre anni, della tentata esperienza di coordinamento regionale di comitati e associazioni.

Una delle due tesi afferma che è stato “perché i promotori non hanno aggregato i Movimenti, cioè non hanno puntato sugli obbiettivi di prevenzione primaria”. Senza autocritica, l’altra tesi fa lo scaricabarile ribattendo: “Perché semplicemente è accaduto che politica e sindacato non hanno colto il significato della possibile costruzione di un movimento alternativo ‘forte’ sui temi della salute e sanità pubblica e sul disastro vecchio e attuale, e ciò non è accaduto perché ognuno ha continuato a comportarsi con le proprie modalità e sostanzialmente in piena ‘autonomia’ (termine inesatto) e senza ‘provare’ a mettere in atto iniziative comuni”.

Senza autocritica: quale errore per il futuro! Il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”, erede dello scienziato militante degli anni ‘70 (clicca qui la lezione di Giulio Alfredo Maccacaro), invano aveva invitato a saper distinguere tra “prevenzione primaria”, “prevenzione secondaria” (diagnosi precoce di una malattia già presente ma asintomatica) e “cura” (gestire le conseguenze della malattia), cioè a non ignorare che la “prevenzione primaria” mira ad impedire nelle persone sane l’insorgenza delle malattie, agendo prima che si sviluppino, eliminando cause e fattori di rischio, tramite interventi sull’ambiente e sui luoghi di lavoro per eliminare (rischio zero) e ridurre l’esposizione alle sostanze nocive.

Dunque, avevamo indicato che, piuttosto che della politica (contingente, elettoralista del centrosinistra), era nel “Fronte” necessario il coinvolgimento dei Movimenti sul territorio: da realizzarsi sui loro obiettivi di lotta. Che, in Liguria, significa affrontando le criticità ambientali, come l’elevato rischio idrogeologico, l’inquinamento marino da scarichi (Pfas, soprattutto a Genova e Rapallo) non depurati (specialmente foci dei fiumi), l’erosione costiera, le spiagge senza accesso al mare, i problemi di qualità dell’aria a Genova con alti livelli di biossido di azoto e benzo(a)pirene a Cairo Montenotte, le bonifiche delle acciaierie di Cornigliano, dell’Acna di Cengio, la cabinovia in Val Bisagno, la funivia al forte Begato, la Gronda autostradale, la diga foranea, l’inceneritore, il rigassificatore, la centrale termoelettrica, il TAV terzo valico…

Obiettivi, insomma, che vanno sotto il nome di prevenzione primaria! Obiettivi di “salute” a monte della questione “sanità”.

È un errore di mobilitazione ignorare la prevenzione primaria nelle tragedie di un servizio sanitario nazionale, dove il diritto alla salute è diventato una variabile dipendente del pareggio di bilancio, con oltre 4 milioni di persone che rinunciano alle cure per motivi economici e liste d’attesa che superano i 12 mesi per esami oncologici.

 

Perchè i morti sul lavoro aumentano

Proprio perché è ignorata la prevenzione primaria.
LE CAUSE POLITICHE
1. Jobs Act (2015): dall’abolizione dell’Art. 18, l’aumento dei morti è stato del 43%.
2. Appalti a cascata (2023): la legge Salvini ha causato un +15% di decessi, specie in edilizia.
3. Legge Fornero: ha costretto al lavoro persone anziane in mansioni pericolose senza distinzioni.
4. Subappalti folli: il caso Esselunga (Firenze) con 5 morti e 56 aziende coinvolte in un solo cantiere.
5. Tre delle ultime 6 stragi sono state in aziende a partecipazione statale: Brandizzo (ferrovie), Suviana (Enel), Cavenzano Eni.

 

Un Paese che lavora per morire non è un Paese civile

Perfino Mattarella si è preoccupato il Primo Maggio. Non è un’emergenza, è una mattanza. I numeri del 2026 ci restituiscono una realtà agghiacciante: l’ecatombe di morti sul lavoro. Un’ecatombe che sembra non scuotere i palazzi del potere. Salvini promette l’abolizione della Legge Fornero a ogni tornata elettorale per poi dimenticarsene una volta seduto in poltrona. Il risultato? Persone che dovrebbero essere in pensione sono costrette a mansioni pesanti e pericolose che il loro fisico non può più reggere. Nessuna categoria è risparmiata, la strage è trasversale. Un Paese che lavora per morire non è un Paese civile…

 

Depavimentare i suoli: l’urbanistica si fa strada a Genova

È un inedito nel panorama politico italiano, da imitare in tutte le città: il Consiglio comunale di Genova ha approvato all’unanimità una delibera di modifica delle norme generali del Piano urbanistico, introducendo nuove disposizioni per la tutela del suolo e del verde: “interventi di depavimentazione dei suoli, consistenti nella rimozione dei materiali impermeabili dalle aree urbane pubbliche e private, comprendenti la rinaturalizzazione e il rinverdimento delle aree stesse, finalizzati a ricostituire il suolo”: clicca qui.
La depavimentazione è la rimozione di superfici impermeabili come asfalto e cemento per ripristinare con materiali drenanti e aree verdi la permeabilità del suolo urbano.
Questa pratica mitiga il clima contrastando le isole di calore, riduce i rischi di allagamento facilitando il drenaggio delle acque meteoriche e aumenta la biodiversità urbana, restituendo spazio alla natura.
La delibera di Genova è un esempio di prevenzione primaria.

 

La questione foibe

In queste settimane è tornata in primo piano la questione “foibe”. Con l’occasione della “giornata del ricordo”, viene riesumata questa vicenda – crimini di guerra italiani in Jugoslavia – spesso utilizzata a meri fini propagandistici e ideologici, da politicanti di basso livello culturale e storico, o da propagandisti faziosi. In questa Italia dove lo spessore storico e culturale, per non dire etico, dei politici nostrani è ai minimi della storia della Repubblica, per ottenere un pugno di voti in più, si utilizzano la morte e le tragedie di esseri umani tragicamente vittime degli eventi storici di oltre 80 anni fa.

Questo è un paese con una gran parte della popolazione che non ha mai fatto i conti con la propria storia e con i propri orrori e crimini compiuti in giro per il mondo. Atto storico fatto da Germania e Giappone, per esempio. Qui persiste la vulgata degli ”italiani brava gente” per affrontare la questione “foibe”, con relative tragedie connesse e innegabili.
Prima di arrivare alla questione foibe, gli italiani “brava gente” in giro per il mondo, in meno di sessant’anni avevano già aggredito, invaso, occupato, decine di paesi e popoli. Come documentato ormai storicamente, massacrando, sterminando intere popolazioni, saccheggiando e devastando terre e paesi.
Dagli archivi delle Nazioni Unite emergono dati che dovrebbero far vergognare. Clicca qui.

 

Grazie Donald:
Via l’Italia dalla Nato,
via la Nato dall’Italia

Trump: ritiriamo le nostre truppe dall’Italia.
Crosetto: non ne capirei le ragioni.
Nella mappa: in Italia
la dislocazione a tappeto
dei centri militari
di Nato e Usa.

 

La pirateria di uno Stato criminale e genocida

22 imbarcazioni su 58 della Global Sumud Flotilla, con aiuti umanitari per Gaza, sono state abbordate in acque internazionali di competenza dell’Europa, al largo di Creta (Grecia): droni, armi in pugno, proiettili di gomma, con gommoni, motovedette e almeno una fregata, distrutti motori e sistemi di navigazione, abbandonando centinaia di persone sulla traiettoria di una violenta tempesta in arrivo. Gli attivisti costretti a mettersi in ginocchio a quattro zampe, calci e pugni. 173 (24 italiani) deportati in Grecia… “per ingresso illegale in Israele” (sic), e 2 in Israele… per terrorismo a favore di Hamas.

Si tratta di un atto di pirateria in barba a qualsiasi norma internazionale, del sequestro illegale in alto mare di esseri umani, con passaporti internazionali, insomma della dimostrazione del fatto che Israele può agire in totale impunità, ben oltre i propri confini, senza subire alcuna conseguenza. Infatti, il governo italiano si limita ad una formale condanna, piuttosto che sanzioni e scorta delle barche italiane.
Clicca qui il racconto del giornalista a bordo.
Donald Trump applaude. Manifestazioni anti israeliane in tutto il mondo. Flottilla prosegue la rotta verso le coste di Gaza che sono palestinesi e non israeliane.

 

Rete delle Comunità Solidali

La Rete delle Comunità Solidali con alcune delle esperienze territoriali sono state invitate all’Università degli Stranieri di Siena dal rettore Tomaso Montanari.
Percorsi contro la tratta di donne nigeriane (Piam di Asti). Inclusione sociale e scuole di italiano (Rete Vesuviana Solidale, Scisciano e Marigliano). Infine la scommessa solidale di un territorio difficile Crotone con l’Associazione Sabir e la Rete 26 ottobre. Fatiche e responsabilità, ritardi enormi dei finanziamenti quasi a voler spingere a desistere. Eppure, questo “Patrimonio invisibile” continua ad esistere. Clicca qui.

 

Giornata nazionale della salute della donna

La prevenzione come asse portante delle politiche sanitarie e la salute femminile come priorità trasversale, da tutelare in ogni fase della vita. È questo il messaggio che accompagna la Giornata nazionale della salute della donna, occasione per fare il punto sulle strategie messe in campo e sulle sfide ancora aperte. Dalla prevenzione agli screening: i consigli ISS per ogni età. Clicca qui.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata da Lino Balza. Puntata 26.

Un monumento durante lo sfacelo della chimica.
Puntata realizzata da Mattia Servettini.
Clicca qui il video sul canale YouTube. Clicca qui la trascrizione.

 

La Rete in procinto di estinzione

Dopo l’ S.O.S. andato disperso https://www.rete- ambientalista.it/2026/04/15/s- o-s-save-our-struggles- salviamo-le-nostre-lotte-%c2% b7-%c2%b7-%c2%b7-%c2%b7-%c2% b7-%c2%b7-2/, sono abbastanza demoralizzato: sembro la nostra mascotte Koala che piange.Ho appena la forza di copiare l’appello dell’anno scorso:
“Malgrado l’appello, non si riesce a racimolare quel migliaio di euro che mancano per garantire l’abbonamento annuo della mailing list. Quasi cinquantamila la ricevono. Potrebbero sottoscrivere 2 centesimi a testa. Sarebbe meraviglioso. Dai 42mila utenti togliamo pure inquinatori e guerrafondai che tramite Lista e Sito ci tengono d’occhio, i nostri avversari. Analogamente, togliamo pure amministratori e politici, i complici degli inquinatori. Togliamo pure 3mila giornalisti, che per mestiere devono informarsi (e talvolta per fortuna ci copiano). Togliamo pure. Ma quante decine di migliaia di persone restano, che fanno parte dei Comitati e Associazioni ambientaliste e pacifiste che usufruiscono del servizio di informazione della Lista? Quante persone comuni che si identificano, spesso partecipando, nelle lotte per l’Ambiente, la Salute, la Pace, la Nonviolenza, e che sono l’humus della Lista? Persone che sono minoranza, purtroppo, nel Paese, ma qui, fra noi, sono maggioranza. Eppure… tantissimi apprezzamenti… avanti bravo bis… ma…” Ma siamo in procinto di chiudere.

Sembra quasi di chiedere l’elemosina. Invece, non è una questione personale ma collettiva, una questione politica, morale, di principio, una sottoscrizione che andrebbe sostenuta in comune solidarietà, tramite bonifico, tramite IBAN IT68T0306910400100000076215 specificando la causale, ovvero tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it.
Lino Balza


 

contenuti 28 aprile 2026

Mappatura dei Pfas in Toscana

Provvedimento all’avanguardia a livello nazionale (altro che Piemonte). La Giunta della Regione Toscana ha approvato una delibera strategica che avvia un’ampia indagine conoscitiva sulla presenza di Pfas in acque, aria, terreni, scarichi idrici e rifiuti, con un focus mirato sui comparti produttivi più rilevanti del territorio.
Il monitoraggio sarà anche esteso ai gestori del servizio idrico integrato, in linea con le più recenti indicazioni europee che evidenziano l’importanza di intercettare gli inquinanti fin dall’ingresso nelle reti fognarie.
L’indagine avrà dunque l’obiettivo di stilare una mappatura puntuale delle fonti di contaminazione da Pfas, rafforzare i controlli e porre le basi per future misure di riduzione alla fonte: prioritariamente le aziende soggette ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), con particolare attenzione ai settori della depurazione delle acque civili e industriali, gestione e trattamento dei rifiuti, lavorazione del cuoio, industria della carta e del cartone, comparto tessile e altre filiere produttive in cui è noto l’impiego di Pfas.
Parallelamente, la Regione investirà nel rafforzamento delle capacità analitiche di Arpat, grazie all’acquisto di nuova strumentazione di analisi. La delibera riporta, inoltre, i metodi di campionamento e analisi di riferimento per i PFAS, un tassello fondamentale per uniformare le misurazioni e i controlli.

 

Scatta la bonifica a Spinetta Marengo

Il titolo sui giornali colpisce l’immaginazione: “Scatta la bonifica delle discariche nella Fraschetta”. Finalmente!!! Calma.
Calma. Peschiamo subito dal sito www.rete-ambientalista.it un articolo del lontano 2013: “Video in esclusiva: le immagini rubate a Solvay che zitta zitta sta innalzando una montagna di rifiuti industriali a Spinetta Marengo.” (clicca qui). L’articolo è una nuova pesante reprimenda nei confronti dell’assessore all’Ambiente Claudio Lombardi: “È questa la bonifica?”. C’è il clicca qui del servizio fotografico.
Anzi, ci compare sul sito l’articolo “Lettera aperta a Claudio Lombardi, assessore all’Ambiente del comune di Alessandria, e a Alberto Maffiotti, direttore dell’ARPA di Alessandria” (clicca qui): “Come vi abbiamo informato, attendendo risposta, sul blog con video e foto è documentata l’enorme montagna di rifiuti che si sta innalzando per centinaia di metri dentro lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo… ”. L’articolo è anche corredato da un’intervista di Lino Balza ripresa da numerosi servizi sui giornali. Mentre altri giornali sono proni a censurare, come denuncia con sarcasmo la presidente della sezione alessandrina di Medicina democratica (quando ancora esisteva): “Solvay, Comune di Alessandria e Politici: tutti insieme, ma nessuna risposta ai temi ambientali” (clicca qui). Anzi, andiamo ancora indietro sul sito. Nel 2012: “Così si va verso il disastro ecologico definitivo”. (Clicca qui)
“… Le montagne che si intravvedono nelle foto contengono a loro volta montagne di discariche di rifiuti tossici e cancerogeni, li nascondono. Le montagne interne sono composte da gessi fluorurati e clorurati, sostanze che la Procura ha rinvenuto nelle acque superficiali e profonde…” A proposito, era già virale l’intervista del 2010 di Lino Balza davanti al torrente di scarico di Solvay in Bormida (di lì in Tanaro, Po, Adriatico) clicca qui video1, video2, video3.
Se poi andiamo avanti sul sito www.rete-ambientalista.it, di articolo in articolo, da un sindaco all’altro, arriviamo ai giorni nostri e le montagne di rifiuti sono ancora lì.
Ma ecco l’ultima notizia: Scatta la bonifica delle discariche della Fraschetta del sindaco Giorgio Abonante. Viva Viva. Calma.
Calma. Continuiamo su RadioGold a leggere oltre il titolo: si tratta di “interventi contro le discariche abusive, rimozione dei rifiuti abbandonati, ripristino dello stato dei luoghi a Spinetta Marengo, in particolare rifiuti ingombranti e indifferenziati, macerie da scarico, materiale isolante e ondulina catramata, eventuale amianto”.
C’è qualcuno che si era illuso sulla “scatta la bonifica Solvay”? In una regione da retroguardia, come la Regione Piemonte?
Morale della favola: non è mai troppo tardi la class action inibitoria popolare che fermi le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, mentre la multinazionale belga neppure ha realizzato la bonifica del pregresso (attribuito a Montedison).

 

Il fatto alimentare

Il Fatto Alimentare è un quotidiano online indipendente che ha iniziato le pubblicazioni il 10 maggio 2010. Il sito pubblica articoli su tematiche alimentari riguardanti la sicurezza, le etichette, la nutrizione, le analisi dei prodotti e approfondimenti su prezzi, consumi, legislazione. Il sito non ha un editore e non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici.
Mail: ilfattoalimentare@ilfattoalimentare.it

 

AFeVA l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto

In vista della Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, Afeva torna a mobilitarsi con un calendario fitto di appuntamenti e con un messaggio chiaro: serve accelerare su bonifiche, ricerca e giustizia. Clicca qui.

 

La Bottega del Barbieri

Non è un periodico, né una testata giornalistica registrata, è un blog collettivo. I contenuti sono firmati e ogni autore/autrice è responsabile per i propri contenuti e affermazioni. Se manca la firma vuol dire che è un testo di db (cioè Daniele Barbieri) o concordato con la redazione. Per contattare la redazione scrivere una mail su pkdick@fastmail.it

 

L’educazione sostenibile

Una rete di “antenne” sul territorio italiano per documentare e promuovere la transizione culturale verso la sostenibilità.
Crescono i referenti regionali della rivista “.eco”, voce storica non profit dell’educazione ambientale e della sostenibilità. Mail: redazione@rivistaeco.it

 

La salute dei lavoratori poveri

Su CIVG Centro di iniziative per la Verità e la Giustizia:
I lavoratori poveri. Le correlazioni tra lavoro precario e/o sottopagato e la salute.
Clicca qui.

 

Amici del Chiaravagna

Cari amici, Vi invitiamo a mettere in agenda l’evento “Uniti per la pace” che ospiteremo Giovedì 30 aprile dalle ore 17;30 presso la nostra sede sociale di Via Travi 70, Genova-Sestri Ponente, durante il quale verrà presentato il quaderno dell’Eco Istituto Reggio Emilia e Genova circa la campagna per la difesa civile non armata e non violenta: perché “Un’altra difesa è possibile”!
Maggiori informazioni sulla campagna: QUI e QUI l’evento Facebook.
Sito: www.amicidelchiaravagna.it e- mail: info@amicidelchiaravagna.it

 

Superando.it

Superando.it è una testata giornalistica on-line fondata dal giornalista Franco Bomprezzi della Federazione italiana per il superamento dell’handicap. I temi: Autonomia & Mobilità, Diritti & Pari Opportunità, Istruzione, Scuola & Formazione, Lavoro, Salute & Ricerca, Società, Sport & Turismo.
A vent’anni dalla nascita di «Superando.it», e in vista di una nuova veste del portale del giornale, una breve “storia” del percorso finora seguito è certamente opportuna.
Clicca qui https://superando.it/chi- siamo/

 

La nonviolenza è in cammino

Notiziario telematico quotidiano di approfondimento, fondato e diretto da Peppe Sini presso il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo. Attivo da 27 anni, propone riflessioni, documenti e studi focalizzati su teoria e pratica della nonviolenza, in continuità con il pensiero di Aldo Capitini.
Mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it

 

Atlante Green

“Atlante Green” è la newsletter dell’Huffpost che ogni mercoledì prova a offrire un punto di vista sostenibile e curioso sul mondo che cambia. Racconta con dati e analisi i nodi chiave della transizione ecologica globale, tra energia, clima e geopolitica.
Per commentare le notizie, suggerire temi e argomenti o fare due chiacchiere, scrivete a: roberto. giovannini@huffpost.it

 

Carta Arcobaleno LGBTQI+

Il lavoro è durato oltre sei mesi e accanto al gruppo costituito dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte hanno preso parte alla sua elaborazione anche le organizzazioni della società civile riunite nel Coordinamento Torino Pride. Ora, la Carta Arcobaleno per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQI+ -documento il cui testo è già stato oggetto del confronto nella categoria – è pronta ad essere presentata.
ll primo appuntamento è fissato il 17 maggio alle 14,45 al Salone del Libro negli spazi della Città di Torino. Seguirà il 27 maggio alle 10 a palazzo Ceriana Mayneri il corso di formazione che attribuirà 5 crediti deontologici. Iscrizioni su www.formazionegiornalisti.it

 

C’è un filo rosso che lega Resistenza di ieri e resistenze di oggi

11 parole saranno il filo rosso della serata. Viola Sartoretto, attrice, leggerà brani tratti dall’antologia. E don Luigi Ciotti ci accompagnerà nel suo lessico civile e spirituale. Di ogni parola dirà cosa ha significato per lui, che valore ha oggi, perché sono parole da portare con noi.

Clicca qui 3 delle 11 parole, in anteprima, accompagnate da un brano selezionato dall’antologia. Le altre 8 scoprile alla serata. Ti aspettiamo.

 

Milano antirazzista

Rifiuta il razzismo della Lega. Manifestazioni in città contro il raduno leghista. Tre piazze, un’unica voce contro la remigrazione. Milano ha deciso così di rispondere alla manifestazione della Lega e dei patrioti europei.

 

Disarmiamo i re

A Roma hanno portato in piazza più di 300mila persone contro tutte le guerre e contro il gruppo di potere composto da mega miliardari e da sovrani decisi a smantellare i sistemi democratici, la transizione ecologica e lo stato sociale.
Sono i No Kings italiani, ispirati da quelli americani, riunitisi nel grande movimento sceso in migliaia di piazze negli Usa, e in molti altri paesi, contro Donald Trump e la sua politica.
Ora il movimento arriva ad Anagni per fermare la corsa al riarmo che prevede la riconversione dell’ex stabilimento Winchester e l’apertura di una fabbrica di esplosivi vicino all’autostrada A1, a pochi metri dalla stazione di servizio La Macchia. Continua…

 

Una voce comunista

Care compagne e cari compagni, vi invitiamo a leggere il giornale comunista Scintilla di aprile 2026, che potete scaricare in pdf al seguente link:
https://piattaformacomunista. com/wp-content/uploads/2026/ 04/scintilla_159_apr_26.pdf

 

ABC Ambiente Bene Comune

Ti aspettiamo all’ottavo incontro di ABC Ambiente Bene Comune “Da dove veniamo, dove stiamo andando?” che si tiene a CittAperta, Mestre. Le registrazioni di Francesco Brunello degli interessantissimi incontri precedenti sono visibili sul canale YouTube “Amico Albero”.
A settembre tutte le sintesi formeranno un libro spedito gratis dalla Fondazione ICU a migliaia di insegnanti delle superiori di tutta Italia.

 

Spazio comune

Clicca qui https://goodmorninggenova.org/ Da non perdere!
Ecco la nuova tessera dei Giardini Luzzati – Spazio Comune.
25 aprile, Genova accende i Luzzati: Celestini e Fresu per una settimana di Resistenza viva. Clicca qui.

