ragioni e volontà in discussione
dopo il "secondo" 18 dicembre
e gli incidenti del 31 gennaio 2026
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SORPRESA IN FONDO PAGINA:
PROGETTO "TORINO 2027"
All’intervento di Marco Revelli si aggiungono quelli di Sergio Bologna, ASKATASUNA, Meotto, Monestarolo, Sommella, Dominijanni – un videoreport di Maccolini, voci di polizia. A fondo pagina: la sorpresa, TORINO 2027
Prosegue la riflessione a tutto campo sulla chiusura dell'Aska e
sui temi del diritto vigente e delle pratiche di governo in atto.
In tempi di impetuoso cambiamento sociale e climatico
che ogni Paese sta affrontando nel pieno di una crisi globale,
partiamo da Torino, già città dell'universalità operaia. La città
è ora reduce da un'esperienza postmoderna destinata a lasciare
una traccia ordinamentale - proprio nel centenario delle
leggi speciali "fascistissime" del 1926. L'"affaire" Aska, appunto.
La pagina era cominciata con l'intervista al professor Marco Revelli,
raccolta da Vincenzo Bisbiglia per Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio 2026;
si è sviluppata con vari interventi di movimento e di riflessione,
nonché con gli stralci di una lettera sottoscritta da agenti di P.S.
come riportata dal Fatto tre settimane dopo gli incidenti.
A fondo pagina, info sul primo passo del progetto 'sorpresa' TORINO 2027,
che ha preso avvio il 6 febbraio per opera di attivisti civici e comitati:
si parla d'altro, ma sempre in una Torino che cerca alternative allo sfacelo.
EDIZIONE APERTA cronodecrescente
Intifada a Torino
La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.
Sergio Bologna
Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.
Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.
Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.
Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.
In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni 70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.
Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?
Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.
Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.
Officina Primo Maggio
Fonte: https://www.officinaprimomaggio.eu/author/sergio-fontegher-bologna/
QUANDO IL POPOLO INDICA LA LUNA,
LO STOLTO GUARDA IL DITO
Comunicato Askatasuna – 3 febbraio 2026
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.
Comunicato Askatasuna
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattutto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme.
La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa.
In Corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza.
Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere.
I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo.
Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto.
Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
Solidarietà agli arrestati!
Angelo, Matteo e Pietro liberi
ASKATASUNA
Nota: il sito http://www.csoaskatasuna.org dopo essere stato sequestrato dalla Polizia di Stato, ove si era ridiretti digitandone l’indirizzo, sembra oggi “in vendita”.
Un Lettore ci segnala che il 3 febbraio 2026 sulla pagina Fb di Askatasuna è stato pubblicato il comunicato che precede. Onde evitare di indirizzare verso Fb lo riproduciamo per intero per intero da La Bottega del Barbieri, ringraziando.
Le evidenze sono apposte dalla nostra redazione.
Fonte: https://www.labottegadelbarbieri.org/torino-martelli-e-meloni-ma-askatasuna-e-liberta/
NON LA VIOLENZA MA IL CONFLITTO SOCIALE
Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio
3 febbraio 2026
Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?
Martina, di Askatasuna
È ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. È chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli anni ’70… oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza […]. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del governo
Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?
[…] Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia […]
Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpatizzanti sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana?
[…] l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori […]
Sul piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in vista ma poi toccherà a tutti gli altri […]
Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?
Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta […]
Condensato ed evidenze grafiche a cura di Trancemedia.eu
Fonte: https://www.labottegadelbarbieri.org/torino-martelli-e-meloni-ma-askatasuna-e-liberta/
DI COSA CI PARLA LA VIOLENZA?