 

Inquinamento elettromagnetico: un’importante iniziativa in difesa dei bambini

Bentrovato gent.mo Lino Balza, mi chiamo Angela Donati, seguo da anni i problemi connessi all’inquinamento elettromagnetico, prima come Alberi non antenne e adesso nel gruppo Stop 5G Emilia e in contatto con varie associazioni e movimenti (già Alleanza Italiana Stop 5G, Coordinamento Levante). Ogni tanto arrivo da te con qualche azione da proporre. In questo caso sto stimolando una significativa iniziativa mirata ad iniziare un dialogo allargato sull’inquinamento elettromagnetico, finalizzato alla creazione di progetti educativi. Qualcosa che possa aiutare i giovani, le persone sensibili e tutti noi.
Stai mantenendo aperto uno spazio per le esperienze dei Movimenti, ossigeno per una democrazia sempre più sbiadita, bravissimo! Pensi che la “Rete Ambientalista – Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente e la Pace” e il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” possano essere interessati a partecipare, ponendo il logo e aiutando nella divulgazione?
Allego (clicca qui) i documenti che possono aiutare a capire cosa stiamo proponendo, considerando che nella lettera di approfondimento sono presenti, aggiornati al momento, le associazioni e i gruppi che stanno aderendo. La raccolta di loghi e adesioni operative è in corso e speriamo tanto nella vostra partecipazione.

 

Società in movimento

Negli ultimi mesi sta emergendo un pezzo di società imprevisto. Una forza politica composita che preferisce muoversi sulle pratiche quotidiane, sulle relazioni, sui desideri. E che pensa alla politica non tanto come gestione dell’esistente, ma come invenzione del possibile. Una discussione aperta con articoli di Lea Melandri, Andrea Segre, Guido Viale, Emilia De Rienzo, Paolo Cacciari, Claudio Tosi, Lorenzo Guadagnucci, Marco Bersani, Tiziana Villani, Giorgio Dal Fiume, Stefano Rota e Marco Codebò, Laura Castellani, Anna Maria Bruni…
Per contribuire alla discussione: info@comune-info.net

 

Albert, il bollettino settimanale pacifista

“Albert” è un progetto di redazione collettiva che mette in rete microblog, pagine web e mailing list.
Integra strumenti diversi – compresa l’intelligenza artificiale – per rafforzare la comunicazione e sostenere iniziative a favore della pace.
Il nome è un omaggio ad Albert Einstein: non solo uno scienziato che ha trasformato il nostro modo di comprendere l’universo, ma anche una voce storica per il disarmo.
Per contattare la redazione di Albert puoi scrivere a info@peacelink.it.

 

Difesa civile, non armata e non violenta

La campagna per la legge di iniziativa popolare.
Occorrono 50mila firme per sottoporre al Parlamento la proposta di Cnesc, Rete italiana pace e disarmo e Sbilanciamoci! che intende dare concretezza al ripudio della guerra scolpito in Costituzione, strutturando una difesa civile alternativa a quella militare, finanziata dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi. Dando vita a un Dipartimento per la pace e la nonviolenza. Clicca qui.

 

Piange il Koala. La sottoscrizione non sta andando mica bene

È stato un fiasco l’S. O. S. Save Our Struggles Salviamo le nostre lotte clicca qui.
Sappiamo dall’inizio il rischio dell’estinzione, come il Koala, ma mi sa che questa è la volta buona che siamo costretti a piantare in asso l’avventura della Rete Ambientalista.
Non siamo assolutamente in grado di coprire i costi dell’abbonamento 2026.
Forse questa Redazione deve rassegnarsi per aver sopravvalutato – per le lotte dei Movimenti Ecopacifisti – l’utilità di questa Lista di quasi 43mila utenti, che a noi costa tanto lavoro (gratuito)?
Non ci resta che il tempo di rinnovare l’appello:
bonifico tramite IBAN IT68T0306910400100000076215 specificando la causale oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it.

 


 

contenuti 17 aprile 2026

La civiltà della guerra, la civiltà dello spreco

Clicca sul titolo per esaminare la mappa della fame nel mondo.

Celebrata la “Giornata internazionale dei rifiuti zero”: oltre un miliardo di tonnellate di cibo vengono sprecate, il 19% di tutto il cibo disponibile per i consumatori, mentre il 13% viene perso dopo il raccolto e prima della vendita al dettaglio.

La maggior parte degli sprechi alimentari si verifica all’interno delle famiglie, che sprecano oltre un miliardo di pasti al giorno, circa il 60%, seguiti dalla ristorazione, il 28%, e dalla vendita al dettaglio, il 12%. Il mondo, dunque, sta dissipando cibo compromettendo la sicurezza alimentare e rallentando i progressi verso un futuro a rifiuti zero e circolare. La perdita e lo spreco alimentare generano dall’8 al 10% delle emissioni globali di gas serra, e il solo spreco di cibo rappresenta fino al 14% delle emissioni globali di metano, un gas 84 volte più potente della CO2 nell’arco di 20 anni. Per leggere l’articolo completo clicca qui.

 

L’Artico come un gigantesco imbuto che raccoglie i Pfas

Esplosione dei Pfas, trasportati da migliaia di chilometri (da Spinetta Marengo eccetera) fino al cuore dell’Artico, in uno degli angoli più remoti e incontaminati del pianeta, l’arcipelago delle Svalbard, tra ghiacciai millenari e tundre sferzate dal vento.

Qui vive una sottospecie unica di renna (Rangifer tarandus platyrhynchus), un animale simbolo di resistenza che ha imparato a sopravvivere a inverni lunghi e bui. Eppure, anche queste creature solitarie non sono immuni all’impronta dell’uomo. Un recente studio guidato dalla ricercatrice Malin Andersson Stavridis della Norwegian University of Science and Technology, e pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, ha rivelato che i livelli di PFAS sono aumentati del 900% in dieci anni (concentrazione da 0,6 a 5,48 nanogrammi per grammo).

 

Pfas, meglio tardi che mai

I titoli giganteggiano: “IKEA elimina completamente i PFAS dalle sue pentole”.

Più appropriato l’avverbio dovrebbe essere “finalmente”. Poco meno di venti anni fa, c’era chi (come Lino Balza) teneva conferenze in giro per l’Italia diffidando di utilizzare le pentole antiaderenti trattate con PFOA (Teflon).

 

  1. Prevenzione primaria. Maccacaro costituisce Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute

In queste ore si svolge, a ben quattro anni dal precedente, il XI congresso nazionale di Medicina democratica. Il titolo “50 anni con G. A. Maccacaro e L. Mara” ci richiama alla memoria la dolorosa scissione conclusasi nel 2018 (vedi “Ambiente Delitto Perfetto”, o più brevemente clicca qui “Luigi Mara & Medicina democratica”, sottotitolato “Luci e ombre di un grande protagonista. Il filo rosso che lega il ‘sessantotto’ alla nascita dell’Associazione di Giulio Alfredo Maccacaro, e passando per la mutazione genetica, fino alla sua scissione”).
Ma adesso soffermiamoci sul presente, occupiamoci del sottotitolo, clamoroso, di questo congresso: “La prevenzione primaria è diritto alla salute”.

Dunque, di come il concetto cristallino di ieri è stato oggi corrotto dall’immarcescibile presidente di Medicina democratica, che di fatto ha venduto la salute (altrui) tramite il patteggiamento con Solvay. L’associazione è stata comprata con un mercimonio bollato dai Comitati di Alessandria e dal “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” come scandalo: clicca qui https://www.rete- ambientalista.it/2025/03/29/ scandalosa-medicina- democratica-al-processo- solvay/.

A sua volta, Marco Caldiroli ha difeso il patteggiamento come… esigenza di cassa, cioè come segue: clicca qui https://www. medicinademocratica.org/wp/?p= 18320. Una toppa peggio del buco.

Insomma, nel 2025 il Direttivo di Medicina democratica (“a maggioranza”: precisa Caldiroli) ha ripetuto (come a maggioranza dieci anni prima) il tradimento del pensiero e dell’opera di Maccacaro, ha rinnovato il tradimento delle Vittime del popolo inquinato alessandrino, a tacere di tutte le Vittime italiane dei PFAS. Per quaranta denari.

Ebbene, in queste ore, il congresso del 2026, immemore del sottotitolo, sta annegando in un oceanico dibattito le suddette tre turpi carrette del mare? In quali termini ne parlano, o non ne parlano, i relatori? Rivendicano che “La prevenzione primaria è diritto alla salute”? Francesco Pallante nella relazione “Il diritto alla salute è ancora nella Costituzione”? O Edoardo Bai nella relazione “Fabbriche di morte: inquinanti e produttrici di armi”? O Maria Antonietta Cuomo nella relazione “Da vittima a protagonista di giustizia”? O Felice Casson nella relazione “Rafforzare i diritti delle vittime con l’art. 42 della Costituzione”? O Alessandro Rombolà nella relazione “L’omicidio lavorativo, per una nuova e idonea fattispecie penale”? O Gianni Tamino nella relazione “Il ruolo delle associazioni per una consapevolezza collettiva e di promozione di un ambiente salubre”? O Marino Ruzzenenti nella relazione “Uscire dal capitalocene, il conto delle bonifiche non ancora fatte”? O Rossano Ercolini nella relazione “L’economia circolare non include l’incenerimento dei rifiuti”? O Claudia Marcolungo nella relazione “Contaminanti eterni: uscire dalla produzione dei PFAS”? O nella relazione “Crimini ambientali e procedimenti giudiziari” Edoardo Bortolotto (il quale per Miteni NON ha patteggiato come invece per Solvay)?

Insomma, per onorare davvero 50 anni di Maccacaro, nessuna di codeste relazioni, ognuna dai propri punti di esame, può eludere il nodo nazionale “Pfas e Solvay”, come tagliarlo, come fare prevenzione primaria per tutelare il diritto alla salute: clicca qui https://www.rete- ambientalista.it/2026/04/06/ il-principio-e-chi-inquina- paga/.

Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

 

Nucleare in Piemonte

Tavolo di trasparenza sul nucleare.

Lunedì 20 aprile ore 15 a Torino

 

Non dimenticare i nomi dei bambini

In Piazza Vittorio, a Roma, è stato dispiegato il grande lenzuolo bianco che ha viaggiato di città in città, un sudario di venticinque metri per otto coi nomi dei 18.457 bambini uccisi a Gaza dall’ottobre del 2023 al maggio del 2025. Mentre Israele sta continuando anche in Libano. Leggi l’articolo

 

La civiltà persiana e la civiltà americana: i due americani

È passata la notte e la civiltà persiana, millenaria ma minacciata di essere cancellata in queste ore, è ancora lì, mentre il cosiddetto regime degli ayatollah, pur uccisi i suoi capi, ha dato una prova di straordinaria dignità e coraggio.

Invece c’è un’altra civiltà, antica di tre secoli, quella nordamericana, che non è finita, perché una civiltà non può essere soppressa, ma è sparita alla vista, perché non è una civiltà quella che vuole distruggere le altre.
Certo, si deve dire, Trump non è la civiltà americana, ne è solo un usurpatore e un sintomo grottesco, ma è pur vero che il Congresso non lo ha fermato, l’esercito non si è ribellato, i giudici hanno dovuto tacere, gli infermieri non l’hanno prelevato, il suo staff lo ha sostenuto. Quello che è finito è però il mito americano, di cui anche noi siamo stati vittime, il mito o “sogno americano”, “libertà, democrazia e libera impresa”, in nome del quale sono state portate guerre e maledizioni in tutto il pianeta, e popoli interi resi servi, e i “valori occidentali” contrapposti al “resto del mondo”, parola del “Corriere della Sera”.
Né si è salvata l’Europa di Bruxelles, già complice del genocidio compiuto dallo Stato di Israele, con l’eccezione della Spagna che ha chiuso il cielo agli avvoltoi; e anche il Regno Unito ha reagito negando le basi ai cugini americani, facendosi per questo sbeffeggiare da Trump, come i nuovi Chamberlain.
E ora da qui che per mille segni, in Iran, negli Stati Uniti e anche in Italia, grazie ai giovani che hanno vinto il referendum, sta partendo la resistenza, comincia la risalita. E i cortei “No King” che hanno spontaneamente riempito oltre 3.000 piazze di tutto il mondo, con la partecipazione di oltre 8 milioni di persone, stanno lì a dimostrarlo.

Intanto deve essere stato uno straordinario regista quello che ha organizzato lo spettacolo della notte di Pasqua, nel quale si è mostrata in modo quasi plastico la scena oggi del mondo: da un lato il presidente americano alla Casa Bianca che promette l’inferno se non viene riaperto lo stretto di Hormuz, di cui lui stesso, gettandolo in guerra, ha provocato la chiusura, dall’altro il papa americano a San Pietro che promette il regno dei cieli a chi apre i sepolcri della guerra e dell’ingiustizia, guardando alla potenza dell’amore di Dio, capace di “dissipare l’odio” e di “piegare la durezza dei potenti”.
Nei giorni precedenti papa Leone aveva tracciato una specie di identikit di Trump: (continua Raniero La Valle)

 

Basta animali in gabbia

Abbiamo depositato in Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre un divieto all’uso delle gabbie a livello nazionale per tutte le specie allevate, con l’obiettivo di chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema, come già avvenuto in altri Paesi membri dell’UE (Austria, Lussemburgo, Svezia, Repubblica Ceca, Slovenia, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca.

In Italia si stima che più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie siano allevate in gabbia, per un totale di oltre 40 milioni di animali: ecco perché è nata la nostra nuova campagna Gabbie Vuote, in collaborazione con Fanctanza Media e The Good Lobby.

Sulla piattaforma dedicata del Ministero della Giustizia sarà possibile firmare una proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere l’introduzione del divieto all’uso delle gabbie per tutte le specie allevate su tutto il territorio italiano.

L’obiettivo è raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre in modo da chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema, come già avvenuto in altri Paesi membri dell’UE. Continua…

 

Salviamo le nostre lotte

È passato un altro anno, il diciottesimo, la maggiore età, ed è scaduto l’abbonamento che ci ha consentito di spedire senza limitazioni di cadenza a quasi 43.000 utenti la newsletter della “Rete Ambientalista – Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”.

Non siamo in grado di coprire i costi dell’abbonamento 2026: perciò lanciamo la sottoscrizione per sopravvivere come koala della (contro) informazione.

Malgrado tutto il lavoro (gratuito) che ci comporta, e l’età, siamo ancora convinti di essere utili, consapevoli che sarebbe un peccato se chiudessimo, che l’estinzione della lista sarebbe un grosso regalo agli inquinatori e ai guerrafondai.

Verrebbe meno, ad esempio, il nostro piccolo contributo alla grande lotta dei Movimenti in questa tragica fase storica di guerra e pace. A tacere i numerosi versanti di lotta per la salute che stiamo affrontando. Pensiamo che proprio ora siamo ad un cruciale punto di svolta nazionale sulla drammatica “Questione Pfas”. E proprio noi, che in trenta anni, sulla nostra pelle, abbiamo fatto della messa al bando dei Pfas il cavallo di battaglia, proprio noi ora dovremmo essere ridotti al silenzio dai complici di Solvay e lasciare inermi le Vittime alla mercé della politica e della magistratura?

Così non avverrà se, anche quest’anno, la collettività ecopacifista riuscirà a sottoscrivere l’abbonamento.

Questa sottoscrizione è provvidenziale a salvaguardia di uno scomodo strumento di informazione e di lotta al servizio di migliaia di attivisti e simpatizzanti, quale è la RETE AMBIENTALISTA – Movimenti di Lotta per la Salute l’Ambiente la Pace e la Nonviolenza.

Al fine di salvaguardare questo servizio collettivo, invitiamo ciascuno di noi a inviare il bonifico tramite IBAN IT68T0306910400100000076215 specificando la causale oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it.

Il Sito (www.rete-ambientalista.it) e la omonima Lista sono gestiti dal “Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro” (movimentolotta.maccacaro@gmail.com). Dall’esordio del 2008, abbiamo progressivamente abbandonato la mera dimensione locale per sviluppare sempre più uno spazio aperto alle esperienze dei movimenti italiani impegnati nelle lotte sul fronte della salvaguardia dell’ambiente, della tutela della salute, della difesa della pace e della nonviolenza. Fa testo il numero dei “post” informativi provenienti da tutta Italia e non solo: siamo già a quota 1500 all’anno, ognuno corredato da cospicua documentazione scientifica, tutti archiviati e indicizzati in quasi 1100 categorie. Per “Rete Ecopacifista” perciò intendiamo “Rete delle Reti”, perché ciascuno degli utenti (43mila come mailing list) a sua volta ha un proprio bacino più o meno vasto di corrispondenti, comprese liste di portata nazionale. Perciò l’effetto di sinergia e amplificazione delle notizie è esponenziale, includendo anche il mondo politico nazionale ed europeo (e… inevitabilmente un “affezionato” numero di inquinatori e bellicisti). Dunque, i numeri totali del target vanno ben oltre i nostri che pur al sito contano circa 2milioni e mezzo di accessi l’anno in ambito nazionale ed europeo, nonché 43mila con cadenza almeno settimanale (la nostra tiratura giornalistica!). Inoltre, i gruppi e le pagine Facebook hanno oltre 7.000 membri, i canali Youtube sempre in via di sviluppo come anche Twitter. I nostri libri sono stampati a spese dell’autore: la loro sottoscrizione è interamente devoluta a Ricerca Cura Mesotelioma. Così come il piccolo residuo della sottoscrizione dell’anno scorso.

 


contenuti 7 aprile 2026

La lobby chimica internazionale Solvay, a difesa dei propri lauti profitti, quale monopolista delle produzioni Pfas, arruola grandi firme del calibro di Mario Draghi. Supermario fu chiamato a frenare il bando totale UE dei Pfas: nel suo rapporto sulla competitività europea (settembre 2024), sostenne che limitare drasticamente i Pfas danneggerebbe la competitività europea, in particolare nei settori delle auto elettriche, semiconduttori e rinnovabili. In particolare, ma senza enfatizzare, aveva a cuore il settore militare. Invece, sparò alto dichiarando addirittura… i Pfas insostituibili per la transizione verde e digitale. Ovvio che ignorò completamente i rischi per la salute e la presenza delle alternative industriali indicate nel dossier dell’ECHA, Agenzia europea per le sostanze chimiche.

L’autorevolezza di Draghi servì a frenare la proposta di cinque paesi europei (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) di vietare l’uso di questi composti cancerogeni.

Ultimo sponsor arruolato, Jessika Roswall, commissaria europea all’Ambiente, per una missione organizzata dall’europarlamentare Letizia Moratti (Forza Italia), guarda caso membro attivo della Commissione per l’ambiente. Per questa missione, a marzo la Roswall ha visitato il sito Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria. Dopo aver girato, caschetto giallo e camice bianco, a braccetto dell’amministratore delegato Mike Radossich e di Andrea Diotto, ex manager dello stabilimento che la procura accusa di disastro ambientale colposo (omessa bonifica del territorio e ulteriore inquinamento Bormida-falde-suolo-atmosfera con nuove sostanze, tra cui i Pfas), tutta sorridente, la Roswall ha “postato” un commento entusiasta che comitati e associazioni hanno commentato su un manifesto con un enorme titolo: VERGOGNA.

Vergogna per aver esaltato l’“eccellenza industriale di un’azienda scientifica innovativa che applica la ricerca chimica allo sviluppo di soluzioni più sicure, pulite e sostenibili, e assicura un’impronta ambientale migliorata”. Senza il rispetto per la popolazione falcidiata da malattie e morti.

Di opposto avviso è Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni unite sulle sostanze tossiche e i diritti umani, esperto di diritto internazionale e ambientale, insegnante all’American University di Washington e in moltissimi atenei in tutto il mondo, direttore del settore ambiente e diritti umani di Human Rights Watch.
Nel suo primo mandato come relatore speciale Onu, tra il 2020 e il 2023, si era già occupato dell’inquinamento Pfas in Italia. A seguito della sua visita nel dicembre 2021, nella sua relazione finale Orellana aveva avvertito che a Spinetta Marengo è in corso un “disastro ambientale e sanitario” simile a quello del Veneto, citando la contaminazione delle acque e del suolo e dell’aria da parte del polo chimico Solvay, danneggiando gravemente la salute delle comunità locali. Non solo, aveva denunciato l’inazione politica delle autorità italiane locali e nazionali che non avevano né informato né salvaguardato la popolazione sui rischi per la salute legati alla contaminazione senza limiti da PFAS. Orellana aveva inquadrato la questione non solo come un problema ambientale, ma come una violazione dei diritti umani fondamentali, in particolare il diritto alla salute e a un ambiente pulito.

La relazione di Orellana aveva fatto luce sulla necessità di intervenire urgentemente per bonificare l’area e tutelare gli abitanti di Spinetta Marengo dagli effetti a lungo termine delle sostanze tossiche. Per questa urgenza, stante l’inazione delle istituzioni italiane ed europee a fermare le produzioni Solvay, le popolazioni alessandrine metteranno in campo le azioni collettive di class actions.
A sua volta ora, verso la fine del secondo mandato, Marcos Orellana sta lavorando a un nuovo report che porrà al centro la questione della messa al bando totale dei Pfas. (Clicca qui uno stralcio dell’intervista).

 

Il principio è: chi inquina paga

Proseguendo la narrazione (https://www.rete- ambientalista.it/2026/02/01/ perche-le-class-actions- risarcimenti-milionari-per-la- popolazione-di-alessandria/), facciamo il punto delle azioni collettive in sede civile, class actions, contro Solvay in Italia, sollecitate fin dal 2015 dal Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che alla condanna penale seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”.

In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, il fenomeno delle “class actions” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche: per Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/02/09/ dunque-class-actions-anche-in- italia-contro-i-pfas-della- solvay/.

La regia delle nostre class actions non è unica ma l’ispirazione sì, come in coerenza divulgo da dieci anni almeno. Avendo alle spalle solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: esse riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo. Dunque, le assemblee stanno finalmente affrontando, in sede civile, le class actions – l’azione inibitoria e l’azione risarcitoria – contro i disastri Pfas anche in Italia. Vogliono essere all’insegna della partecipazione attiva piuttosto che passiva delle popolazioni.

In Veneto, si tratta di class actions di natura risarcitoria, ovvero di natura riparatoria: intervengono ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto dalla popolazione per responsabilità dell’azienda Miteni di Trissino (la cui solvibilità è dubbia essendo fallita, però c’è chi sostiene la responsabilità di Solvay come committente). Se ne stanno occupando due realtà diverse che offrono entrambe assistenza legale collettiva per risarcire i cittadini a livello individuale: “a costo zero, in cambio di una quota degli eventuali ristori”. Una, denominata “Risarcimento Miteni” della spa bresciana “Finanziamento del contenzioso”: annunciate 20mila adesioni per cedere il proprio diritto al risarcimento ad una realtà che poi distribuirà le somme ottenute, avrebbe sinora raccolto 10milioni di euro.
L’altra è la FIDeAL, in collaborazione con le “Mamme no Pfas”, anch’essa impropriamente definibile class action generalizzata bensì azione collettiva che affronta i singoli casi individuali risarcibili da girare poi ai cittadini per una quota maggioritaria. Alle loro spalle hanno una sentenza penale per reato di dolo.

In Piemonte, analogamente si tratta di due azioni collettive della suddetta natura risarcitoria, ma soprattutto stiamo preparando la class action inibitoria: di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. Ovvero: chiudere le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo, bloccare le emissioni tossiche e cancerogene, avviare la bonifica, far pagare i costi e risarcire ambiente e salute. Esempio: la richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36.5 milioni di euro, 190mila per ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. Esempio: Solvay è costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari per completare la bonifica dei PFAS, per affrontare il risanamento nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati, per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.

L’inibitoria ad Alessandria è irrinunciabile stante i due fallimenti dei processi penali relativi al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare i suoi enormi profitti.

 

Class action contro Colgate Palmolive

Colgate-Palmolive dovrà affrontare due azioni legali collettive per confezione ingannevole dei suoi collutori per bambini. Lo ha deciso una giudice federale di Chicago accogliendo l’istanza dei consumatori che hanno promosso le cause, i quali sostengono che i colori vivaci e i gusti accattivanti come «Bubble Fruit» e «Silly Strawberry» inducano i genitori a ritenere che il prodotto sia sicuro anche per i bambini al di sotto dei sei anni, nonostante le linee guida sanitarie statunitensi raccomandino espressamente di non utilizzare collutori al fluoro in quella fascia d’età. Il fluoro, infatti, può risultare dannoso se ingerito, soprattutto dai più piccoli.
In attesa di un possibile risarcimento per i consumatori e di una revisione delle confezioni, le cause contro Colgate confluiranno ora davanti al giudice federale. Non è la prima volta che Colgate viene attenzionata sul versante giudiziario a causa del marketing connesso a prodotti al fluoro.

 

Class action contro Bayer: paga

Il colosso tedesco Bayer, che ha già affrontato 130mila richieste di risarcimento e speso 10 miliardi di dollari, ha proposto alla Corte Suprema degli Stati Uniti un maxi accordo per chiudere definitivamente la questione del Roundup, l’erbicida a base di glifosato.

L’azienda, che continua a sostenere l’innocuità del Roundup (nega non solo il linfoma non-Hodgkin, letale tumore del sangue con una latenza che può superare i 10 anni), dall’erbicida ha eliminato il glifosato dal 2023 e ora propone di stanziare 7,25 miliardi di dollari per risarcire le persone esposte fino al 17 febbraio 2026, che hanno sviluppato o che svilupperanno la malattia entro i prossimi 16 anni, che al momento sono circa 65mila.

 

Pfas: invecchiamento precoce e malattie

La rivista scientifica Frontiers in Aging ha pubblicato lo studio di un team di scienziati guidato dall’Università Jiao Tong di Shanghai che dimostra come i Pfas alterano l’orologio biologico, cioè invecchiano l’età delle cellule rispetto all’età anagrafica, soprattutto per gli uomini tra i 50 e i 64 anni.
Va da sé che questo invecchiamento precoce peggiora i problemi di salute causati dai Pfas, tra cui alterazioni ormonali, infertilità, obesità e aumento del rischio di tumori.

 

I Pfas nella pancia della mamma

La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche, note come “sostanze chimiche eterne”) nel corpo delle donne in gravidanza e, di conseguenza, nel feto, rappresenta un serio problema di salute pubblica, con evidenze scientifiche che ne confermano il passaggio transplacentare. Il gruppo di ricerca guidato da Shelley H. Liu, docente presso la Icahn School of Medicine at Mount Sinai, in un nuovo studio nel sangue del cordone ombelicale, pubblicato su Environmental Science & Technology, ha confermato che l’esposizione ai Pfas comincia prima ancora della nascita, nell’utero, in una fase delicata e cruciale per lo sviluppo umano, quando ogni interferenza chimica può avere conseguenze a lungo termine.
L’esposizione prenatale ai PFAS è particolarmente critica perché la gravidanza rappresenta una finestra di vulnerabilità biologica: basso peso alla nascita, parto pretermine, alterazioni metaboliche e modifiche nella risposta immunitaria ai vaccini. I prossimi passi della ricerca includeranno l’analisi degli effetti a lungo termine nei giovani ormai cresciuti e lo studio dei composti meno conosciuti individuati nel sangue del cordone ombelicale.

 

Pfas e ossa fragili negli adolescenti

L’esposizione precoce ai Pfas, fin dalle prime fasi della vita, compromette lo sviluppo osseo: una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata sul Journal of the Endocrine Society evidenzia il legame tra livelli elevati di Pfas e minore densità ossea durante l’adolescenza, in particolare a livello dell’avambraccio, con rischio più elevato fra le ragazze.
L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce la maggior parte della massa ossea che accompagnerà l’individuo per tutta la vita. Una riduzione in questa fase può tradursi in maggiore rischio di fratture e osteoporosi in età adulta.

 

Occhio alle etichette: che siano Pfas Free

Su padelle antiaderenti; imballaggi alimentari (compresi i contenitori da asporto e i cartoni per pizza); abbigliamento tecnico impermeabile; tessuti antimacchia per divani e tappeti; cosmetici; detergenti. Attenti agli acronimi dei Pfas più comuni con cui possiamo riconoscerli: Pfte, Pfoa ,Pfos.

Non esistono test domestici in grado di confermare con certezza la presenza di Pfas. Tra questi, è il cosiddetto “test della goccia”. Basta versare una piccola quantità di acqua o olio su una superficie in carta o cartone, come quella di un contenitore alimentare. Se il liquido viene assorbito, è probabile che il materiale non sia trattato. Se invece rimane in superficie formando una goccia compatta, quasi perfetta, è possibile che sia stato trattato con sostanze idrorepellenti come i Pfas.

 

I Pfas nelle carte da forno

Chi immette in commercio una carta da forno è tenuto a rilasciare una dichiarazione sulla sicurezza, in modo da certificare che il prodotto contenga solo sostanze ammesse dalla legge. Quello che però le etichette non riportano è la presenza di tre diversi Pfas. Il test su 16 marche (nella foto) che trovate su “Il Salvagente”, rivela la presenza diffusa di “inquinanti per sempre”, pur entro i limiti stabiliti dal regolamento UE relativi alla produzione e commercializzazione di imballaggi alimentari, cioè la quantità di Pfas in una forma che può liberarsi durante la cottura in forno e subire una migrazione nel cibo stesso, finendo nell’organismo di chi consuma il pasto. Il nodo resta l’esposizione cumulativa e l’impatto ambientale sia nei processi industriali che durante lo smaltimento, quale ennesima fonte di contaminazione.

 

Pfas in Toscana

Contro i Pfas, il consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione che “chiede di individuare le fonti dell’inquinamento, rafforzare i controlli, inserire stabilmente il tema Pfas nel Piano di Tutela delle Acque e istituire un Osservatorio tecnico-scientifico regionale” perché “intervenire oggi significa dare una risposta ai cittadini e alle associazioni che si battono da anni per portare all’attenzione del governo regionale questo problema e provare a mettere un argine alla diffusione di queste sostanze, purtroppo già eccessivamente presenti. L’acqua è un bene comune e va difesa con scelte coraggiose”.

 

I Pfas che arrivano dall’aria

L’azienda Chemviron di Legnago, provincia di Verona, è da tempo al centro di polemiche: rigenera i cosiddetti filtri a carbone, il sistema per assorbire i Pfas dall’acqua. E nel trattarli (incenerirli) riversa emissioni in atmosfera. Negli anni scorsi gli esposti dei cittadini avevano fatto scattare le verifiche dei carabinieri del Noe di Treviso. Monitoraggi avevano individuato la presenza di Pfas nelle acque in uscita dalla ditta, e anche da un camino.

Nel comune di Dueville, provincia di Vicenza, manca un acquedotto e l’acqua viene prelevata da quattromila pozzi artesiani, uno dei quali è stato però chiuso di recente a causa di valori oltre i limiti di Pfaspfba, la cui presenza è stata riscontrata nelle terre e nelle rocce da scavo della Pedemontana Veneta.

Altra fonte di preoccupazione è quella legata al progetto di realizzazione di una nuova linea di trattamento di rifiuti ospedalieri e sabbie da fonderia nell’impianto Silva a Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza, dove la già martoriata ex Area Safond Martini insiste su una ricarica di falda acquifera.

 

In Veneto pagano l’inerzia di Italia e Unione Europea

Il voto finale del Parlamento europeo è atteso entro marzo 2026, secondo cui gli Stati membri avranno tempo fino al 2033-2039 per realizzare la piena conformità di qualità ambientale per le acque superficiali e sotterranee, per quanto riguarda 25 sostanze PFAS.
Non occorre attendere il 2033 per sapere che i nostri fiumi sono in sofferenza (si pensi alla Bormida e al Po).
Il report conclusivo 2025 della campagna Operazione Fiumi di Legambiente Veneto, realizzato con il supporto tecnico di ARPAV, documenta una situazione preoccupante per il territorio padovano. Nel bacino del Bacchiglione, superamenti diffusi per il PFOS lineare (limite di legge: 0,65 ng/L) in decine di stazioni in provincia di Padova.

Sul fiume Brenta, quale eredità della Miteni, superamenti nel tratto finale verso Chioggia e Fossò, e presenza da Piove di Sacco.

Una novità: nel Retrone, affluente del Bacchiglione, sono stati rilevati per la prima volta i composti GenX e C6O4, Pfas Solvay di nuova generazione, con superamento di quattro volte il limite di potabilità (100 ng/L), con ricadute a valle sull’intero sistema Bacchiglione–Padova.

Un quadro allarmante. La presenza diffusa di Pfas nelle acque del Bacchiglione rappresenta un rischio diretto per le derivazioni idrauliche ad uso agricolo, con potenziale contaminazione della filiera alimentare su un vasto territorio dell’alta pianura veneta. La zona rossa tra Vicenza, Padova e Verona presenta una contaminazione significativa, con oltre 16.000 persone con alti valori di PFAS nel sangue.

 

Percorso per l’acqua pubblica in Campania

Con tenacia, analisi giuridiche, impegno, lotta, conflitto, proposta, i movimenti campani per l’acqua pubblica, lottando sui territori sin dal 2024, hanno ottenuto il ritiro della delibera che prevedeva la privatizzazione della grande adduzione delle risorse idriche in Campania, cioè il ritiro, in autotutela, della Procedura… per la selezione del socio privato operativo di minoranza del costituendo soggetto gestore del Servizio di gestione del Sistema Acquedottistico della Grande Adduzione Primaria di Interesse Regionale, nella forma della Società per Azioni a partecipazione mista pubblico/privata ‘GRIC S.p.A. Un percorso tutto da creare, quale obbiettivo chiaro e trasparente di istituzione di un soggetto di diritto pubblico, al quale affidare la gestione della grande adduzione delle risorse idriche, nel quale sia previsto da subito l’istituzione di un Osservatorio civico permanente.

 

Il nodo del biodigestore di Casal Selce

L’impianto strategico per il trattamento di 12Omila tonnellate di rifiuti organici, nel Municipio XIII di Roma, è diventato uno dei nodi più controversi della politica dei rifiuti nella capitale. Da un lato rappresenta un tassello della strategia per ridurre il ricorso alle discariche e produrre biometano e compost tramite digestione anaerobica; dall’altro ha generato una forte opposizione da parte dei residenti e di numerose associazioni che denunciano criticità ambientali, sanitarie e procedurali. Clicca qui.

 

Biodigestore Civitavecchia, cresce la protesta

Un impianto da 120mila tonnellate annue per la produzione di biometano da FORSU (frazione organica). Clicca qui la mobilitazione popolare.

 

Quando emerge un movimento

Post referendum. “Forse andrebbe aperto un ciclo di assemblee popolari, in tutti i territori e in tutte le città del Paese…” Marco Bersani interviene sulla discussione avviata da Lea Melandri e Andrea Segre su Comune.
Tutti gli interventi sono leggibili qui: Società in movimento.

 

Ambiente Clima Mobilità Energia

  • Su “Ambientenonsolo” (clicca sul titolo)
  • Inquinamento atmosferico ed emergenza climatica
  • Impatti ambientali sulla salute umana all’epoca della grande accelerazione
  • Inquinamento atmosferico: la raccolta dei dati in relazione ai nuovi limiti europei
  • Diffondere conoscenza ambientale: l’esperienza di Ambientnonsolo
  • Presentazione del rapporto Mobilitaria 2024
  • Mobilità elettrica urbana: una giusta transizione
  • Comunicazione media e sostenibilità
  • L’eccessivo inquinamento dell’aria nelle città
  • Osservatorio della Mobilità Urbana Sostenibile

 

La tortura fa parte del genocidio palestinese

Campo di tortura https://ilmanifesto.it/ofer- il-campo-di-tortura-dove- spariscono-i-gazawi
Secondo Antonio Tajani, “il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”. Anche dopo questo nuovo rapporto “Tortura e genocidio”, sui crimini israeliani in Palestina pubblicato da Francesca Albanese?

Dopo aver svelato gli interessi economici che traggono profitto dal genocidio in corso, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha documentato la tortura sistematica riservata ai palestinesi dal 7 ottobre 2023, sia in carcere che fuori.

Pestaggi, violenze sessuali, l’uso della fame come arma, uccisioni di massa: tutto condensato in venti pagine di rapporto, corredato da testimonianze e fonti indirette.
“Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio – scrive Francesca Albanese – contro una popolazione in quanto tale e sostenuta attraverso politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida risulta evidente“.
Negli ultimi due anni diversi rapporti ONU, l’ultimo a settembre, hanno delineato i contorni della condotta genocida israeliana, finita anche sotto processo alla Corte Internazionale di Giustizia. Continua

 

Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo: non sia la solita liturgia


 

contenuti 31 marzo 2026

Le votazioni, per la prestigiosa onorificenza che “premia” dal 2004 i nostri figli peggiori: industriali, politici, amministratori che nel corso dell’anno si sono particolarmente distinti a danno dell’ambiente, della salute e della pace, per il 2025 hanno registrato una accanita concorrenza tra Marina Calderone, Hadja Lahbib, Giorgio Abonante, Sergio Brugnaro, Sergio Mattarella, Carlo Nordio, Matteo Salvini, Volodymyr Zelensky, Unione Europea, Emilio Fede, giornalismo italiano, Kaja Kallas, Francesco Lollobrigida, famiglia Benetton, Pina Picerno, Giuseppe Sala, Antonio Tajani, Chicco Testa, Donald Trump, voltagabbana referendum, Luca Zaia, Luigi di Maio.
Per gli sconfitti, comunque pubblichiamo in sintesi (saccheggiando Travaglio e vignettisti) le motivazioni che hanno accompagnato i voti, scegliendo i commenti tra i più salaci e i meno offensivi.
Non prima di aver annunciato che il vincitore 2025 è stato Donald Trump, in quanto il Premio Attila, destinato in origine ai nostri “patrioti”, ormai ha valicato i confini nazionali. continua…
La “Rassegna dei Premi Attila dal 2004”, pagg. 148, per ora è esaurita in stampa: tutti i nostri libri sono stampati totalmente a spese degli autori e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma di Casale Monferrato.
Però, è possibile ricevere la versione digitale della Rassegna. Basta comunicare a movimentolotta.maccacaro@ gmail.com l’indirizzo mail e l’avvenuto versamento (minimo euro 30) sul conto IBAN IT68 T030 6910 4001 0000 0076 215 (specificando causale) oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it.

 

No Kings a Roma, il corteo contro le guerre e il riarmo

Sono decine di migliaia i manifestanti e centinaia le realtà sociali, sindacali e associative, dalla Cgil, all’Arci fino ad Askatasuna, scese in piazza a Roma per la manifestazione di No Kings Italia, tappa nazionale della mobilitazione globale del weekend “Together. Contro i Re e le loro guerre”. È una piazza collegata a quella di Togheter contro l’estrema destra a Londra e a quelle del movimento No Kings negli Stati Uniti. Una piazza volutamente senza partiti.

 

Cervelli in fuga

di Marco Travaglio (da Il Fatto Quotidiano del 25 marzo 2026)

Primi effetti collaterali del trionfo del No.
Il sottosegretario Andrea Delmastro lascia non solo la Bisteccheria d’Italia e la figlia del prestanome dei Senese, ma anche il governo e la politica, per presentare la prossima edizione di Delmasterchef.

Giusi Bartolozzi, l’altra capra espiatoria, sfugge d’un pelo al plotone di esecuzione e, come promesso, scappa all’estero fra i cervelli in fuga che han deciso di non tornare, alla ricerca del suo. Ma invano. Allora torna clandestinamente in patria e chiede ospitalità alla famiglia nel bosco. Ma trova tutto occupato dalla Picierno e dagli altri “riformisti del Sì”.

Il licenziamento di Maurizio Gasparri come se fosse quello che è, un impiegato Mediaset, per mano della titolare Marina Berlusconi, cavaliera di Mattarella, è passato come la cosa più normale del mondo. Ma non la sua sostituzione con la figlia, altra figlia d’arte, di un premier pregiudicato per frode fiscale, sette volte prescritto per leggi fatte da lui, finanziatore della mafia per almeno 18 anni.

A Garlasco, Stasi telefona a Sempio: “Scusa, ma la Meloni non mi risponde: tu l’hai capito se il No conviene più a te o a me?”.

Migliaia di coppie con figli si barricano in cantina in attesa dei rastrellamenti dei magistrati non separati, ergo ansiosi di rapirli.

Appello del sindacato di base DPS (Detenuti Pedofili Stupratori) ai Tribunali di sorveglianza: “Ma non s’era detto che, se votavamo No, ci liberavate subito?”

Carlo Calenda protesta perché i magistrati che dovevano essere “tolti di mezzo” festeggiano lo scampato pericolo cantando Bella Ciao, anziché Faccetta nera.

Il politico più intervistato dai giornali (Stampa, Messaggero, Foglio e Qn) per spiegare perché il Sì ha perso è l’unico che non dice cos’ha votato, mentre il suo partito ha fatto campagna per il Sì rianimando le truppe del No. Massì, quello lì: il pelo superfluo.

Italo Bocchino fa il nome dei due esperti che gli avevano garantito “la vittoria del Sì con 10-15 punti di scarto”: Nordio al sesto spritz e Sallusti da sobrio.

Il Foglio del rag. Cerasa allega il nuovo best-seller di Nordio Processo a Gesù per cavalcare l’onda lunga del Sì con un classico della malagiustizia: la mancata separazione delle carriere fra Anna e Caifa e fra Ponzio e Pilato.

Repubblica (da oggi Demokratya), dopo aver lanciato in prima pagina l’appello al Sì di Marina Berlusconi, salta sul carro del No a risultato acquisito: “Mi sarà scappato un pro, ma io sono anti” (Totò).

Gaia Tortora rassicura il fan club: “In nome e per conto del 46% andiamo avanti. Sempre a testa alta”. Ad avercela.

Sechi&Cerno, i vedovi di casa Angelucci, attribuiscono i 14,5 milioni di No al “Mezzogiorno assistito” e fancazzista e al popolo “dell’ayatollah, di Hamas, di Hezbollah”, nonché alle “migliaia di islamici”. Che, siccome “i cattolici votano Sì” (Mantovano), hanno ormai la maggioranza assoluta.

Alessandro Sallusti, quello che “Vinciamo noi del Sì perché abbiamo un santo in Paradiso: Berlusconi”, s’interroga se non sia santo, o non sia in Paradiso, o abbia votato No.

Aspirante suicida disdice il viaggio in Svizzera e opta direttamente per il podcast di Fedez.

 


contenuti 17 marzo 2026

Ad Alessandria contro un nuovo delitto perfetto

Si susseguono le manifestazioni della popolazione contro il disastro sanitario e ambientale di Alessandria: perfino assemblee nelle chiese e nelle pizzerie. E anche davanti alla sede del tribunale, mentre era in corso l’udienza del giudice delle indagini preliminari, sotto la pioggia si è svolto un presidio a chiedere Giustizia.

Dunque, come passo immediato, a chiedere a Ministero dell’Ambiente e Regione Piemonte di cessare la contrattazione di patteggiamenti con Solvay Syensqo, che inevitabilmente vorrebbero soffocare il processo penale in corso, e che (con pene ridotte, sospensioni condizionali, non menzioni, senza spese processuali, ecc.) vorrebbero essere un colpo di spugna alle condanne degli storici seriali inquinatori, alla tutela della salute e alla bonifica del territorio. Insomma, governo e regione non replichino l’infausto patteggiamento del Comune di Alessandria. Un delitto.

I cittadini chiedono, dunque, alla neo GUP Arianna Ciavattini e al Pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme di rifiutare l’istituto del patteggiamento. Rispettivamente: il PM si opponga, non dia il consenso, la Giudice non approvi, respinga la richiesta di Solvay. Si cerchi di evitare un altro delitto perfetto. ***

A questo proposito, il rifiuto del patteggiamento nell’udienza preliminare consente il regolare proseguimento giudiziario in Corte di Assise, con tanto di dibattimento, e consentirà anche alle parti offese di chiedere il cambio di imputazione da colpa (reato colposo) a dolo (reato doloso) correggendo così il macroscopico errore della passata Procura: un altro delitto perfetto.

*** “Ambiente Delitto Perfetto”, in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.
Insieme alle decine di migliaia di contributi relativi ai “Movimenti di lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”, il sito www.rete-ambientalista.it contiene, nel merito storico e scientifico del polo chimico di Spinetta Marengo, almeno tremila articoli.

 

Referendum per parità tra accusa e difesa

Per capire di votare No al Referendum basta assistere a qualche udienza dei processi per valutare quanto sia falsa la presunta prevaricazione dei PM nelle aule dei tribunali. Più sono ricchi e potenti gli imputati, più è clamoroso lo squilibrio tra accusa e difesa. È avvenuto nei processi ambiente e salute contro Solvay a Spinetta Marengo. È quanto sta avvenendo nei processi di Grattacielopoli sulle vicende urbanistiche di Milano.
Provateci: vedrete l’aula interamente occupata da una folla di avvocati, i difensori degli imputati, ossia dei costruttori, dei progettisti, dei dirigenti del Comune. Sono decine di professionisti dei migliori studi legali di Milano, con la schiera dei loro consulenti, architetti, urbanisti e la nidiata dei loro assistenti. I giovani di studio, per sedersi e prendere diligentemente appunti, devono cercare spazio perfino nelle gabbie solitamente destinate agli imputati detenuti. In un angolino, nel banco di prima fila, ci sono i rappresentanti dell’accusa in nome del popolo italiano (e dei cittadini di Milano). Tre persone tre: la pm, la sua consulente tecnica, il suo assistente. Cento a tre: questo è l’equilibrio tra accusa e difesa.
Ma, a ben osservare questi processi, si può notare una particolarità ancor più clamorosa. Da che parte stanno il Comune di Milano e il Comune di Alessandria? Con gli imputati o con i cittadini danneggiati? Misurerete la solitudine dei PM, quanto i PM sono maramaldi sui giudici e sull’esito delle sentenze.

 

Morti sul lavoro e referendum

Questo referendum non incide in alcun modo sui tempi dei processi né migliora la giustizia per i morti sul lavoro. Non riduce le attese delle famiglie, non accelera i procedimenti, non rafforza la tutela delle vittime. Per chi ha perso un figlio, un padre o una madre lavorando, non cambierà nulla. E anzi, la situazione potrebbe peggiorare.
Clicca qui Carlo Soricelli, che da venti anni porta avanti l’attività dell’Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro di Bologna.

 

Sorveglianza sanitaria esposti amianto. Ma i processi?

La chiusura definitiva dello stabilimento Eternit a Casale Monferrato è avvenuta il 6 giugno 1986, ponendo fine a decenni di produzione di amianto che hanno causato il disastro ambientale e sanitario nella zona. La fabbrica, simbolo del progresso fino agli anni ’70, era nota per la polvere di amianto che ricopriva la città. L’inalazione delle fibre ha causato una grave epidemia di mesotelioma, con circa una nuova diagnosi a settimana tuttora a Casale sia tra i lavoratori e i cittadini.

Per ora, quasi 3.000 morti. Il mesotelioma è un tumore raro e aggressivo che origina dalle membrane sierose (pleura, peritoneo, pericardio), con lunghi tempi di latenza (20-50 anni) e diagnosi nefasta. La ricerca sul mesotelioma mira disperatamente a migliorare la sopravvivenza attraverso terapie multimodali che combinano chirurgia, chemioterapia e immunoterapia. Il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha inteso a favorire le sottoscrizioni a favore della Ricerca Cura Mesotelioma tramite l’intero ricavato dei propri libri: vedi il sito www.rete-ambientalista.it.

I processi Eternit, per la morte di ex dipendenti e residenti nei siti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, sono uno scandalo. Inizialmente, nel 2012, il magnate Schmidheiny fu condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. Tuttavia, nel 2014, la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, annullando le condanne. Nell’Eternit bis l’accusa è passata a omicidio colposo/volontario. Nell’aprile 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato Schmidheiny a 9 anni e 6 mesi per omicidio colposo di 92 persone. A febbraio 2026, la Cassazione ha disposto un nuovo rinvio a causa di un vizio procedurale (mancata traduzione della sentenza).

Così funziona la Giustizia. E così continuerà perché non c’entra un bel niente con la cosiddetta riforma della giustizia, ovvero con la sbruffonata della separazione delle carriere del Referendum, da bocciare con il NO.

La fabbrica è stata chiusa nel 1986. Il “Programma di sorveglianza sanitaria per gli ex esposti all’amianto”, previsto dalla Giunta regionale, sarà avviato nell’aprile 2026 e gestito dall’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino tramite il Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte.

La sorveglianza sanitaria per i soggetti che nella loro vita lavorativa sono venuti a contatto con la sostanza, prevederà l’erogazione di prestazioni sanitarie di primo e di secondo livello e controlli periodici per i soggetti rispondenti ai criteri relativi alla cessazione dell’esposizione ad amianto.

 

Tossicità ecologica e politica della Solvay di Spinetta Marengo

Clicca sul titolo per il programma dell’avvenimento.
Dopo l’anteprima di Alessandria, il 18 marzo l’Università di Torino presenta ufficialmente il volume dei professori Martone, Altopiedi, Bechis e Ravenda, 185 pagine e 25 interventi di soggetti territoriali: cittadini, medici, avvocati, ricercatori, giornalisti ambientali, comitati, associazioni ambientaliste, sindacati, istituzioni e amministratori locali. A pagina 165 il contributo di prospettiva politica di Lino Balza “Anno 2026, possibile una svolta per Alessandria” (clicca qui).

 

Amianto nel Tav Terzo Valico

I cantieri del Tav Terzo valico sono partiti nel 2012, ma i risultati delle analisi sull’amianto, e non solo, ancora oggi non vengono pubblicati. In particolare, su tre siti di deposito delle rocce scavate sotto l’Appennino situati a Pozzolo Formigaro, cioè le cave di Bettole (119mila metri cubi di smarino), cascina Cascinone (136.200 metri cubi) e Cascina Pelosi. La Regione Piemonte afferma che «I controlli di Arpa sulle terre e rocce depositate nei due siti non hanno evidenziato superamenti dei valori di concentrazione della soglia di contaminazione, sia rispetto all’amianto sia agli altri parametri chimici controllati», però nessun cittadino ha potuto vedere le analisi. Inoltre, consultando il sito terzovalico.mit.gov.it, nella sezione inerente al controllo dell’aria non sono specificate le date di rilevamento degli inquinanti dalle centraline.

Il progetto si sviluppa principalmente in galleria (tra cui quella di valico di 27 km, una delle più lunghe d’Italia) tra Genova e Tortona, interessando 14 comuni in Liguria e Piemonte. Il progetto unico, che include il Nodo Ferroviario di Genova, è in fase avanzata di costruzione, con l’apertura di oltre 50 cantieri.
Il costo complessivo del progetto Terzo Valico dei Giovi, inclusi il nodo di Genova e le opere complementari, ha già superato i 10 miliardi di euro finanziati dallo Stato. L’opera, lunga 53 km, è ancora in costruzione: prevedeva l’attivazione della linea tra il 2025 e il 2027.

 

Epidemiologia in Val Bormida

Lo studio epidemiologico sulla popolazione residente nei Comuni liguri della Val Bormida mira ad “analizzare l’andamento storico e attuale delle principali patologie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari ed endocrine, eventuali eccessi di incidenza o di mortalità rispetto alla media regionale e nazionale, verificando la possibile correlazione con fattori ambientali pregressi e attuali”. In particolare con la presenza di fabbriche inquinanti: Acna ecc…
Il consiglio regionale ha escluso che lo studio sia in relazione con l’ipotesi di un inceneritore nella zona.

 

Pace bloccando il traffico di armi

Respingere la guerra. Ricacciarla indietro. È quello che il movimento No Base ha fatto il 12 marzo, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo. Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi. Clicca qui.

 

Qualunque arma nelle guerre di Trump

Make America great again.
Un nuovo ordine esecutivo di Trump – approvato mentre venivano lucidate le bombe da scagliare contro bambine e bambini in Iran – ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo elementi di sicurezza nazionale. Il loro accesso e la loro produzione sono ora una questione militare: di fatto viene garantita la continuità d’uso, malgrado siano proliferati autorevoli studi che dimostrano i numerosi rischi e danni causati dal glifosato. La multinazionale Bayer ringrazia. Clicca qui.

 

Ultimi giorni per votare il Premio Attila 2025

A 20 anni dalla sua istituzione, i più votati tra i candidati a questa alta onorificenza, che premia ad imperitura memoria i nostri figli peggiori particolarmente distintisi a danno dell’ambiente, della salute e della pace, per ora risultano:
Marina Calderone, Hadja Lahbib, Giorgio Abonante, Sergio Brugnaro, Sergio Mattarella, Carlo Nordio, Matteo Salvini, Volodymyr Zelensky, Unione Europea, Emilio Fede, giornalismo italiano, Kaja Kallas, Francesco Lollobrigida, famiglia Benetton, Pina Picerno, Giuseppe Sala, Antonio Taiani, Chicco Testa, Donald Trump, voltagabbana referendum, Luca Zaia, Luigi di Maio.

Per il 2025, le votazioni si concluderanno il 21 marzo. Basta inviare il voto all’indirizzo rete.ambientalista@gmail.com oppure whatsapp 347 018 26 79, eventualmente accompagnato dalle motivazioni. Molto importanti le salaci motivazioni: le pubblicheremo nella Rassegna.

La “Rassegna dei Premi Attila dal 2004” per ora è esaurita in stampa: tutti i nostri libri sono stampati totalmente a spese degli autori e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma di Casale Monferrato.
Però, è possibile ricevere la versione digitale della Rassegna. Basta comunicare a movimentolotta.maccacaro@ gmail.com l’indirizzo email e l’avvenuto versamento (minimo euro 30) sul conto IBAN IT68 T030 6910 4001 0000 0076 215 (specificando causale) oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it.

 


contenuti 2 marzo 2026

Per favorire Solvay, marcia indietro dell’Italia che rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile

L’Europa stringe sui PFAS, e l’Italia cosa fa? Si rimangia dei provvedimenti che avrebbero fatto la differenza.
Infatti, dal 12 gennaio 2026, per i Paesi dell’Unione Europea è scattato l’obbligo di monitorare e rispettare dei valori limite precisi per la presenza di PFAS nell’acqua potabile: un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totali” e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Peraltro, sono limiti insufficienti: l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Agenzia europea per l’ambiente considerano il limite di 100 ng/L inadeguato per proteggere la salute umana.

Invece, per favorire Solvay Syensqo unica produttrice, il governo con la legge di Bilancio 2026 ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) che aveva disposto. Non solo, ha rinviato anche il monitoraggio delle 6 molecole Adv che quindi al momento non saranno conteggiate nella somma di Pfas.

Questa tappa della tragedia Pfas dimostra due cose.
1) Serve una legge #ZeroPFAS in tutta Italia. Ma è assai improbabile una legge nazionale che metta al bando una volta per tutte la produzione e uso dei Pfas.
2) Il disastro sanitario e ambientale di Alessandria non può attendere questa lontana prospettiva: le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo devono essere fermate subito. Clicca qui Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea.
Dobbiamo puntare a quanto sta avvenendo ora per l’Ilva di Taranto in sede civile.

 

Il tribunale: stop all’Ilva

Il Tribunale civile di Milano, sezione presieduta da Angelo Mambriani, su richiesta dei cittadini di Taranto, ha ordinato la sospensione dal 24 agosto 2026 dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento perché comporta «rischi attuali di pregiudizi alla salute» agli abitanti dei quartieri limitrofi all’impianto. Nel decreto, preso in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 che affermava “il divieto di concessione di proroghe”, vengono ricordati gli studi che dimostrano come l’alta concentrazione di inquinanti PM10 e PM 2.5 nei quartieri Tamburi, Paolo VI e Statte e «la riduzione del quoziente intellettivo o disturbi del neurosviluppo» siano collegate. E evidenziano la «significativa mortalità in eccesso» nella zona così come i rischi per i lavoratori dell’area a caldo.

Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva spa (tutte in amministrazione straordinaria) avranno sei mesi di tempo per riuscire a ottenere un’integrazione dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale) che indichi “tempi certi” e “ragionevolmente brevi” entro i quali gli “studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi” relativamente alle prescrizioni ambientali ritenute “illegittime” perché non realizzate o per le quali non sono stati previsti “termini” trovino “effettiva” e “tempestiva attuazione“. Oltre quella data, in caso di mancati “adempimenti” da parte delle società, “dovranno iniziare le attività tecniche ed amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” dell’acciaieria.

Quanto accaduto certifica il fallimento delle politiche industriali del governo, il quale già prova ad attaccare la magistratura legandolo al referendum.

L’azione inibitoria dei cittadini della città pugliese è seguita con particolare attenzione ad Alessandria, dove analoga iniziativa si sta rivolgendo nei confronti di Solvay Syensqo per lo stabilimento di Spinetta Marengo.

 

Pfas, così dall’Alessandrino finiscono nell’Adriatico

Dal polo chimico di Spinetta Maregno (Alessandria) all’Adriatico: i Pfas utilizzati per la produzione di polimeri fluorurati si muovono a lunga distanza. Contaminano acqua, suoli, atmosfera ed esseri viventi. Lo afferma uno studio coordinato da Sara Valsecchi dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr. https://www.vita.it/pfas-cosi- dallalessandrino-finiscono- nelladriatico/

 

Newslettera di Doriella e Renato. Dalla Valsusa

Clicca qui https://trancemedia.eu/sotto- il-moloch/la-newslettera-di- doriella-e-renato-2026-agenda- e-acta/
Aggiornamenti con AGENDA di movimento e ACTA di movimento, raccolti per tutto il 2026, nella stessa pagina. Agenda del fare, Atti dei fatti
AGENDA: che fare, nei prossimi giorni Assemblea pubblica a La Poderosa: “Idee e proposte per costruire un movimento di massa contro la guerra e il governo”, Assemblea pubblica Un Altro Piano per Torino, Assemblea cittadina Vanchiglia insieme in difesa degli spazi sociali, “Legalità e repressione oggi” al Kontiki, Assemblea pubblica sul nuovo Piano sregolatore di Torino, 7, 8, 9 marzo: sciopero femminista.

 

Come identificare gli imballaggi senza bisfenolo.
Consumatori, occhio al marchio di garanzia!

Abbiamo pubblicato più volte, dal 2009, l’allarme bisfenolo, in particolare lo scandalo della Solvay di Alessandria dove le autorità sanitarie, Arpa, Asl, e politiche, Comune, Provincia fingevano di non sapere, e neppure la Magistratura è intervenuta malgrado i nostri esposti (clicca qui). Lo scandalo, peraltro, è internazionale.

Infatti, dal 2025 l’UE ha finalmente vietato il bisfenolo A nei materiali a contatto con gli alimenti utilizzato come rivestimento nelle lattine per le bibite, le conserve di pomodoro, di piselli e anche nelle scatolette di tonno. Però i prodotti di ‘vecchia generazione’ resteranno in commercio ancora per alcuni anni, con il loro carico di interferente endocrino, capace di mimare gli estrogeni: l’esposizione costante è correlata ad alterazioni della fertilità, pubertà precoce, aumento del rischio di obesità, diabete e possibili correlazioni con tumori ormono-dipendenti.

Dunque, dal 2025 sarà vietato produrre ma, secondo un calendario, sarà ancora permesso ai produttori si smaltire i lotti nei supermercati, almeno fino al 2029. Da qui ad allora: come identificare i nuovi imballaggi senza bisfenolo? Clicca qui “Il fatto alimentare”. Occhio al marco di garanzia!

Resta un problema estremamente serio, soprattutto per i bambini, se si pensa che un adolescente di 60 kg, consumando una singola lattina da 250 ml, supererebbe il 100% della dose giornaliera tollerabile fissata dall’EFSA (0,2 nanogrammi per chilo di peso corporeo).

 

Bayer nega i danni da glifosato… ma paga miliardi per i danni del glifosato

Bayer insiste che il glifosato non è tossico ma la ricerca decennale coordinata da Daniele Mandrioli dell’Istituto Ramazzini di Bologna nel 2025 ne ha accertato effetti cancerogeni. Tant’è che Mandrioli è stato improvvisamente licenziato: clicca qui.
Eppure, a sei anni dal maxi-accordo del 2020, quando pagò 10 miliardi di dollari e ne accantonò altri 17 per chiudere 100mila cause sull’erbicida glifosato commercializzato con il marchio Roundup, la Bayer ha concordato un altro maxi-esborso per chiudere le nuove cause legate al diserbante tossico e cancerogeno. Il colosso chimico tedesco, che ha ereditato il prodotto e le sue cause dall’acquisizione della Monsanto, pagherà 7,25 miliardi di dollari nei prossimi 21 anni, dopo la ratifica dal tribunale, per chiudere sia le cause pendenti che quelle potenziali sui casi di linfoma non-Hodgkin collegati al Roundup.

 

Il colonialismo dei Pfas

Rivolta popolare in India contro i macchinari trasferiti e riattivati dall’ex Miteni.
Clicca sul titolo.

 

Un altro Piano Regolatore per Torino

Clicca sul titolo.

 

Acqua potabile in Valle di Susa

Clicca sul titolo IL COMITATO L’ACQUA SICURA

 

Errata Corrige

Cesare Parodi e il pasticciaccio brutto di Corso Crimea. Pubblicato su  Pennatagliente’s Blog:
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/ il-movimento-di-lotta-per-la- salute-maccacaro-fa-il-punto- sul-disastro-ecosanitario- della-solvay-di-spinetta- marengo/

Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de via Crimea. – RETE Ambientalista

 

Premio Attila 2025

Il Premio Attila è nel suo genere dal 2004 la più alta onorificenza italiana… dopo il Festival di Sanremo. Vincitori i nostri figli peggiori: industriali, politici, amministratori che nel corso dell’anno si sono particolarmente distinti a danno dell’ambiente, della salute e della pace.
Sono stati insigniti vincitori del prestigioso premio: Mattarella, famiglia Meloni, Zelensky, Draghi, Renzi, Salvini, Benetton, la politica italiana 2017, Rita Rossa, il tribunale di Alessandria, Binasco, Riccoboni, Cogliati…
I più votati dello scorso anno. Sergio Mattarella ha sopravanzato concorrenti del calibro di Gennaro Sangiuliano, Giovanni Toti, Eugenio Giani, Francesco Lollobrigida, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Matteo Renzi, Stefania Battistini, Antonio Taiani, Roberto Vannacci.
Per il 2025, le votazioni si concluderanno il 21 marzo.
Basta inviare il voto all’indirizzo rete.ambientalista@gmail.com oppure whatsapp 347 018 26 79, eventualmente accompagnato dalle motivazioni. Molto importanti le motivazioni: le pubblicheremo nella Rassegna.
La “Rassegna dei Premi Attila dal 2004” per ora è esaurita in stampa. Tutti i nostri libri sono stampati totalmente a spese degli autori e il ricavato è interamente devoluto alla Ricerca per la cura del mesotelioma di Casale Monferrato. È però possibile ricevere la versione digitale della rassegna. Basta comunicare a movimentolotta.maccacaro@ gmail.com l’indirizzo mail e l’avvenuto versamento (minimo euro 30) sul conto IBAN IT68 T030 6910 4001 0000 0076 215 (specificando causale) oppure tramite PayPal lubaja2003@yahoo.it
ULTIMORA. – Dopo la pubblicazione del “bando” sul sito, sono già pervenute le prime votazioni, con relativi salaci commenti. Riguardano: Marina Calderone, Hadja Lahbib, Giorgio Abonante, Sergio Brugnaro, Sergio Mattarella, Carlo Nordio, Matteo Salvini, Volodymyr Zelensky, Unione Europea, Emilio Fede, giornalismo italiano, Kaja Kallas, Francesco Lollobrigida, famiglia Benetton, Pina Picerno, Giuseppe Sala, Antonio Taiani, Chicco Testa, Donald Trump, voltagabbana referendum, Luca Zaia.

 


contenuti 24 febbraio 2026

Tanto per perdere ulteriore tempo, consentire a Solvay di incrementare il più a lungo possibile gli enormi profitti dei Pfas, gli ignoranti e i politici in mala fede sono ancora alla ricerca dell’“eventuale nesso causale tra l’inquinamento di Spinetta Marengo e le malattie/morti di Alessandria”. In particolare: Pfas. Il nesso: una specie di caricatura dell’araba fenice, come se il nesso non fosse già stato dimostrato da nove indagini epidemiologiche in linea con le evidenze scientifiche internazionali. Ma quale “eventuale”!?

Così, i giornali possono spensieratamente scrivere: il consiglio comunale di Alessandria ha approvato all’unanimità lo stanziamento (peraltro misero, n.d.r.) di 60mila euro per l’accordo di collaborazione tra il Comune di Alessandria e l’Università del Piemonte Orientale propedeutico alla cosiddetta terza fase dell’indagine epidemiologica sulla Fraschetta (su dati già esistenti) per stabilire in un piccolo raggio di 3 chilometri l’eventuale nesso causale tra inquinanti e malattie, già rilevate dagli studi presentati sette anni fa.

Così i giornali possono beatamente scrivere: “Esiste davvero una connessione tra inquinamento e patologie? Attorno a questo interrogativo, rimasto per anni sospeso tra timori e dati frammentari, l’indagine mira a trasformare le percezioni in prove scientifiche”. “Davvero”? “Interrogativi”? “Percezioni”? Ma di cosa stiamo parlando? Pazienza i giornalisti ignoranti, ma un medico!

Per il presidente della Commissione Sicurezza e Ambiente, Adriano Di Saverio, che si ricorda di appartenere allo stesso partito del sindaco piuttosto che della laurea in medicina, sarebbero necessari un altro paio di anni di “studio per avere a disposizione valutazioni su dati affidabili e metodologie rigorose, così da comprendere il profilo sanitario dell’aria e fornire informazioni utili sia alla popolazione ma anche alle istituzioni. L’obiettivo è descrivere l’andamento della mortalità generale e causa specifica nel territorio, comprendere se esista realmente una correlazione tra inquinamento e patologie».

“Realmente”!? Un altro paio di anni? Un altro studio? Ma sta parlando, sono parole sue, di un consolidato e grave “problema ambientale sanitario esistente” per il polo chimico, di “un sito a rischio di incidente rilevante”, dei Pfas come “calamità eco-sanitaria mondiale, per i quali “non esistono livelli di Pfas sicuramente innocui nel sangue”, di patologie non solo “sull’apparato riproduttivo e sull’apparato cardiovascolare”, di veleni tossici e cancerogeni che “nelle nostre zone si trovano ovunque come pulviscolo impercettibile che respiriamo, mangiamo, beviamo” dal sobborgo di Spinetta e oltre il capoluogo, con particolare preoccupazione dei “lavoratori che sono stati più direttamente a contatto con i Pfas nel corso degli anni”…

Non tutti i consiglieri comunali sono ignoranti. Non lo è Di Saverio, che si sente uno “statista”, si paragona ad Alcide De Gasperi, va a braccetto con l’assessore all’Ambiente Daniele Coloris. Dunque cosa sono? Dunque, perché non chiedono la fermata immediata degli impianti inquinanti?

Solvay inquina con le sostanze dalla scienza identificate in correlazione alle patologie riscontrate nel territorio ***: il rapporto causa-effetto vale per Spinetta Marengo come già scientificamente dimostrato ovunque; se una persona ha Pfas nel sangue sa per certo che è inevitabilmente esposto alla malattia; i politici (il sindaco innanzi tutti) hanno il dovere di chiudere le produzioni inquinanti. È quanto sto ripetendo da anni. Meglio di me l’ha appena replicato l’alessandrino Lelio Morricone, endocrinologo e diabetologo di attestata competenza, con questa intervista: clicca qui.

*** Solo politici in mala fede possono fingere di ignorare le 42 pagine dello studio “Tracciamento delle emissioni e degli impatti dei PFAS tradizionali ed emergenti sugli ecosistemi acquatici terrestri dall’impianto di produzione di fluoropolimeri di Spinetta Marengo (Italia)”. Lo studio fa parte delle attività di biomonitoraggio ambientale svolte dal Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR nell’ambito del “Progetto di Monitoraggio Integrato per l’area di Spinetta Marengo nella Regione Piemonte”. È firmato da Sara Valsecchi, Marco Parolini, Stefano Polesello, Michelangelo Morgant, Maria Teresa Palumbo, Claudio Roscioli, Beatrice De Felice e Marianna Rusconia dell’Istituto di Ricerca sulle Acque IRSA-CNR e Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, Università degli Studi di Milano.
Su questo studio, i politici ignoranti, se non intendono rientrare nella categoria dei mala fede, saranno corsi a documentarsi dopo aver letto l’attento articolo di Monica Gasparini “Pfas, danni irreversibili: contaminano acqua e terra per generazioni”. Clicca qui
Questi politici ignoranti saranno stati spinti a documentarsi dopo che, dalla recente relazione Arpa, hanno ri-appreso che nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio? Clicca qui.
Lino Balza, Movimento di lotta per la salute Maccacaro

 

Nelle case degli alessandrini si respira cloroformio, anche cloroformio. Come sentenziò la Cassazione. Ma nessuno fa niente

Sicuramente dal cielo ma anche dalle cantine, si respirano nei salotti di casa 6 microgrammi per metro cubo di cloroformio, 1 microgrammo di tetracloruro di metano, tetracloroetile e gli altri inquinanti provenienti dal polo chimico Solvay di Spinetta Marengo.

Lo conferma, dopo uno strano silenzio, la recente relazione prodotta dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale Arpa di Alessandria, oltre ad un mix di composti organici volatili, presenti a centinaia di microgrammi per litro nei pozzi interni al sito chimico. Il cloroformio arriva all’interno delle abitazioni dalle acque di falda: secondo i dati di Arpa nel pozzo interno 102 dello stabilimento risultava essercene una quantità stratosferica (200 microgrammi per litro, tre volte la concentrazione massima consentita).

Il cancerogeno cloroformio, che arriva da oltre confine in ferrocisterne, è utilizzato a tonnellate per ottenere il cancerogeno tetrafluroetilene, il monomero necessario a produrre i cancerogeni Pfas, miliardario fiore all’occhiello della multinazionale belga Syensqo Solvay.

Carta canta. Ma nessuno fa niente. Malgrado la vecchia sentenza della Cassazione, non ha fatto niente Giorgio Abonante, sindaco di Alessandria: quale responsabile locale della sanità non ha emesso ordinanza di chiusura delle produzioni inquinanti, ma si è limitato ad una risibile ordinanza del 2022 che vietava di scendere nelle cantine. Anzi, ha addirittura patteggiato con Solvay la fuoriuscita del Comune come parte civile del processo penale (il secondo), aprendo la strada a Regione Piemonte e Governo.

Malgrado la sentenza della Cassazione che nel 2020 aveva condannato Solvay per disastro ambientale, nel secondo processo la vecchia Procura di Alessandria non ha imputato in reato di dolo la reiterazione degli accresciuti inquinamenti, e la nuova Procura si è trovata addirittura impantanata in un procedimento di patteggiamento avviato dal vecchio GUP, con continui rinvii che scavalcheranno anche la prossima udienza di marzo.

Insomma, la Corte di Assise di Alessandria non farà niente per fermare il disastro sanitario e ambientale, fermare le produzioni inquinanti, avviare la bonifica, risarcire le Vittime. Né lo farà l’appello né la cassazione nell’arco di altri dieci anni. Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di azioni inibitoria e risarcitoria.

Clicca qui l’approfondimento di Laura Fazzini su “La via libera”.

 

Le alternative, in sede civile, sono le azioni collettive di inibitoria e risarcitoria

Dunque si avviano class actions anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo?
https://www.rete- ambientalista.it/2026/02/01/ perche-le-class-actions- risarcimenti-milionari-per-la- popolazione-di-alessandria/ ht tps://www.rete-ambientalista. it/2026/02/09/dunque-class- actions-anche-in-italia- contro-i-pfas-della-solvay/
Il caso più recente di class action relativo ai Pfas riguarda la “valle della chimica”, a sud di Lione. 192 francesi, di cui 25 minori, hanno fatto causa a due giganti della chimica per la contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche: la francese Arkema e la giapponese Daikin Chemical. Si apre uno dei più grandi processi civili d’Europa sui Pfas. Il principio è: chi inquina deve pagare. Accanto ai cittadini, si sono costituite due ong: Notre affaire à tous e Pfas contre Terre. Altri potranno unirsi alla causa, entro il primo marzo, per far «pesare la richiesta di difendere la salute e l’ambiente, per la collettività, contro l’impunità dell’industria».

La richiesta di risarcimenti al tribunale di Lione è di 36,5 milioni di euro, 190mila per ciascun abitante per i danni alla salute, morali, psicologici e materiali. La somma è quantificata in base alle conseguenze per la salute, come tumori, disfunzionalità ormonali, colesterolo alto, pubertà precoce,… ma anche per lo stress e l’ansia dovuta alla scoperta dell’inquinamento. La cifra considera anche che le persone hanno dovuto smettere di bere l’acqua del rubinetto, di mangiare le uova di casa e i prodotti dell’orto, perché contaminati.

Arkema e Daikin hanno scaricato 3,5 tonnellate di Pfas l’anno nel fiume Rodano, e in atmosfera, come ha fatto Solvay nel fiume Bormida, provocando un inquinamento diffuso nelle falde del territorio. E, come Solvay, conoscevano i rischi legati a queste sostanze almeno dagli anni Novanta.

Dunque, le assemblee affrontano l’opportunità delle class actions contro Solvay anche in Italia. Ricordiamo appunto Solvay Specialty Polymers costretta a pagare al New Jersey 393 milioni di dollari nell’ambito di un accordo per la bonifica della contaminazione da PFAS di diverse comunità nelle contee di Camden e Gloucester nei pressi del sito di West Deptford. E precisamente: 214 milioni di dollari per garantire fondi sufficienti per completare la bonifica dei PFAS, 100 milioni di dollari per affrontare il problema dei PFAS nei sistemi idrici pubblici e nei pozzi privati di acqua potabile, 75 milioni di dollari per danni alle risorse naturali, 3,7 milioni di dollari per i costi diretti passati per affrontare la contaminazione.

Ricordiamo i tre grandi gruppi chimici statunitensi Chemours, DuPont e Corteva che pagheranno quasi 1,2 miliardi di dollari per risolvere le richieste di risarcimento seguite all’accusa di aver contaminato fonti d’acqua in tutti gli Stati Uniti con i Pfas. Un totale di 1,185 miliardi di dollari sarà destinato a un fondo di risoluzione, con Chemours che contribuirà con 592 milioni di dollari, DuPont che pagherà 400 milioni di dollari e altri 193 milioni di dollari aggiunti da Corteva.

Oltre all’accordo raggiunto dal trio di aziende, il gigante industriale 3M ha firmato un accordo di principio del valore di almeno 10 miliardi di dollari per risolvere altre cause legali relative a Pfas intentate da diverse città statunitensi.

La 3M è stata oggetto di cause legali per i Pfas anche in Europa. Nel 2022, l’azienda ha accettato un accordo di 571 milioni di euro con la regione belga delle Fiandre per gli scarichi di Pfas intorno al suo stabilimento di Zwijndrecht, vicino alla città belga di Anversa. Inoltre, il governo olandese ha chiesto un risarcimento alla 3M per i danni causati dalle sue sostanze chimiche nel fiume Schelda occidentale, che sfocia nel Mare del Nord. La 3M ha dichiarato che avrebbe smesso di produrre queste sostanze entro la fine del 2025.

 

Cesare Parodi e il pasticciaccio brutto di Corso Crimea

Senza le class actions, la Corte di Assise di Alessandria non fermerà il disastro sanitario e ambientale.
Pubblicato su Pennatagliente’s Blog:
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/ il-movimento-di-lotta-per-la- salute-maccacaro-fa-il-punto- sul-disastro-ecosanitario- della-solvay-di-spinetta- marengo/

 

Pfas nel mondo

Resoconto del viaggio in Brasile per il vertice dei popoli. Clicca sul titolo.

 

Non esistono tecnologie che distruggono i PFAS

E non esisteranno mai. Non a caso i Pfas sono denominati “inquinanti eterni” “forever chemicals”, indistruttibili.
Anche gli scienziati della Rice University (Houston, Texas) hanno dovuto convenire. Hanno sviluppato un materiale che utilizza la luce per scomporre una serie di inquinanti presenti nell’acqua tra cui i PFAS. Una tecnologia cento volte superiore rispetto ai filtri tradizionali (filtri a carbone attivo granulare, le resine a scambio ionico o sistemi combinati). Però, ciò significa che comunque le sostanze catturate nei filtri devono essere immagazzinate in impianti di rifiuti pericolosi o degradate. In quest’ultimo caso attraverso un processo termico ad alte temperature: i PFAS a catena lunga sono rotti in molecole più piccole, sottoprodotti che dunque continueranno a essere tossici nelle emissioni in aria, per ricadere nell’ambiente e sulla salute.

 

Tre milioni dalla UE per controllare i Pfas. Ma solo a Livorno

Il ministro Pichetto Fratin NON ha inserito Spinetta Marengo fra i Siti d’interesse nazionale (SIN, zone contaminate da bonificare sotto la supervisione del governo), così Alessandria non può usufruire dei finanziamenti dell’Unione Europea per monitorare gli «effetti sanitari dell’esposizione ai Pfas. Tradotto in soldoni: a Livorno 3.000.000 di euro mentre in Alessandria 60.000 euro sono stanziati dal Comune per far finta per qualche altro anno di “studiare l’eventuale nesso causale tra malattie/morti inquinanti tossicocancerogeni di Solvay e malattie”: “eventuale” (sic!) come se il nesso non fosse già stato dimostrato da nove indagini epidemiologiche in linea con le evidenze scientifiche internazionali.

Il finanziamento dei 3 milioni è nell’ambito del Pnc, il Piano nazionale per gli investimenti complementari, strumento che integra il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), previsto dai bandi a cui hanno concorso varie Regioni: Veneto, Toscana e NON ovviamente la Regione Piemonte.

Lo studio, entro il 2026, comprende prelievi dei campioni di matrici alimentari di natura sia vegetale che animale, prelievi del sangue, della saliva e dell’urina, controllo della pressione cardiaca ed elettrocardiogrammi, ruolo dei medici di famiglia,… coinvolgendo la popolazione rappresentativa che vive in zone limitrofe al sito, a cavallo tra Livorno e Collesalvetti. Grazie ai 3 milioni, potranno essere coinvolti tanti diversi soggetti: l’Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana), l’Istituto zooprofilattico sperimentale, l’Ispro (Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica), il Cnr Centro Nazionale di Ricerca, i Laboratori di sanità pubblica di Firenze e Siena, l’Università di Pisa.

 

Pfas, scontro sulla bonifica dell’ex Miteni

Estranea al processo penale, in sede amministrativa, Marzotto ha sostenuto di non avere «mai operato» nel sito Rimar “Ricerche Marzotto” diventato Miteni e di avere detenuto «una mera partecipazione azionaria indiretta», riconducendo l’attuale situazione di inquinamento «allo sviluppo industriale dei decenni successivi al 1967-1970», periodo in cui non erano ancora in vigore le norme ambientali sugli scarichi e il principio per cui «chi inquina, paga». Ma per il Tar è pacifico che la Rimar ha proseguito nel nuovo stabilimento in località Colombara la stessa produzione di sostanze perfluoroalchiliche Pfas che aveva iniziato nel sito di Via IV Novembre.

 

Divieto totale sull’utilizzo di scioline contenenti Pfas

A significare una misura della pericolosità dei Pfas, a partire dalla stagione invernale 2024 la Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) e l’Unione Internazionale Biathlon (IBU) hanno introdotto un divieto totale sull’utilizzo di scioline contenenti Pfas, sostanze eterne, indegradabili nell’ambiente, che inquinano le nevi e le acque, tossiche e cancerogene per la salute umana.
Tant’è che, alle Olimpiadi invernali Milano Cortina tre atleti, un giapponese e due coreane, sono stati esclusi per eccesso di Pfas nella sciolina su sci e tavole da snowboard. Ammesse solo le scioline ecologiche.

 

Pfas: 10 paesi bresciani sorvegliati speciali

Il dipartimento Arpa di Brescia ha promosso una campagna di indagini delle acque sotterranee con la ricerca dei Pfas nella zona comprendente Calcinato, Montichiari, Ghedi, Castenedolo, Leno, Manerbio, Borgosatollo, San Zeno, Montirone e Bagnolo, finalizzata alla verifica dei Pfos nelle acque sotterranee di Lonato e Desenzano, in cui i monitoraggi sui cantieri Tav avevano evidenziato la loro presenza.
Arpa Lombardia nel corso del 2024 ha effettuato il monitoraggio sui Pfas con 13 stazioni posizionate sulle aste del fiume Mella (Villa Carcina, Castel Mella, Pralboino), Chiese (Barghe, Villanuova, Prevalle, Montichiari), Oglio sublacuale (Capriolo), sui torrenti Garza a Ghedi, Toscolano (a Toscolano e Valvestino), Caffaro a Bagolino e sul vaso Fiume a Flero, per complessive 87 campagne. Nel 30% dei poli analizzati sui fiumi è stato riscontrato il superamento del valore normativo medio annuo per i Pfos. Stessa cosa per il lago d’Idro.

 

I Pfas nelle “grandi opere”

Gli acceleranti cementizi contenenti Pfas usati nelle grandi opere, nei cantieri come quello della Pedemontana, ora sotto indagine della Procura di Vicenza, continuano a contaminare torrenti, falde e terreni agricoli di pregio. La Commissione Europea conferma che l’uso di PFAS nei prodotti da costruzione è incluso nel fascicolo di restrizione REACH in valutazione presso l’Agenzia Chimica Europea e che la questione sarà trattata nella prossima restrizione, insieme a criteri per appalti pubblici più sostenibili.

 

Il Pfas TFA prodotto da aerosol e apparecchi refrigeranti

Inizialmente la notizia ha un po’ sconcertato: per chiudere il buco dell’ozono abbiamo sostituito nei condizionatori i vecchi gas nocivi (i CFC clorofluorocarburi) con sostanze (HFC idrofluorocarburi e HFO idrofluoroolefine) che, degradandosi, hanno contribuito a triplicare in 20 anni i livelli di TFA, l’acido trifluoroacetico, un tipo di PFAS. Proprio il TFA che è il PFAS più abbondante nelle acque terrestri e anche quello che regolarmente emerge in quantità maggiore ovunque si cerchino Pfas. È quanto ha rivelato uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters.
Al “Protocollo di Montreal”, cioè al bando dei CFC, i composti di cloro-fluoro-carbonio che producevano una riduzione dell’ozono stratosferico, abbiamo contribuito in maniera determinante. Per noi intendiamo Greenpeace e Lino Balza che organizzarono la scalata delle ciminiere dell’Ausimont Montedison di Spinetta Marengo issando enormi striscioni “Qui si buca l’ozono”. Clicca sul titolo alcune foto dell’impresa.
La manifestazione, clamorosa fra i media, produsse processi penali a carico di Greenpeace (a Ivan Novelli, che poi diventerà presidente di Greenpeace) e la progressione delle rappresaglie a Balza con il suo licenziamento. ***
Scrissi: “Posso dire che anche grazie a quel briciolo di mio coraggio personale i CFC sono stati eliminati da aerosol, frigoriferi e schiume isolanti, e che si è fermata la pandemia di tumori maligni della pelle e la rovina totale dell’ecosistema entro il 2060. Gli scienziati hanno stimato che, senza quella battaglia, lo strato dell’ozono, che circonda e difende il globo filtrando i raggi ultravioletti, avrebbe già perso oltre il 40% della sua densità sopra il Polo Sud e un nuovo buco sarebbe apparso sopra il Polo Nord”.

Oggi, a quell’orgoglio subentra la questione del Pfas TFA. Tornare ai CFC o ai successivi refrigeranti? Sarebbe la peggiore delle pazzie. La posta in gioco è la salute dell’umanità. Infatti, così come si è dimostrato che l’alternativa ai CFC con gli HFC è stata a sua volta possibile con l’alternativa ecologica dei refrigeranti a base di idrocarburi naturali sicuri per l’ozono e per l’effetto serra, come l’isobutano (peraltro usati negli anni ’30), così l’urgente traguardo della messa al bando dei Pfas non può assolutamente essere messo in discussione.

*** Gli avvenimenti sono narrati sul primo volume di “Ambiente Delitto Perfetto” (di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia) e sul secondo volume de “L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza”.

 

Campagna nazionale per la prevenzione dei danni da plastica per la salute

Clicca sul titolo.

 

La storia della fabbrica di Spinetta Marengo raccontata da Lino Balza. Puntata 25

Prendi i soldi e scappa senza investimenti.
Puntata 24. Salute e occupazione sulla pelle dei lavoratori.

 


contenuti 16 febbraio 2026

Il business del genocidio

La relatrice speciale Onu, Francesca Albanese, è nel mirino delle lobby sioniste da quando sta dettagliando non solo i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ma anche le connivenze politiche e affaristiche di chi, nel resto del mondo, sta lucrando su quei crimini. Daniele Luttazzi (clicca qui) commenta il complesso militare-industriale statunitense, europeo e israeliano, e i suoi complici.

 

La strategia del genocidio demografico di Israele

La violenza attuale si inserisce in una Nakba continua, iniziata nel 1948 e mai interrotta. In queste tesi di Carolina Bracco, politologa, dottoressa in culture araba ed ebraica, scrittrice e ricercatrice: “La violenza sessuale e riproduttiva in Palestina: le donne come obiettivo strategico del genocidio”. Clicca qui.

 

Lo sciopero che ha bloccato i porti

Lo sciopero, ignorato dai grandi media, che per 24 ore ha bloccato i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa, dove si caricano armi destinati ai teatri di guerra, ha mostrato come ovunque ci siano migliaia di persone che non vogliono essere l’ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. I portuali ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto e che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide. Clicca qui.

 

I silenzi dell’Europa sui siti militari

In merito alla trasparenza sui piani di emergenza nucleare, tre aree sono considerate particolarmente sensibili: la base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, indicata come sito che ospita ordigni nucleari, il porto di Trieste e il porto di Koper-Capodistria, in Slovenia, entrambi utilizzati per il transito e la sosta di navi militari a propulsione nucleare. Clicca qui.

 

Come organizzare una tappa del “Giro d’Italia per la pace”

Clicca qui il Progetto e Come aderire.

 

Basta briciole alla disabilità

Lanciata la petizione per chiedere il raddoppio delle “pensioni di invalidità”. Vedi tabella. Clicca sul titolo.

 

Come è inguaiato il tribunale di Alessandria

“Il nostro tribunale è molto inguaiato”: apprendiamo (Radiogold news) che il presidente del Tribunale di Alessandria, Paolo Rampini, ha così descritto alla giornalista di “Presa Diretta” la condizione della struttura di Corso Crimea. Nella prima puntata della nuova stagione, domenica 15 febbraio 2026 alle 20.30, la trasmissione di Rai 3 ha fatto “un viaggio dentro la giustizia italiana”. Nella breve anticipazione divulgata sui canali social del programma condotto da Riccardo Iacona si vede lo scotch attaccato ai vetri di una finestra, sedie scucite e rotte, muri scrostati e bagni che il personale del Tribunale condivide con l’utenza pubblica. “Sento il dovere di chiedere scusa” ha sottolineato il presidente Rampini “mi dispiace quando vedo che su queste sedie rotte si siedono testimoni, imputati e avvocati”.

Egr. dottor Rampini, ‘nguajàto era meno, rispetto a quello di Alessandria, il tribunale di Asti, dove lei ha lavorato per 39 anni: si tratta di una infrastruttura giudiziaria più moderna nell’uno che nell’altro caso. Però, mi lasci dire, che le “parti offese” si adatterebbero anche stando in piedi e riparandosi dagli spifferi e trattenendosi dai bisogni fisici, purché i processi funzionassero. Così non è perché Alessandria è inguaiata dalla mancanza di copertura organica dei giudici atta a garantire sentenze in tempi accettabili (per i non colpevoli), quando perfino un processo importante a livello locale e nazionale, come quello contro Solvay, si perde inguaiato nelle nebbie al punto che sarà costretto a concludersi senza dibattimento con un colpo di spugna del patteggiamento.

Chissà se domenica prossima ascolteremo da “Presa Diretta” qualcosa in più dei muri scrostati, dalla voce di Riccardo Iacona, al quale avevamo affidato (ti ricordi?) in quel di Brescia un dossier qualche anno fa, facendolo poi seguire da una gran copia di articoli e libri (hai presente?).

 

La giustizia penale tradisce di nuovo le Vittime dell’amianto

Ad aprile 2025, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny era stato condannato in secondo grado a 9 anni e 6 mesi per omicidio colposo al processo Eternit bis. Il minimo che si aspettavano le Vittime. Ebbene, la Suprema Corte di Cassazione ha annullato il procedimento che tornerà in Corte d’Assise di Torino. Motivazione: era mancata traduzione della sentenza in tedesco.

Non sfugga un particolare: il sindaco di Casale Monferrato, Emanuele Capra, aveva annunciato di aver scritto al Consiglio Superiore della Magistratura per avere chiarimenti su quanto emerso dalle recenti indiscrezioni della trasmissione Report su una possibile ingerenza internazionale (con riferimento a ex agenti del Mossad) nelle decisioni assunte dalla Cassazione nel primo maxi-processo Eternit.

Questo è l’ennesimo esempio (“Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia ***) di come (non) funziona la giustizia penale in materia ambientale e sanitaria: c’è qualcuno in buona fede che può spiegare ai parenti delle Vittime che c’entra la cosiddetta “Riforma della giustizia” del referendum promosso da governo?

*** I tre volumi sono disponibili a chi ne fa richiesta, previa sottoscrizione interamente devoluta a Ricerca Cura Mesotelioma.

 

Tera e Aqua

Cliccando questo link: https://ecoistituto-italia. org/cms-4/wp-content/uploads/ TeA-145web.pdf appare il Tera e Aqua di febbraio-marzo.

 

Nel pieno del dibattito sul ritorno del nucleare in Italia

Il dibattito in Italia, riguardo l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi civili, ha vissuto fasi alterne, ma non si è mai definitivamente spento. Sull’argomento ci sono stati due referendum, entrambi hanno registrato la volontà degli elettori di bloccare l’arrivo del nucleare in Italia. Il primo nel 1987, a seguito della tragedia di Chernobyl, il secondo nel 2011 quando il governo riportò sul tavolo la possibilità di costruire nuove centrali nucleari. Dal 2022, con l’insediamento del governo Meloni e i contemporanei cambiamenti geopolitici in atto, il discorso pubblico sul nucleare è tornato sulle prime pagine dei giornali.

Sulla pericolosità e insostenibilità del nucleare, clicca qui il video dell’audizione alla Camera di Gian Piero Godio, per “L’osservatorio dei cittadini sul nucleare”.

Sul progetto di energia nucleare in Italia, clicca qui un’intervista a Stefano Monti, ex membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) e dal 2023 Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare.
In particolare, sui reattori nucleari modulari di piccola taglia SMR, clicca qui Giovanni Ghirga, per ISDE Italia, nell’audizione alla X Commissione della Camera dei deputati.

 

Class action collettive contro il glifosato

Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.

Da chi e perché è stato sollevato dal suo incarico? Secondo il Centro di ricerca del Ramazzini non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi (Bayer) dietro la cacciata di Mandrioli. Per saperne di più, clicca qui.

Secondo IARC (International Agency for Research on Cancer) il glifosato, e i fitofarmaci che lo contengono, è classificato  come “probabile cancerogeno per l’uomo”.

Per l’EFSA-Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, è “improbabile cancerogeno”.

In Italia, il 7 ottobre 2016 è entrato in vigore il Decreto del Ministero della salute con il quale si dispone la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato con il coformulante ammina di sego polietossilata. Di conseguenza è ancora legale in Italia il commercio e l’utilizzo del glifosato associato ad altri coformulanti.

Bayer ha annunciato che negli Stati Uniti sono state avviate oltre 13.000 cause legali relative al Roundup. Alcune hanno riconosciuto numerosi risarcimenti per milioni di dollari. Nel 2020 Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha accettato un accordo da 10 miliardi di dollari come risultato di una serie di azioni legali collettive che sostenevano che il Roundup abbia causato il cancro.

 

Nuovo processo per il disastro ambientale dell’Ilva

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza ha rinviato a giudizio 18 persone e 3 società che saranno processate per le irregolarità nel controllo sull’impatto ambientale dell’ex ILVA di Taranto tra il 1995 e il 2012. Tra queste ci sono Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’azienda in quegli anni, diverse persone della dirigenza dell’azienda e anche l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.

Il processo, noto col nome di “Ambiente svenduto”, è ricominciato da capo dopo essere stato spostato al tribunale di Potenza, su ordine della Corte d’appello di Lecce, che aveva annullato, per vizi di procedura, la sentenza di primo grado del 2021 con cui il tribunale di Taranto aveva condannato sia i Riva che Vendola al carcere.

 

Tutti contro il maxi parco eolico in Val d’Aveto

A Santo Stefano d’Aveto, sindaci, Città Metropolitana, Regione e associazioni, si sono schierati pubblicamente contro l’opera ideata dalla società “Ferriere Wind srl” di Milano. Società che, come ha ribadito più volte il sindaco facente funzioni Mattia Crucioli, è stata invitata all’assemblea pubblica per un confronto ma ha scelto di disertare l’incontro. Le 7 pale, da 180 metri, verrebbero installate sui crinali della vallata, in una zona che comprende diversi chilometri, tra l’area dal Monte Crocilia al Monte Bue e al Maggiorasca.

Su change.org le firme contro il progetto hanno già superato le 10mila adesioni.
“Noi non siamo contrari all’energia eolica, siamo contrari a questo progetto” – precisa Crucioli che, come avvocato, ha al suo attivo ricorsi contro il nucleare di Bosco Marengo e il Tav Terzo Valico, nonché come senatore il Disegno di legge per la messa al bando dei Pfas. “Non si può pensare di realizzare un progetto così impattante senza essersi prima confrontati (anche con le comunità), valutando tutte le criticità, e senza aver fatto nemmeno chiarezza sul percorso di cantiere che dovrebbero percorrere i mezzi di trasporto. Tutto questo è sconcertante. L’impianto sarebbe principalmente sul territorio di Ferriere se pensiamo ai confini amministrativi, ma gli impatti visivi e uditivi, paesaggistici e ambientali avrebbero ripercussioni anche sul nostro territorio”.

 

Una testimonianza di chi se ne intende

Francesco Maurizio Cossiga è stato ministro dell’interno nei governi Moro V, Andreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all’uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri nella cui veste guidò una fragile coalizione di governo centrista e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l’incarico, poiché eletto al Palazzo del Quirinale come più giovane Capo dello Stato della storia dell’Italia repubblicana. Si dimise nell’aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato.

È stato spesso descritto come un uomo forte e accusato di essere un “ministro di ferro”, che ha represso brutalmente le proteste pubbliche. Lo chiamavano Kossiga.

 

Una testimonianza sul poliziotto malmenato a Torino

È di una giornalista de Il Manifesto presente sul fatto. Clicca qui.

 

Riceviamo e pubblichiamo

Riceviamo e pubblichiamo: “Non condivido nulla di quello che scrivete e in modo particolare sui fatti accaduti a Torino. Gradirei non ricevere più vostre comunicazioni. Stefania Pucciarelli”. Stefania Pucciarelli dal 23 marzo 2018 è senatrice della Repubblica per la “Lega per Salvini premier”. È stata sottosegretaria di Stato al Ministero della difesa dal 1º marzo 2021 al 22 ottobre 2022 nel governo Draghi.

 

La parola anche ad Askatasuna

Riceviamo e pubblichiamo:
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.

Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in Corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In Corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli è andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.

La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.

 

Come ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici utilizzando connessioni cablate

Clicca qui il drammatico “depliant” firmato dai due grandi esperti mondiali Prof. Hardell e Belpomme pubblicato in tre lingue (italiano, inglese, francese) sul sito www.applelettrosmog.it. I firmatari sono in collaborazione con l’Associazione Italiana Elettrosensibili, fondata da medici italiani elettrosensibili.
Gli impatti psicologici, psichiatrici e sociologici dei social network sui giovani sono ampiamente dimostrati. Ma è anche fondamentale conoscere e proteggere i nostri concittadini, in particolare i giovani (clicca qui) dagli impatti dei campi elettromagnetici CEM: sulle loro capacità di apprendimento e memoria, con comportamenti simili all’iperattività e ansiosi; nonché sui  danni morfologici e funzionali al nervo ottico; fino agli impatti sulla fertilità maschile e femminile.

L’esposizione ai CEM è una questione cruciale per la salute pubblica, possibili cancerogeni secondo lo IARC, ma nessuno ne parla, i media in particolare hanno paura di perdere dei mercati pubblicitari (in un contesto in cui la posizione dell’OMS è distorta da conflitti di interesse, come spiegato nel depliant). Una gran parte della popolazione è colpita dai CEM senza esserne consapevole.

 

Al via la Campagna delle Uova di Pasqua

Per la realizzazione dell’ospedale di Duhla a Shengal (nord Iraq) e aiuti sanitari al Rojava. Clicca qui.

 


contenuti 10 febbraio 2026

Dunque, class action anche in Italia: contro i Pfas della Solvay

Dunque si avviano class action anche in Italia: contro i Pfas, contro Solvay Syensqo di Spinetta Marengo.
https://www.rete- ambientalista.it/2026/02/01/ perche-le-class-actions- risarcimenti-milionari-per-la- popolazione-di-alessandria/
Cliccando sul titolo, trovate una panoramica delle azioni collettive in Francia contro Arkema e Daikin Chemical; in Belgio e Olanda contro 3M; in Usa contro Solvay, Chemours, DuPont, Corteva e 3M, per risarcimenti che arrivano anche a 1,2 miliardi di dollari.

 

A maggior ragione dopo lo scandalo dei patteggiamenti

È così perché, mentre a Vicenza nel processo per l’avvelenamento doloso della Miteni di Trissino il tribunale ha riconosciuto al ministero dell’Ambiente un pur esiguo risarcimento di 58 milioni di euro per i costi sostenuti dal 2013, invece, addirittura per la Solvay di Spinetta Marengo, dopo che il complice e inerte Ministero aveva disatteso perfino la Cassazione omettendo richiesta risarcitoria al tribunale civile, il governo sta concludendo un patteggiamento con la multinazionale Syensqo di Alessandria, unica produttrice italiana dei Pfas tossici e cancerogeni.

Questo patteggiamento “riservato” è entrato nel solco di quello del Comune di Alessandria (un’elemosina di 100mila euro destinati al taglio dell’erba dei cimiteri) e sarà appresso con quello della scalpitante Regione Piemonte alle quali tre compra-svendite si allineeranno i mercanteggiamenti delle associazioni ambientaliste (che meritano un commento etico a parte).
In Italia i risarcimenti di Solvay sono oboli per tutti. Così, a tacere la Regione, sarà, siamo facili profeti, con il ministero dell’Ambiente: non si avvicinerà ai 393 milioni di dollari sborsati da Solvay nel New Jersey per la bonifica di quei Pfas C6o4 e ADV che pur furoreggiano sul territorio di Alessandria. Tant’è che Gilberto Pichetto Fratin ha già “assolto” Solvay non inserendo Spinetta Marengo fra i siti di interesse nazionale, zone contaminate da sanare sotto la supervisione del ministero, cioè non chiedendo la bonifica.

Va da sé che, dopo queste mali-intese economiche, le parti civili lasciano il processo. Per legge, il patteggiamento definitivo avviene tra imputati, procura e giudice. È augurabile ma è abbastanza impensabile che la Procura di Alessandria si “ostini” ad impedire un patteggiamento quando praticamente le parti civili sono d’accordo. E va da sé che il GUP ne prenda atto. Anche perché sia la Procura che il GUP sono esordienti e hanno avuto appena il tempo di scorgere gli atti del processo.

Così, anche senza ricorrere a rito abbreviato, di rinvio in rinvio, di slittamento in slittamento, si celebrerà la strategia processuale del nuovo avvocato di Solvay Syensqo, Guido Carlo Alleva, già celebre difensore della celebre famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, il quale con l’inerte Pichetto Fratin dialoga in piemontese.

Così, verosimilmente a breve, con quattro soldi la multimiliardaria Syensqo uscirà senza ossa rotte dal secondo pur blando processo di Alessandria. A meno che (il diavolo non sempre riesce a coprire le pentole con i coperchi) l’ex avvocato della multinazionale, Luca Santa Maria, non riesca a coinvolgere le responsabilità di Solvay nel processo Miteni e mandare di traverso gli spumeggianti calici della sfarzosa viticoltura monferrina di Alleva. Ma è l’avvio delle class action che forse non sarebbe estraneo alle dimissioni della CEO Ilham Kadri.

Di sicuro, i quattro soldi si moltiplicheranno se andranno in porto le class action: in primo luogo, avanti di risarcire, Solvay sarebbe costretta a chiudere le produzioni inquinanti di Spinetta Marengo in quanto non è in grado di andare oltre la mera insufficiente messa in sicurezza (le incontenibili barriere idrauliche), in quanto non intende finanziariamente concludere la bonifica. Infatti, non avendo illecitamente ottemperato alla sentenza di “ripristino delle risorse naturali danneggiate da cromo esavalente, cloroformio, Pfas eccetera”, anzi – nascondendosi dietro venti anni di piani di caratterizzazione e analisi di rischio, ovvero nascondendosi dietro il Comune – ha procurato il doloso risultato di peggiorare acqua+aria+suolo sia all’interno che all’esterno del sito, immettendo addirittura nuovi cancerogeni (neppure dichiarati alla complice Provincia).

E tutto ciò ancora dopo dieci anni dalla condanna del primo processo, avviato con il capo di imputazione di avvelenamento doloso delle acque (analogo alla odierna sentenza Miteni). Sono dati di fatto e atti processuali che attestano incontrovertibilmente – per il maggiore disastro sanitario e ambientale nazionale da Pfas e non solo – sia riconosciuta la responsabilità di una contaminazione pregressa e attuale, sia il correlato obbligo di provvedere al ripristino dei danni cagionati, che non potrà avvenire in sede penale bensì tramite class action.

 

Le associazioni ambientaliste all’esame dell’etica

Nell’occasione che una Procura avvii un processo per inquinamento, come avvoltoi si costituiscono parti offese gli enti locali per salvare la faccia e fare cassa, quando piuttosto dovrebbero anche i loro amministratori sedere sul banco degli imputati per essere stati inermi o conniventi, e dovrebbero per primi essere chiamati a risarcire i cittadini inquinati. Il passato e il presente, nei processi Solvay ad Alessandria, lo dimostrano.

Avviene la stessa cosa quando si presentano come parti civili associazioni ambientaliste che in precedenza non avevano mosso una foglia contro l’inquinamento, e che assisteranno il processo come silenti spettatori in attesa del risarcimento che per prassi ogni sentenza loro riconosce. I trascorsi passati lo dimostrano.

Le presunte parti offese, tutte lì per fare cassa, sono assistite da avvocati le cui parcelle saranno adeguatamente beneficiate dal tribunale. Gli inquinatori non pagano né con la galera né con la bonifica, anzi proseguono i danni. Così va il mondo nei processi penali che abbiamo analizzato, in tre ahimè incompleti volumi, su “Ambiente Delitto Perfetto” (Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia).

Il peggio avviene quando l’inquinatore propone alle parti di mercanteggiare la loro uscita dal processo. Si chiama Patteggiamento: rito speciale che su due piedi chiude il dibattimento penale, offre considerevoli sconti sui danni e sulle pene all’imputato, il quale neppure ammette la colpevolezza e può continuare a inquinare come prima. Il patteggiamento è una lauta veloce occasione, per enti locali, associazioni ambientaliste, avvocati, per fare cassa. Il patteggiamento è la novità del secondo processo contro Solvay in corso ad Alessandria.

Chi scrive si è assunto il dovere di documentare, protagonista in prima persona con l’emblematico caso di “Medicina democratica”, la deriva perniciosa subìta da associazioni ambientaliste. Per il passato, fanno testo le pagine su “Ambiente Delitto Perfetto” che tracciano il tradimento dell’associazione ai principi del fondatore, lo scienziato Giulio Maccacaro, fino alle scissioni delle Sezioni territoriali (si veda anche “Luigi Mara & Medicina democratica”).

Per il presente, ognuno commenti da sé come, dieci anni dopo il vergognoso rifiuto di tutelare e risarcire le Vittime in sede civile, oggi, nel documento venuto alla luce dopo mesi di opacità (clicca qui), il presidente (da sempre e per sempre “pro tempore”) dell’associazione ammette tranquillamente di aver slacciato – di fatto con il patteggiamento – le manette a Solvay in cambio di soldi che servono per coprire le responsabilità di un buco di bilancio. È stato inferto un danno incommensurabile alla memoria di Maccacaro, a 50 anni dalla scomparsa. Commenterò quanto prima.
Medicina democratica chiama in correo le altre associazioni ambientaliste. Le vedremo.
Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

 

Solvay Syensqo patteggia e nega le responsabilità del disastro sanitario e ambientale di Alessandria

1) Non è vero che non facciamo bonifica: primi (sic) interventi sono in corso nel rispetto delle tempistiche del Comune.

2) Non abbiamo obbligo di bonifica ma solo di messa in sicurezza. Volontariamente facciamo bonifica.

3) Volontariamente partecipiamo alla bonifica esterna allo stabilimento.

4) Monitoriamo i Pfas dal 2019.

Lo afferma Solvay in una sfacciata replica, sull’autorevole “Lavialibera”.
Casca male Solvay, perché le risponde la migliore giornalista d’inchiesta, Laura Fazzini. Clicca qui.
Lavialibera è una rivista fondata da Libera e Gruppo Abele (don Luigi Ciotti) che comprende un bimestrale cartaceo, un sito costantemente aggiornato e una presenza attiva sui principali canali social. Offre informazione e approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni. Il lavoro è supportato da un comitato scientifico e da una rosa di commentatori ed editorialisti di primo piano.

 

Dagli annunci ai fatti: le class action Solvay e Miteni

Su CIVG:
Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class action. Per la Solvay di Spinetta Marengo, una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni, è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari Leggi tutto

 

Consigli comunali regionali e provinciali firmano la messa al bando dei Pfas. Per Alessandria: class action

Sono già 129 i Comuni del Veneto, 95 di questi sono nella provincia di Verona, che nei loro consigli comunali hanno approvato la mozione proposta dalla Rete Zero Pfas per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi per una legge che metta al bando i Pfas vietandone la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo.
La mozione è stata nel frattempo approvata anche dal consiglio regionale del Veneto (oltre che da quelli di Piemonte e Umbria) e dai consigli provinciali di Verona e Vicenza e da qualche comune in Lombardia, Piemonte e Liguria.

In particolare, per Alessandria la messa al bando si può già realizzare, tramite class action inibitoria, con la fermata immediata delle produzioni della Solvay di Spinetta Marengo, unica produttrice in Italia. La Rete sottolinea, infatti, quanto la posizione della Ue – a braccetto del parlamento italiano – vada in tutt’altra direzione: la Commissione intima al Parlamento di non porre limiti alla loro produzione e al loro utilizzo perché comporterebbe “rischi per la competitività globale dell’Europa” in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze.

 

Cancri da Pfas per maschi e femmine, adulti e bambini

Complessivamente si stima che i Pfas nell’acqua potabile contribuiscano a più di 6.800 casi di cancro ogni anno, sulla base dei dati più recenti dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (Epa).

I ricercatori del Dipartimento di Scienze della Popolazione e della Salute Pubblica presso la Keck School of Medicine hanno studiato che, tra il 2016 e il 2021, le contee degli Stati Uniti con acqua potabile contaminata da Pfas avevano una maggiore incidenza di alcuni tipi di cancro, che differivano in base al sesso.

I maschi nelle contee con acqua potabile contaminata avevano una maggiore incidenza di leucemia, così come tumori del sistema urinario, del cervello e dei tessuti molli, rispetto ai maschi che vivevano in aree con acqua non contaminata.
Le femmine avevano una maggiore incidenza di tumori alla tiroide, alla bocca e alla gola e ai tessuti molli.

Recenti valutazioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) confermano i Pfas nell’aumento del rischio di sviluppare specifiche forme di:
Cancro al rene (carcinoma a cellule renali): sicuramente dovuto al Pfoa;
Cancro al testicolo: in particolare tra i lavoratori del settore chimico e le popolazioni residenti in aree contaminate;
Cancro alla tiroide: trattato con tiroidectomia e terapia radiometabolica;
Cancro mammario e dell’apparato riproduttivo femminile: tumore al seno e alle ovaie;
Cancro al cervello (glioblastoma): nell’area dei Vigili del Fuoco;
Melanoma e cancro alla prostata: rischio raddoppiato di melanoma e altre neoplasie.
Infine, studi scientifici recenti dell’Università di Padova, in particolare quelli condotti nella “zona rossa” del Veneto, hanno evidenziato una correlazione significativa tra l’esposizione ai PFAS e Aumento del Colesterolo: rischio cardiovascolare doppio rispetto alla media nella zona contaminata del Veneto;
Alterazione della Coagulazione: maggior rischio di trombosi e infarti;
Mortalità Cardiovascolare: inclusi infarti e malattie ischemiche;
Ipertensione e Aterosclerosi: calcificazione coronarica e aortica, e danni vascolari precoci.

 

I Pfas aumentano il rischio di malattia epatica nei giovani

Clicca sul titolo per leggere il nuovo studio statunitense condotto da ricercatori della Keck School of Medicine dell’Università del Southern California e dell’Università delle Hawaii.

 

I PFAS aumentano il rischio di diabete in gravidanza e di mortalità dei nascituri

Clicca sul titolo per l’analisi condotta da ricercatori e ricercatrici della Icahn School of Medicine del Mount Sinai e pubblicata da poco su The Lancet e ClinicalMedicine.

 

Una mela al giorno non ti leva il medico di torno. Se contiene Pfas

Il nuovo report di “Pesticide action network PAN” ha analizzato mele vendute nei supermercati di 14 stati europei. Il 64 per cento dei campioni contiene almeno un pesticida prodotto con i composti cancerogeni Pfas, gli “inquinanti eterni”. In Italia la patria delle mele è il Sud Tirolo. Clicca sul titolo.

 

Contro il TFA non basta allungare il vino con l’acqua

Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando il Pfas TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. Clicca sul titolo.

 

Ordinanze e dis-ordinanze anti Pfas

Tortona vieta i concimi chimici sui terreni lungo lo Scrivia. Un’ordinanza anti Pfas per tutelare la qualità delle acque destinate al consumo dell’uomo: l’ha firmata il sindaco Federico Chiodi (Fratelli d’Italia) che monitora da anni la situazione legata alla presenza di sostanze pericolose nel sistema idrico.
Per la limitrofa Alessandria il sindaco, Giorgio Abonante (Partito Democratico) ritiene superflua analoga ordinanza perché penalizzare – dice – con un divieto gli agricoltori quando a cospargere Pfas sui terreni ci pensa Solvay di Spinetta Marengo?

 

Cloroformio tra Tortona e Alessandria

Nelle acque sotterranee, una vasta area del Comune di Pozzolo Formigaro è contaminata dal cancerogeno cloroformio, con valori microgrammi per litro fuori norma nel monitoraggio sui pozzi.

L’origine del cloroformio? C’è chi punta il dito contro gli scavi del Tav Terzo Valico, dove però la sostanza non viene utilizzata. C’è chi, invece, addita il solito inquinatore: lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, sobborgo di Alessandria, si trova nell’area della “Fraschetta” che confina a sud con il comune di Pozzolo Formigaro. Le due zone sono adiacenti nella parte sud-orientale della provincia alessandrina, tra la periferia di Alessandria, il novese e il tortonese.

Quali provvedimenti prendere? Il sindaco di Pozzolo, Domenico Miloscio, è consigliato dal sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante. Questi si era trovato tre anni fa in analoga situazione. Emettere un’ordinanza, come gli compete quale massima autorità sanitaria locale per chiudere precauzionalmente gli impianti inquinanti della Solvay? Invece, Abonante diramò un’ordinanza alle famiglie di mezza Spinetta sulle misure di precauzione da adottarsi nei locali interrati di pertinenza delle loro abitazioni: non andare nelle cantine da dove risaliva il cloroformio, tantomeno a fumare o a consumare cibi, procurarsi dei ventilatori, non custodirvi altre sostanze chimiche, non riscaldarle, non fare buchi sui pavimenti, non tinteggiare le pareti…
L’ordinanza di Abonante è tuttora in vigore. Potrebbe adottarla anche Miloscio, anche lui di centrosinistra, addirittura presidente della Prima Commissione della Provincia di Alessandria, il presidente della quale è Luigi Benzi (Fratelli d’Italia) specialista degli “omissis” per l’Autorizzazione Integrata Ambientale della Solvay.

 

Si può calcolare quanti morti in più per i Pfas. Il Piemonte preferisce evitare l’indagine piuttosto che nasconderla come in Veneto

È stato calcolato quanti morti in più per i Pfas tra il 1984 e il 2018 rispetto alle attese. Nell’Ovest vicentino: 4000 morti. Un’ecatombe clamorosa. L’indagine scientifica, commissionata dalla Regione Veneto non fu mai divulgata. Perche? Perché la Regione non avrebbe voluto dimostrare, ma rassicurare. Non intendeva informare, ma contenere l’allarme. Perché divulgare avrebbe significato chiamare in ballo i responsabili, i colossi industriali e finanziari: Eni, il fondo lussemburghese Icig, la giapponese Mitsubishi Corporation che hanno rilevato la Miteni di Trissino fallita. Dati di questo peso avrebbero prodotto conseguenze politiche, sanitarie e giudiziarie immediate. Tanto più perché l’indagine portava la firma autorevole di Annibale Biggeri, docente di statistica medica dell’Università di Padova. Dunque, fu silurata. Una vergogna.

Orbene, a quanti si riempiono la bocca con studi epidemiologici farlocchi, dalla Regione Piemonte in giù, passando per il Comune fino a qualche “ambientalista”, chiediamo: perché piuttosto non reclamate per Alessandria un’indagine scientifica (di Biggeri) che calcoli quante morti in più rispetto alle attese sono state causate dal colosso chimico di Spinetta Marengo (non solo Pfas): da Montedison e soprattutto da Solvay che è ora sotto processo? Ci sono già nove indagini epidemiologiche utilizzabili.

 

Chi paga i costi dei Pfas?

Premesso che è “meglio prevenire che curare” ovvero “meglio chiudere le fonti inquinanti piuttosto che a posteriori disinquinare i territori contaminati”, nella fattispecie dei Pfas si fanno i conti: quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati? In Piemonte, Solvay ha fatto i conti e, non intendendo intaccare gli enormi profitti, al riparo dei processi penali, si rifiuta di chiudere le produzioni Pfas a Spinetta Marengo per poi procedere alla enorme bonifica.
Clicca sul titolo le cifre in Veneto e in Svizzera.

 

Patteggiamenti. L’ombra del cappio della Fluorsid pende minaccioso sulla Solvay

Clicca sul titolo. La mancata bonifica della Fluorsid, leader mondiale della produzione di fluoroderivati inorganici per l’industria dell’alluminio, rammenta quella della Solvay Syensqo di Spinetta Marengo, leader monopolista nei fuoroderivati tecnopolimeri Pfas.
Se clicchi qui, il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sul disastro ecosanitario della Solvay di Alessandria.

 

Via libera ai Pfas che servono al riarmo

Deroghe ed esenzioni UE sempre più ampie per il comparto militare: produzione di armi, munizioni, apparecchi elettronici a uso militari, componenti di mezzi aerei, navali e terrestri, dispositivi di protezione individuale e schiume antincendio. L’intero comparto militare, responsabile della produzione di più di 2mila tonnellate di inquinanti eterni ogni anno, garantisce enormi profitti dell’attivissima lobby bellica. I passi indietro dell’Italia. Clicca sul titolo.

 

Batterie allo stato solido

Syensqo, con a capo Alessandro Chiovato e la francese Axens lanciano Argylium per accelerare la svolta europea nelle batterie allo stato solido. A Spinetta Marengo? Clicca sul titolo.

 

Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento

Non in Italia naturalmente, dove domina Solvay unica produttrice, ma in Francia, dove -pur con l’opposizione della consorella Tefal – è entrato in vigore dal 1° gennaio il divieto sugli inquinanti eterni trovati ovunque dalla vetta dell’Everest ai tessuti delle balene della Nuova Zelanda, e la cui esposizione è collegata all’insorgenza di tumori, alla riduzione della fertilità e all’alterazione del sistema immunitario. Il divieto proibisce la vendita, la produzione o l’importazione di qualsiasi prodotto per cui esista già un’alternativa ai PFAS. Include cosmetici, abbigliamento e altri articoli come la cera da sci. La legge imporrà inoltre alle autorità francesi di testare regolarmente l’acqua potabile per tutte le tipologie di PFAS e di adottare misure per sanzionare gli inquinatori che rilasciano queste sostanze nell’ambiente.

 

I Pfas sotto controllo della Regione

Non si tratta del Piemonte, patria della Solvay e del disastro ecosanitario nazionale, ma della piccola Umbria che ha avviato per tempo controlli sistematici e creato un sistema stabile di monitoraggio continuo dei PFAS nelle acque potabili. La Regione ha attivato un protocollo inter-istituzionale che coinvolge ARPA Umbria, le USL territoriali e i principali gestori del servizio idrico: Umbra Acque, SII e VUS. Clicca sul titolo.

 

Malattie cardiovascolari da Pfas: in Svezia come in Veneto

Uno studio svedese coordinato da Yiyi Xu e Ying Li, professori di epidemiologia e biostatistica all’Università di Göteborg (Svezia), pubblicato nel numero di dicembre 2025 della rivista Environmental Research, mostra che l’esposizione prolungata all’acqua potabile contaminata da PFAS aumenta il rischio del 10% di infarto miocardico, del 10% di ictus ischemico (ostruzione di un vaso sanguigno da parte di un coagulo) e del 28% di ictus emorragico (rottura di un vaso sanguigno), mentre la mortalità per malattie cardiovascolari è aumentata di circa il 15%.

I ricercatori sottolineano che il loro risultato “concorda con un ampio studio condotto nel 2024 in Veneto che ha riportato una mortalità cardiovascolare superiore del 20-30% nei comuni fortemente esposti ai PFAS rispetto ai comuni non esposti”. Clicca sul titolo.

 

Vigili del fuoco: Pfas e amianto

Clicca sul titolo
La storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco, nipoti compresi. E, per i Pfas, la richiesta di studi epidemiologici condotti sui pompieri e sulla reale composizione dei dispositivi di protezione individuale.

 


contenuti 2 febbraio 2026

Rivoluzionari tra virgolette vs antiterroristi tra virgolette

Manifestazione a Torino contro lo sgombero di Askatasuna.

Per la cronaca prendiamo per buona la versione che troviamo su Il Fatto, piuttosto che sui Telemeloni, clicca qui.

Tre cortei, quasi 50mila manifestanti, famiglie con bambini, vin brulè, partigiani, studenti, saracinesche alzate, musica e slogan, assurdo massiccio cordone di polizia. Poi cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: barricate, bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, cappucci neri, mascherine e occhialini da sub, bottiglie, pietre, cassonetti e camionetta in fiamme, agente malmenato, troupe Rai aggredita, almeno una ventina di feriti.

Il nostro commento. Esultano gli incappucciati del governo e gli ultras incappucciati. Gli uni soddisfatti della grancassa mediatica che assorda il malgoverno e rinfocola la repressione “antiterrorismo”, i decreti sicurezza. Gli altri, un centinaio? un migliaio? soddisfatti come si sentirono le brigate rosse, quelle in buona fede sedicenti rivoluzionari utili idioti degli americani. Sconfitti gli altri 49mila manifestanti, in rappresentanza di milioni di italiani che neppure hanno saputo il perché della oceanica manifestazione.
Oscurati anche In migliaia a Milano, il corteo pacifico contro i federali Usa.
Oscurato il corteo forte e pacifico Operai in tangenziale a Bologna: incriminati i sindacalisti.

Come era stata annunciata la manifestazione. Clicca qui.

Il commento di Sigfrido Ranucci. Clicca qui.

Il commento di Francesco Cossiga. Clicca qui.

 

Perché le class action: risarcimenti milionari per la popolazione di Alessandria

Chi scrive, avendo dissentito nel 2015 dalla sentenza del tribunale di Alessandria contro Solvay**, sostiene, tenacemente operando da allora, che i limiti del processo penale devono essere superati in sede civile. Come d’altronde, alle azioni collettive, alle class action sollecitava il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione: «Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio. Unico, per loro, temibile argomento dissuasivo e persuasivo”. Finalmente, dieci anni dopo, prendono corpo le class action.

L’azione inibitoria e l’azione risarcitoria sono due strumenti complementari di tutela nel diritto civile italiano: la prima, di natura preventiva, mira a far cessare un comportamento illecito in corso e prevenirne la reiterazione. La seconda, di natura riparatoria, interviene ex post per ottenere il risarcimento del danno (patrimoniale o non patrimoniale) già subìto. In altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti il fenomeno delle “class action” costituisce uno dei punti fondamentali del sistema processuale, con effetto di esiti pesanti per le multinazionali chimiche, Solvay compresa che da dovuto chiudere i Pfas in Usa.

Finalmente nel 2026, class action si stanno organizzando, più o meno coordinate, in Piemonte e in Veneto. Avendo solide basi probatorie, valenti giuristi, precedenti internazionali, fondi specializzati: riducono il rischio legale collettivo e aumentano le probabilità di successo.

Qui ora, senza riprendere quanto più volte documentato in questi anni, ci soffermiamo sulle azioni inibitoria e risarcitoria in sede civile relative al disastro sanitario e ambientale perpetrato dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo a massimizzare gli enormi profitti (peraltro riconducibile al reato di “avvelenamento doloso delle acque” che era nel capo di imputazione del 1° processo Solvay e che è sentenziato nel processo Miteni).

Azioni relative, cioè, alla contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo, che l’azione inibitoria innanzitutto può bloccare: bloccare oggi le produzioni, bloccare per i danni futuri (principio di precauzione) e risarcire i danni passati, presenti e futuri. Le cause collettive mirano a risarcire due categorie di danni, per i quali la prova del nesso causale con le condotte criminose non ammette discussioni.

Distinguiamo così i danni ambientali e i costi di bonifica per la perdita di risorse naturali e alterazione degli ecosistemi, danni irreversibili e risarcibili da tutelare da parte dello Stato e degli Enti territoriali (Comune e Regione), come avvenuto per le elevate sentenze di risarcimenti comminate dai tribunali internazionali: dai 670 milioni di dollari alla DuPont ai 12,5 miliardi di dollari alla DuPont. Per Solvay, un fondo per la bonifica di 1 miliardo di euro appare sottostimato.

Distinguiamo così i danni alle persone: le Vittime per eccellenza. Infatti, la contaminazione storica e attuale di 20 tossici e cancerogeni in aria-acqua-suolo è inevitabilmente anche contaminazione dell’organismo umano, ovvero nel sangue, es. il 100% di Pfas nei campioni ematici testati, con danni irreversibili e risarcibili. Questi danni per la popolazione alessandrina riguardano le alterazioni biologiche e le patologie contratte: ad esempio, per i Pfas, le cartelle cliniche per tumori renali/testicolari, tiroide, colesterolo, aterosclerosi, rischio di infarto e ictus, ipertensione, eccetera. E va anche rilevato, ad esempio per i Pfas, che elevati livelli nel sangue costituiscono un danno risarcibile anche in assenza di sintomi: la consapevolezza di avere nel sangue sostanze pericolose genera danni per angoscia, stress e limitazioni alla qualità della vita.

Insomma, stiamo parlando di danni risarcibili, con class action, per decine di migliaia di cittadini di Alessandria. E non considerando il “metus”: la giustificata paura della malattia. Il risarcimento individuale del cittadino, infatti, terrà conto sia del danno biologico (quantificato in base al grado di contaminazione e alle patologie correlate) sia del danno morale/esistenziale. A quanto possono ammontare il danno biologico temporaneo per la presenza del veleno nel corpo, il danno biologico permanente e patrimoniale per coloro che hanno sviluppato patologie correlate e hanno sostenuto costi medici, e il danno morale per la sofferenza psichica?

I risarcimenti individuali sono diversificati dalla gravità della lesione e dalla durata dell’esposizione. Considerando i parametri delle tabelle medico-legali italiane e i precedenti riferimenti internazionali, agli esperti il risarcimento medio di 150mila euro per soggetto appare plausibile.

Lino Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro.

** “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

 

Niscemi. La frana italiana, la base Nato NRTF e il sistema americano Muos

La frana di Niscemi è l’ennesima storia italiana di disastro annunciato. Lo Stato, la Regione Sicilia, la Provincia di Caltanissetta, il Comune, la Protezione civile e tutto il resto della pubblica amministrazione erano a conoscenza della situazione e della necessità di interventi per fronteggiare l’emergenza, soprattutto dopo la frana del 1997. Sono stati affidati incarichi, redatti studi, realizzati progetti e appaltati i lavori. Eppure, come spesso accade, nulla è stato portato a termine.

Il dissesto è il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili. Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio.

Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense.

Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi. Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica.

A queste argomentazioni lo Stato ha risposto non con prevenzione, monitoraggi indipendenti o politiche di tutela, ma con centinaia di denunce e procedimenti giudiziari contro chi segnalava pubblicamente i rischi sociali, ambientali, sanitari e idrogeologici legati alla presenza della base NRTF e del MUOS. Proprio oggi, mentre Niscemi affronta l’ennesima emergenza, alcune e alcuni attivisti ricevono un nuovo avviso di conclusione indagini preliminari relativo a una manifestazione dell’agosto 2025, con contestazioni che includono violazione di prescrizioni, imbrattamento e – in modo tanto fantasioso quanto inquietante – persino “istigazione a delinquere”. Segnalare un pericolo, denunciare un rischio, difendere il proprio territorio continua a essere trattato come un reato.

Oggi quella fragilità negata si manifesta sotto forma di dissesto: come effetto concreto di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza.

Clicca qui il Comunicato del Movimento No Muos.

 

Netanyahu rafforza l’antisemitismo

Testo della legge 20 luglio 2000, n. 211: “Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”
Art. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

La storica Anna Foa, autrice di un testo importante e dolente come “Il suicidio di Israele”: “La memoria serve ancora. Netanyahu con il suo genocidio rafforza l’antisemitismo”. Clicca qui.

The International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA): “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.”
Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite.
Il Sionismo è il movimento politico ebraico, non puramente religioso, nato in Europa per l’autodeterminazione e la creazione di uno Stato d’Israele.
L’Antisionismo è la critica al progetto sionista e allo Stato di Israele, che non equivale all’Antisemitismo.
L’Antisemitismo si riferisce a lingue e culture semitiche, tra cui l’ebraico.

 

Ricordare lo sterminio di decine di migliaia di persone con disabilità

Ricordarlo in occasione del Giorno della Memoria significa assumersi oggi la responsabilità di costruire politiche e servizi che mettano al centro la persona, la sua dignità e la sua libertà, affinché nessuno venga mai più separato, invisibilizzato o allontanato dalla comunità in nome dell’efficienza, della scarsità di risorse o della paura…
Clicca qui Per ricordare tutte le vittime della Shoah tra cui decine di migliaia di persone con disabilità

 

Il movimento di volontariato italiano diventa rete associativa nazionale

Un obiettivo che non parla solo di numeri, ma di rappresentanza, ascolto e capacità di dare voce alle piccole e grandi realtà che animano i territori. Clicca qui.
Un obiettivo per il volontariato che il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” condivide anche tramite la sua “Rete ambientalista. Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza”.

 

Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, con il cosiddetto piano di pace Trump, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i Palestinesi hanno mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 Palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case. L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari. In tutto il distretto migliaia di famiglie sono private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i Palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che combattono impunemente. Continua cliccando qui.

 

Morti premature evitabili

I dati definitivi 2025 del progetto CAMBIAMO ARIA confermano che l’inquinamento atmosferico nelle città italiane resta un’emergenza sanitaria strutturale. PM2,5 e NO2 superano ampiamente i valori OMS e i futuri limiti UE, causando migliaia di morti premature evitabili. Leggi il resto.

 

La morte del diritto. È ancora possibile rimetterlo al mondo?

La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia.

La condanna a morte del diritto è stata molte volte e in diversi modi annunciata e segnalata (Papa Francesco), fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno con il suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); fino a Trump che, quando chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé, opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione e proclama di non aver bisogno del diritto internazionale.

Preso atto della realtà, è ancora possibile, prima dell’immane disastro, ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per la Terra?
Raniero La Valle
risponde di sì e indica a quale “istanza più alta” bisogna ricorrere. Clicca qui.

 

Non entrare nel Board of Peace!

Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte.

Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale.

Il fine del “Board of Peace” non è quello di promuovere la pace e la cooperazione internazionale bensì quello di difendere gli interessi del suo presidente, anche con la minaccia e l’uso della forza.

La distruzione sistematica in corso dell’architettura internazionale e dei pilastri della convivenza, che dalla fine della seconda guerra mondiale ci hanno consentito di superare molte crisi difficili, è un crimine che deve essere fermato senza ulteriori indugi. Clicca qui.

 

Rifiutare l’assurdo e pericoloso “Consiglio della pace” di Trump

Il cosiddetto “Consiglio per la Pace” creato dal Presidente Donald Trump è profondamente degradante per il perseguimento della pace e per qualsiasi nazione che voglia legittimarlo. È un cavallo di Troia per smantellare le Nazioni Unite. Dovrebbe essere rifiutato categoricamente da ogni nazione invitata a farne parte.

Non è un segreto che Trump nutra un aperto disprezzo per il diritto internazionale e le Nazioni Unite. Consiglio della Pace? In parole povere, si tratta di un giuramento di fedeltà a Trump, che aspira al ruolo di presidente e arbitro supremo del mondo.

Come se la farsa dei rappresentanti non bastasse, le nazioni dovranno pagare 1 miliardo di dollari per un “seggio permanente” nel Consiglio. Sta comprando un apparente accesso a Trump finché servirà ai suoi interessi.

Il “Board of Peace” di Trump è un palese ripudio delle Nazioni Unite. Trump lo ha reso esplicito, dichiarando di recente che il Board of Peace potrebbe effettivamente sostituire le Nazioni Unite. Questa affermazione da sola dovrebbe porre fine alla conversazione per qualsiasi leader nazionale serio. Partecipare dopo una simile dichiarazione è una decisione consapevole di subordinare il proprio Paese all’autorità globale personalizzata di Trump. Significa accettare, in anticipo, che la pace non è più governata dalla Carta delle Nazioni Unite, ma da Trump. Clicca qui

 

In memoria dei partigiani della Benedicta deportati a Mauthausen.

Durante il rastrellamento della Benedicta (Bosio, AL), avvenuto nella primavera del 1944, insieme ai 154 “ribelli” fucilati, altri 187 perseguitati furono catturati e deportati presso il KL di Mauthausen; di questi ultimi, solo 35 fecero ritorno a casa. Nel lager e nei suoi sottocampi, i prigionieri vivevano in condizioni proibitive e venivano annientati attraverso il lavoro forzato. Clicca qui.

 


contenuti 22 gennaio 2026

Stupidaggini scientifiche dietro la complicità della politica con Solvay

La storica complicità tra Comune di Alessandria e Solvay di Spinetta Marengo è palmare nello studio epidemiologico sbandierato ai quattro venti dalla Commissione Ambiente: “Al fine di scoprire il rapporto causa-effetto fra inquinanti, malattie e mortalità, “Per cercare l’eventuale ‘prova regina’ di questa situazione, ovvero se esista la ‘pistola fumante’ di un nesso diretto tra ambiente e salute, tra inquinamento e patologie”. Su queste stupidaggini scientifiche i giornali locali ci fanno i titoli.

Fa specie che la Commissione Ambiente sia presieduta da un medico, Adriano Di Saverio (col quale abbiamo polemizzato più volte), al punto che i suoi colleghi di ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente) restano trasecolati. Scoprire il nesso causale tra Pfas e patologie? Cosa c’è da scoprire? Il nesso fra Pfas e malattie è assodato: il Pfoa è classificato cancerogeno certo per l’uomo, il Pfos possibile cancerogeno, i C6o4 e ADV sospetti cancerogeni. ISDE con tutti i ricercatori indipendenti sono concordi: i Pfas sono interferenti endocrini e causano o concausano malattie metaboliche, immunosoppressione, tumori ecc. Chi ha i Pfas nel sangue o ha già oppure avrà queste malattie. C’è solo da impegnarsi come curarle. ***

Cosa c’è da scoprire? Ma quale ‘prova regina’? Ma quale ‘pistola fumante’? C’è da scoprire che… l’ignoto, che spara in atmosfera, acque e suolo i Pfas insieme agli altri 20 tossici e cancerogeni, è Solvay? Non bastano tutte le indagini ambientali dell’Arpa e le sentenze della magistratura? Non bastano, per inchiavardare il nesso causale, le già nove indagini epidemiologiche che ripetono che in Fraschetta si muore di più?

Certo, altre indagini sono sempre utili, ma non per scoprire il notorio nesso con Pfas, cromo esavalente, cloroformio, ecc made in Solvay, semmai per verificare lo stato attuale di salute della popolazione e di ogni singolo cittadino, per curare innanzitutto, prevenire, soprattutto per i bambini, e per risarcire morti e ammalati: come faremmo noi con la class action risarcitoria collettiva.  Mentre la prevenzione contro un ulteriore peggioramento della salute la tenteremmo con la class action inibitoria collettiva che fermi subito le produzioni inquinanti.

Invece, la convezione del Comune con l’Università è un altro specchietto per le allodole, per prendere tempo, il tempo che però a Solvay serve a proseguire nella sua strategia, tant’è che lo sbandierato “studio” è miserrimo: finanziato con 60mila euro (quando dal patteggiamento il sindaco ne ha ottenuti 100mila, un euro a testa per ogni cittadino) e conseguentemente non è di massa bensì circoscritto a poche persone nel raggio di tre km dall’epicentro dello stabilimento Solvay. In conclusione, cosa c’è da scoprire?  il nesso tra multinazionale e politica?

*** Nota a margine. Clicca qui l’Associazione dei Ginecologi Italiani su “Gli effetti dei Pfas su salute umana e ambiente. Conseguenze negative su fertilità, risposta immunitaria e accumulo di lipidi”. Inoltre, i dati raccolti mostrano che l’esposizione ai PFAS produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno e al pancreas; nonché l’aumento significativo della mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici, come milza, fegato e midollo osseo.

 

Costruire la partecipazione dal basso. Le assemblee: “Non delega alla politica”

Non si è presentato il sindaco a discolparsi all’assemblea pubblica tenutasi in Alessandria nel sobborgo di Spinetta Marengo, epicentro del disastro sanitario e ambientale della Solvay Syensqo: in aria, acqua, suolo con Pfas cromo esavalente e gli altri 20 tossici e cancerogeni. Un’assemblea partecipata al punto che si è dovuta trasferire nella chiesa parrocchiale di don Mauro, trasformata con striscioni e cartelli in un luogo di incontro civile prima ancora che spirituale.

I giornali locali l’hanno celebrata con video foto e ampi titoli: “Disastro ambientale in Fraschetta: la comunità senza saloni pubblici si ritrova in chiesa”, “Spinetta sfida i veleni. Nasce il comitato ‘Ce l’ho nel sangue’. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta”, “Rompiamo il muro di assuefazione”: a Spinetta i comitati dei cittadini uniti”.

L’impegno comune dei Comitati e delle Associazioni è: “non scendere a compromessi”, tipo i patteggiamenti di cui si è fatto alfiere il sindaco Giorgio Abonante accettando una manciata di euro. A questo proposito, Solvay, presente con autorevoli “osservatori” in assemblea, ha invece immediatamente ribadito di voler estendere “gli accordi transattivi con i diversi enti pubblici e gli enti esponenziali costituitisi parti civili nel procedimento penale”, cioè anche con Regione e Governo, e con le Associazioni ambientaliste stesse.

Dall’assemblea sono state, invece, comunicate manifestazioni di piazza, anche con presidio del palazzo di giustizia, dove si paventa innanzi al GUP la conclusione a marzo del processo tramite questo famigerato patteggiamento, oppure dove sarà annunciato l’ennesimo rinvio di udienza, magari con il colpo di scena della nuova Procura con la clamorosa riformulazione del capo di accusa da colposo a doloso.

Soprattutto sono state comunicate due azioni collettive in sede civile, due class actions. Quella risarcitoria, per le Vittime della popolazione, avviata con la raccolta delle cartelle cliniche. E quella inibitoria per bloccare da subito le produzioni delittuose della Solvay. Per entrambe sono previste assemblee nei territori per raccogliere le adesioni popolari.

L’assemblea ha guadagnato la presenza dei ricercatori dell’Università di Torino, che nel merito di Spinetta editerà a breve il volume “Tossicità”, nonché del responsabile nazionale di Greenpeace che aveva identificato il territorio alessandrino come quello più colpito dai Pfas in Italia.

Mentre è spiccata la complice assenza dei politici di destra e di sinistra, ad eccezione di “Alleanza Verdi e Sinistra” molto attiva nel parlamento europeo.

P.S. Un commento del “Movimento di lotta per la salute Maccacaro”: C’è più consapevolezza del momento di passare dalla denuncia all’azione, di non continuare a chiedere alle Istituzioni le solite cose: quello che, si sa, non hanno fatto, quello che, si sa, sarà sempre rimandato. Tipo i fantomatici monitoraggi. Cioè, è proprio il momento di passare direttamente, dal basso, all’azione. Cioè, di fare come è stato fatto e si sta facendo -collettivamente- in Veneto. Cioè, chiudere -ora, subito- le produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo e risarcire sul serio -ora, subito- la popolazione. Fallita, stante l’attuale complicato contesto, l’ultima spiaggia del processo penale, dunque l’unica via onesta da praticare saranno le azioni in sede civile inibitoria e risarcitoria. Dunque, fare sul serio significa passare dagli annunci ai fatti https://www.rete- ambientalista.it/2026/01/06/ dagli-annunci-ai-fatti-le- class-actions-solvay-e-miteni/

 

La conversione ecologica dalle mille opportunità

Casacomune, insieme a CNCA, Fondazione Migrantes e Università della Strada Gruppo Abele, propone due giorni di formazione rivolta al mondo degli operatori sociali.
Clicca il programma sul titolo.

 

Gli Usa vanno verso l’ennesima guerra persa, trascinandoci ancora una volta?

Un intervento militare su larga scala in Iran, anziché un blitz tipo Venezuela, non determinerebbe, come per tutte le guerre americane, tutte perse dal dopoguerra, un effettivo cambiamento di regime, anzi lo rafforzerebbero o in peggio. Come rammenta Marco Travaglio, anche i 92 milioni di iraniani non credono nei disinteressati aiuti umanitari, non sognano di essere liberati dall’esterno a mezzo della democrazia Usa, anzi, resisterebbero “animati da tre millenni di Impero Persiano  e da un nazionalismo che ha retto a prove spaventose: la satrapia dello Scià (di cui qualche demente vorrebbe reinsediare il figlio), il golpe Usa-Uk contro il presidente laico democraticamente eletto Mossadeq (che aveva osato nazionalizzare l’Anglo-Persian Oil Company), la rivoluzione khomeinista, la guerra degli otto anni con oltre un milione di morti contro l’Iraq di Saddam appoggiato da tutto il resto del mondo, quasi mezzo secolo di sanzioni occidentali, le infinite aggressioni di Israele e Usa, la guerra all’Isis, l’assassinio trumpiano del generale Suleimani, i recenti rovesci rimediati in Libano e in Siria”.

Anche se uccidessero o rapissero Khamenei, il regime teocratico e oligarchico degli ayatollah, che dura da mezzo secolo, non finirebbe con lui per sfociare in una “democrazia occidentale”, cioè per trasformarsi  in una succursale americana, anche perché “l’Iran è circondato da Stati ancor più tirannici e avversi al contagio delle rivolte di piazza, soprattutto perché galleggia sulle riserve mondiali di gas e petrolio, è il primo fornitore di petrolio alla Cina, sta nei Brics, è alleato di Russia, Iraq, Yemen e ha accordi di convenienza con l’altra potenza anti-israeliana dell’area: la Turchia. Non è il Venezuela, dove basta rapire Maduro e comprarsi la sua vice. E non è nel “cortile di casa” latinoamericano: è nel vaso di Pandora del Medio Oriente”. Con la Nato: saremmo coinvolti in una guerra mondiale.

Senz’altro un cambio politico reale, sarebbe possibile con riforme interne e modifiche costituzionali, ma di certo è reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. Clicca qui un reportage sulle contraddizioni che sta vivendo questo grande Paese.

 

Clima. Trump volta le spalle al Pianeta

Usa fuori dal trattato ONU sul clima.  Trump annuncia di ritirarsi dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC),firmata nel 1992 a Rio, insieme ad altre 66 organizzazioni, agenzie e commissioni, definendole “contrarie agli interessi degli Stati Uniti”.

Un colpo ferale che arriva dopo l’uscita dagli Accordi di Parigi e la pesante assenza di una delegazione statunitense ai colloqui climatici dell’ultima COP30 (e dopo aver regolarmente deriso la scienza climatica definendola una “truffa” e una “bufala”), nell’esatto momento in cui i Paesi si trovano ad affrontare crisi economiche, ambientali e climatiche interconnesse e senza precedenti. Clicca qui.

 

Muore un altro operaio nello stabilimento pericoloso per i lavoratori e per i cittadini

Anche questa morte  all’Ilva di Taranto si consuma nella tragedia di un territorio condannato dal “razzismo ambientale” che ha trasformato tante zone d’Italia come Taranto, in luoghi sacrificati sull’altare di un modello di sviluppo che ha esercitato violenza verso le persone e l’ambiente, luoghi dove la salute e la vita di fronte alla prova dei fatti hanno un valore e una tutela minore che in altre parti d’Italia, in spregio al dettato costituzionale.

Le evidenze storiche, scientifiche e sociali, e i riusciti esempi di riconversione in contesti sociali e nazionali più civili di quello Italiano, dimostrano che non è una scelta obbligata condannare i cittadini e i lavoratori di Taranto ad un modello di sviluppo economico, industriale e sociale politicamente fallimentare ed economicamente fallito, tenuto in vita soltanto dall’irresponsabilità e dall’inadeguatezza della classe politica di ogni colore, e dall’accanimento terapeutico su una azienda già morta, tenuta forzatamente in un coma perenne con aiuti di stato contrari alla normativa europea, che negano il principio del libero mercato e sottraggono imponenti risorse ad altre forme di sviluppo economico e ambientale che andrebbero invece tutelate più della obsoleta economia dell’acciaio e del carbone. Clicca qui.

 

La tragica storia economica, sociale e politica italiana

Di Salvatore Palidda, la ricostruzione di una vasta sequenza di crimini ecologici dimostra come la storia italiana, a partire dal 1945, sia stata sistematicamente segnata da tali fenomeni. Questi crimini si sono spesso intrecciati con le stragi di Stato e l’azione di servizi segreti deviati. La sconvolgente ripetizione di queste condotte ha causato migliaia di morti e danni materiali e sanitari di proporzioni gigantesche. Le conseguenze persistono oggi sotto forma di gravi contaminazioni tossiche (causa di malattie mortali) e di dissesto idrogeologico, frane e catastrofi ripetute. Tale reiterazione criminosa è presentata come il risultato della negligenza e dell’azione di governi che hanno invalidato la Carta costituzionale e sabotato attivamente i programmi di bonifica e prevenzione, configurando un vero e proprio crimine contro l’umanità.
Leggi anche “Ambiente Delitto Perfetto” in tre volumi, di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

 

Violenza sulle donne con disabilità

L’ISTAT ha pubblicato i primi dati del 2025 della sua terza indagine sulla violenza contro le donne. Rispetto alla disabilità, pur notando un accenno di interesse per la questione, bisogna purtroppo constatare che le informazioni fornite non costituiscono una base adeguata a predisporre un piano di risposte calibrate sulle specifiche caratteristiche ed esigenze delle donne con disabilità. La modalità di raccolta dei dati, anzi, appare discriminatoria, soprattutto perché non supera affatto il modello medico di disabilità. Continua cliccando qui.

 

Animazione sociale

Qui, per tutti, editoriale e sommario dell’importante rivista.

 

Trump detta anche la dieta alimentare degli americani

Clicca sul titolo. Nelle linee guida alimentari USA del 2026 l’amministrazione Trump in maniera sfacciata, come nel suo stile, ha deciso di favorire il business dei produttori agricoli USDA e HHS, che infatti hanno creato una nuova piramide alimentare rovesciata per enfatizzare le proteine soprattutto di origine animale, privilegiando il consumo di carne e latticini, e favorendo i “grassi salutari” in primis di origine animale.

 

Il bolivarismo cristiano dei gesuiti e l’avvertimento di Francesco a Maduro sulle dittature

Poco più di duecentoventi anni fa, il 15 agosto del 1805, El Libertador Simón Bolívar (1783-1830) fece questo solenne giuramento sul Monte Sacro a Roma, laddove nel 494 avanti Cristo ci fu una rivolta della plebe: “Giuro davanti a voi, giuro sul Dio dei miei padri, giuro su loro, giuro sul mio onore e giuro sulla mia patria, che non darò riposo al mio braccio, né pace alla mia anima, fino a che non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo!”. Bolívar fu poi presidente del Venezuela, della Gran Colombia (Venezuela, Colombia, Perù, Bolivia, Ecuador), infine di Bolivia e Perù.

Il “sogno bolivariano” – nel segno della giustizia sociale e della teologia del popolo, corrente autonoma della Teologia della liberazione – fu al centro del viaggio apostolico dell’argentino Bergoglio in Ecuador, Bolivia e Perù nel luglio del 2015. Francesco cominciò così la sua omelia durante la messa celebrata il 7 luglio nel Parco del Bicentenario a Quito, la capitale dell’Ecuador: “Immagino quel sussurro di Gesù nell’ultima cena come un grido, in questa Messa che celebriamo nella Piazza del Bicentenario. Immaginiamoli insieme. Il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell’America Ispanofona. Quello è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati”. Tuttavia, nel 2024, di ritorno da un altro viaggio apostolico, in Asia e Oceania, Francesco invitò Maduro al dialogo dopo l’ultima torsione autoritaria avvenuta con le Presidenziali di quell’anno. E profetizzò: “Le dittature non servono e finiscono male”.

Oggi sul Monte Sacro c’è un memoriale (nella foto) che ricorda quel giuramento del 1805, con un busto del Libertador commissionato due decenni fa dagli allora presidenti di Italia e Venezuela, Carlo Azeglio Ciampi e Hugo Chávez. Nel 2013 il memoriale fu visitato da Nicolás Maduro e l’ultima delegazione venezuelana è arrivata nell’aprile scorso. Ne faceva parte anche il padre gesuita Numa Molina, che con Maduro ha festeggiato il Natale scorso e che il 6 gennaio, tre giorni dopo il blitz dell’invasore trumpiano, ha postato su Facebook un video intitolato “Tornerà un’alba piena di speranza”. Clicca qui.

 

Amnesty International e Human Rights Watch denunciano per l’Iran

La morsa della guerra economica occidentale (USA) ha accentuato la crisi economica e sociale dell’Iran (clicca qui) e dal 28 dicembre 2025 le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa.

Amnesty International e Human Rights Watch (clicca qui) hanno denunciato che varie forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.

Gli stati membri delle Nazioni Unite e gli organismi regionali come l’Unione europea dovrebbero emettere condanne pubbliche e inequivocabili e intraprendere azioni diplomatiche urgenti per premere sulle autorità iraniane affinché cessino il bagno di sangue.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto agli organi giudiziari degli altri stati di avviare indagini basate sul principio della giurisdizione universale per emettere mandati di cattura nei confronti dei sospetti responsabili di tali crimini.

Sono assolutamente inammissibili e pericolosissimi interventi militari unilaterali (USA, Israele) con il pretesto di aiutare le popolazioni.

 

Fuori la Nato dall’Italia. Ma anche: fuori l’Italia dalla Nato?

“Fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla Nato”. Con questo slogan si è sempre espresso il Movimento pacifista italiano: articolo 11 della Costituzione. Le basi americane in Italia non servono a proteggere l’Italia da nemici che non ha, in particolare dalla Russia: con 6mila testate nucleari ci farebbe scomparire in un attimo. Bensì servono a proiettare la potenza americana nel Mediterraneo, e non solo. Ci accolliamo i costi – in morti e milioni di euro – per guerre che non sono le nostre. Dunque, non ha ragioni la Meloni ad aumentare le spese militari per un’Italia che è fin troppo armata per i propri bisogni, anzi ha doveri (sanità, scuola, ecc.) per risparmiare risorse anche chiudendo le basi americane in Italia, assicurandoci altresì lo spegnimento della principale fonte di corruzione del vertice della Repubblica e del sistema politico sottostante.
Alessandro Orsini, esperto militare e noto polemista pacifista, nel suo ragionamento che prende lo spunto dalle mire di Trump su Venezuela, Groenlandia, ecc., mentre riafferma il principio costituzionale della neutralità dell’Italia (sull’esempio di europeo di Svizzera, Austria, Irlanda,…) con la richiesta della chiusura delle basi Nato in Italia, però si contraddice (contraddizione apparente: sostiene) proponendo che l’Italia resti nella Nato… “per evitare molti lutti, tra cui l’eliminazione fisica del nostro presidente del Consiglio”. Clicca qui.

 

Servitù Nato. Cacciabombardieri nucleari a Trapani

Lo scalo di Trapani Birgi è già stato elevato ad avamposto per le operazioni di intelligence e guerra elettronica della NATO, con il trasferimento dei grandi aerei radar E-3A AWACS. I velivoli concorrono quotidianamente alle operazioni di comando, controllo, intelligence e sorveglianza delle forze armate NATO nel sanguinoso scacchiere di guerra russo-ucraino.

Ora il governo consegnerà a Leonardo e Lockheed Martin 112,6 milioni di euro della terza Main Operating Base (MOB) per la flotta F-35 in dotazione all’Aeronautica Militare, affiancandola alle basi di Amendola (Foggia) e Ghedi (Brescia).

L’obiettivo è intercettare la crescente domanda di addestramento dei paesi NATO ed europei, istituendo in Italia il primo PilotTraining Center al di fuori dei confini statunitensi per i caccia di quinta generazione F-35 (a doppia capacità di armamento, convenzionale e nucleare). Clicca qui.

 

Prossimamente

Prossimamente, la mailing list trasmetterà 10 articoli del sito www.rete-ambientalista relativi a:
1) La valutazione di quanti morti in più a causa della contaminazione da Pfas.
2) Quanto verrebbe a costare la bonifica dei siti inquinati.
3) L’ombra del cappio che pende minaccioso sulla Solvay.
4) La partnership della Syensqo con la francese Axens per lo sviluppo delle batterie solide.
5) Stretta Ue sui Pfas, nuove tutele per l’acqua potabile.
6) Divieto Pfas su cosmetici e abbigliamento.
7) I Pfas sotto controllo della Regione.
8) Università di Göteborg: il rischio Pfas per ictus e infarto miocardico.
9) Le mani delle lobby chimiche sugli gli studi epidemiologici dei vigili del fuoco.
10) Biomonitoraggio umano in Trentino.

 


contenuti 7 gennaio 2026

Non possiamo andare avanti così! Difendiamo insieme la legalità e il diritto internazionale

Appello per la difesa della legalità e del diritto internazionale, clicca qui.
Aderisci all’appello!

 

Perché così numerosi gli interventi militari Usa

Le prime parole di inglese che imparano i bambini nel mondo sono “Yankee go home”.

Titola indignata “La Stampa”: “Se l’America si comporta da Stato canaglia e sbandiera i princìpi per nascondere gli affari. Ma la pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari deboli”.
https://www.lastampa. it/esteri/2026/01/04/news/se_ l_america_si_comporta_da_ stato_canaglia-15454881/?ref= LSHA-BH-P1-S4-T1.

Eppure, non c’è nessuna novità: prima di Venezuela e Nigeria e di Trump, gli interventi militari USA, diretti e indiretti, coprono oltre 500 episodi dal 1776, ma con un’accelerazione post-Guerra Fredda, includendo invasioni, bombardamenti, supporto a gruppi armati (guerre per procura, Ucraina) e missioni di peacekeeping, variando da grandi conflitti (Vietnam, Iraq) a operazioni clandestine, dimostrando una tendenza all’aumento degli interventi: 251 negli ultimi decenni. Clicca qui dove trovare gli elenchi su Wikipedia. Gli interessi strategici ed economici.

Commenta preoccupato “Il Fatto”: “Venezuela, Donald Trump non si fermerà: è un pericolo per tutti. Iran, Cisgiordania, Groenlandia… Che cosa fanno gli europei, la Ue e il cosiddetto mondo occidentale? che hanno strillato come galline sgozzate per l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina?”
https://www.ilfattoquotidiano. it/in-edicola/articoli/2026/ 01/05/donald-non-si-fermera- un-pericolo-per-tutti-il- commento/8245454/?utm_source= newsletter&utm_medium=email& utm_campaign=commenti&utm_ term=2026-01-05.

Argomenta Giorgia Meloni (e non solo): “In Venezuela un intervento difensivo e legittimo”. Anzi, può aggiungere da autoproclamata madre cristiana: “God bless America!”, Dio benedica Trump, checché ne dicano Francesco e Leone. C’è di che gioire con la nobel per la pace Maria Corina Machado che aspettano a braccia aperte in Venezuela. E altri bambini impareranno l’inglese.

 

Facendo eco alle parole di Papa Leone XIV, Pax Christi International…

In seguito all’aggressione militare perpetrata dal Governo e dalle Forze Armate degli Stati Uniti d’America contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela nella notte del 3 gennaio 2026, Pax Christi International ha immediatamente rilasciato una dichiarazione in cui condanna fermamente l’operazione.

Tali dimostrazioni di forza, si legge nella dichiarazione, sono in palese contrasto con il diritto internazionale e rischiano di legittimare azioni simili da parte degli Stati più potenti.

Facendo eco alle parole di Papa Leone XIV, Pax Christi International chiede la cessazione immediata delle azioni militari in Venezuela, continuando a schierarsi fermamente dalla parte di una pace giusta e disarmata.
https://paxchristi.net/pax- christi-international- condemns-the-military- aggression-of-the-united- states-against-venezuela/#

 

Dagli annunci ai fatti: le class action Solvay e Miteni

Il 2026 è l’anno maturo per la partenza delle azioni collettive, le class action.
Per la Solvay di Spinetta Marengo: una inibitoria per fermare le produzioni inquinanti, l’altra risarcitoria per la popolazione. Per la Miteni di Trissino, con il meglio di avvocati, comitati e associazioni è già in corso la raccolta popolare delle adesioni per chiedere il risarcimento dei danni alla salute e alle proprietà immobiliari. Clicca il video della Rete Veneta: https://www.youtube.com/ watch?v=ziTpfOL_ZUU.

I risarcimenti in Piemonte potranno essere ben più consistenti perché Solvay Syensqo è attiva e sta facendo profitti miliardari. Gli infami patteggiamenti introdotti nel processo penale non le servirebbero a niente.

Si sta verificando la possibilità, regione per regione, di avviare class action anche nei confronti delle Istituzioni locali. Perché no del governo?

Per quanto riguarda Alessandria, appesantisce la concomitanza con un procedimento penale disastrato che farebbe delle class action l’ultima spiaggia per la popolazione. Dunque, sulla Rete Ambientalista https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/ il-movimento-di-lotta-per-la- salute-maccacaro-fa-il-punto- sul-disastro-ecosanitario- della-solvay-di-spinetta- marengo/ , il “Movimento di lotta per la salute Maccacaro” fa il punto sulla complessità del disastro ambientale e sanitario:

1) Cesare Parodi e quer pasticciaccio brutto de Via Crimea.
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/1- cesare-parodi-e-quer- pasticciaccio-brutto-de-via- crimea/

2) Salvi lupo, capra e cavoli sul barcone di comune, regione e governo?
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/2- salvi-lupo-capra-e-cavoli-sul- barcone-di-comune-regione-e- governo/

3) Cosa c’entrano “separazione delle carriere” e “riforma del CSM” con l’efficienza della Giustizia? Niente.
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/3- cosa-centrano-separazione- delle-carriere-e-riforma-del- csm-con-lefficienza-della- giustizia-niente/

4) Non sono queste condotte dolose?
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/4- non-sono-queste-condotte- dolose/

5) Otto indagini epidemiologiche non bastano per risarcire le vittime del disastro sanitario di Alessandria? https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/5- otto-indagini-epidemiologiche- non-bastano-per-risarcire-le- vittime-del-disastro- sanitario-di-alessandria/

6) Centinaia di monitoraggi non bastano per chiudere gli inquinamenti?
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/6- centinaia-di-monitoraggi-non- bastano-per-chiudere-gli- inquinamenti/

7) Pesi e misure nel delitto perfetto: Luigi Guarracino.
https://www.rete- ambientalista.it/2025/12/28/7- pesi-e-misure-nel-delitto- perfetto-luigi-guarracino/

 

2026, è finita la guerra?



 

Il lutto di 1500 famiglie ogni anno

Carissimi, vi auguro un felice anno nuovo e vi ringrazio di cuore per avermi sostenuto – e anche sopportato – durante tutto il 2025. So che le mie mail in maggioranza raccontano tragedie sul lavoro, ma sono state anche molto utili per far comprendere agli italiani le dimensioni disumane di questo fenomeno atroce che porta il lutto a 1500 famiglie ogni anno, se i morti sul lavoro si contano tutti.
Si è appena concluso il 18° anno di monitoraggio dei morti sul lavoro dell’Osservatorio. Tra pochi giorni completerò le statistiche definitive relative all’intero 2025.

Se lo desiderate, potete darmi una mano a realizzare il docufilm “Non vi farò dimenticare”, un progetto nato per ricordare oltre 20.000 lavoratori morti sul lavoro, registrati uno per uno dall’Osservatorio. Il film sarà affiancato dalla Piramide, che raccoglie le fotografie di centinaia e centinaia di lavoratori morti recentemente, in continuità con il “Muro delle farfalle bianche”, dove sono già presenti 300 volti.
Un’opera di memoria, un documento storico e soprattutto un omaggio dovuto a chi ha perso la vita lavorando. Grazie a chi vorrà esserci.  Che sarà ricordato nel docufilm per il suo aiuto.
Carlo Soricelli

 

10 Ottobre 2026

Suggerimenti


Vai alla barra degli strumenti