di Marco Meotto
3 febbraio 2026
Marco Meotto
[…] Nel mio ragionamento non mi soffermerò sulla domanda, più che legittima, del cui prodest, non perché non la ritenga importante (anzi, è importantissima e mi inquieta), ma perché una tale domanda sottende altro. E vale a dire invita a pensare che gli scontri siano stati, se non direttamente provocati da infiltrati, in qualche modo cercati e costruiti come “trappola” per delegittimare un movimento di massa…
Spesso lo sguardo sulle forme violente di conflitto sociale è affetto da una singolare miopia selettiva […] che depotenzia completamente la nostra capacità di comprendere il presente […]
Di fronte alle immagini di una protesta che degenera in scontri violenti in qualche capitale lontana […] (possibilmente non europea), ci trasformiamo immediatamente in sociologi. Proviamo a cercare le cause profonde: “è l’eredità del colonialismo”, “è la disoccupazione endemica”, “è la repressione di un regime autoritario” […]
Il paradosso emerge quando invece rivolgiamo lo sguardo al conflitto urbano, quando avviene qui ed ora, sotto i nostri occhi. Per i fatti di sabato scorso l’attrezzatura analitica svanisce. Subentra immediatamente il registro patologico della criminalità: “teppisti”, “violenti”, “agitatori professionisti”, “black bloc”, “terroristi”[…]
Questo finisce per legittimare, in un modo o nell’altro, la narrativa che propone lo stato d’eccezione, non quella che prova a comprendere le ragioni sociali profonde di un fenomeno […]
C’è poi la questione del rapporto con lo Stato… Cosa può rappresentare oggi lo Stato agli occhi di chi non ha mai conosciuto la sua versione buona, “welfaristica” da trentennio glorioso? C’è ormai una generazione e mezzo che ha conosciuto solo la versione rude dello Stato, quello neoliberale, che taglia i servizi, che rinchiude nei Cie, che ferma gli operai dell’Ilva quando chiedono che il lavoro sia tutelato, che esegue gli sfratti su mandato dei palazzinari, che non fa nulla per contrastare condizioni di lavoro così orribili che ci riportano indietro di un secolo e mezzo, ma che trova i miliardi per il piano di riarmo europeo […]
Guardare con occhio storico i fatti di Torino di sabato scorso […]. Significa guardare la violenza e non domandarci in primo luogo “come la condanniamo?”, ma chiederci “che cosa vuole comunicarci?”
Condensato a cura di Trancemedia.eu
Fonte: https://www.labottegadelbarbieri.org/torino-martelli-e-meloni-ma-askatasuna-e-liberta/
DENTRO IL CORTEO
di Giorgio Monestarolo
3 febbraio 2026
[… ] Molte delle critiche che si rivolgono ad Aska per gli scontri, le violenze, l’insensatezza politica di un’azione che non potrà che portare ad altra repressione e ad altre divisioni a sinistra, nascono dal fatto che questa enorme moltitudine continua a non pensarsi come soggetto politico e cerca, disperatamente, qualcuno che possa rappresentarla […]
Giorgio Monestarolo
Aska rappresenta due cose: da una parte, un mondo giovanile delle periferie o del centro, poco importa, che non ha spazi, che non ha luoghi, che non ha punti di riferimento e che nel mito di Aska ribelle cerca un principio di identificazione […]
Dall’altra parte, Aska ha una generazione più vecchia, con una lunga esperienza militante e politica, che è ben consapevole dei limiti dell’identità ribellistica e giovanilistica. Sono quelli che in questi anni hanno costruito un’ampia e vasta rete di alleanze sociali e politiche. Lo sgombero violento e forzato della polizia a dicembre 2025 ha fatto saltare l’equilibrio. I giovani non ci stavano ad accettare che la loro identità fosse cancellata. La mediazione, è stata il grande corteo del 31, un corteo che ha permesso ai manifestanti pacifici di sfilare in sicurezza e ha lasciato nell’ultimo tratto la possibilità alla componente giovanile di scontrarsi con la polizia ed esprimere, nel gergo antagonista, “la sua soggettività” […]
Quello che urge è la costruzione di un nuovo soggetto politico che federi e unisca attraverso una fase costituente, anche lunga, tutti coloro che dal basso si sono mobilitati contro la guerra, il genocidio, il disastro sociale e ambientale prodotto dai governi precedenti e portato all’estremo da quello dei profascisti. In questo cammino, che non so se mai giungerà a termine, Aska avrà un ruolo. Non quello immaginario dei desideri impossibili ma quello che nasce dal riconoscersi differenti, anche se dalla stessa parte.
Condensato ed evidenze grafiche a cura di Trancemedia.eu
Fonte: https://www.labottegadelbarbieri.org/torino-martelli-e-meloni-ma-askatasuna-e-liberta/
GAZA MINNEAPOLIS TORINO
di Ida Dominijanni
2 febbraio 2026
Ida Dominijanni
Ovviamente le cose, a Torino, sono andate in modo diverso da come ce le stanno raccontando: leggere la testimonianza diretta di @Rita Rapisardi sul suo profilo per avere un po’ più chiara la dinamica. Ovviamente le cose che stanno dicendo i vari Crosetto, Salvini, Meloni e sciacalli vari sono irricevibili, dal paragone dei centri sociali con le Br all’accusa di complicità con i violenti di tutta la sinistra e segnatamente dei soliti cattivi maestri intellettuali di sinistra. Ovviamente le cose che dice la sinistra ufficiale, che dai violenti prende doverosamente le distanze, sono condivisibili, ma solo fino a un certo punto, perché nessuno e nessuna osa prendere il toro per le corna e dire l’unica cosa che andrebbe detta, e cioè che la deriva verso la violenza, in forme varie che vanno dalla violenza politica a quella quotidiana spicciola, è una deriva inarrestabile in un mondo che la violenza la eroga in dosi massicce dall’alto del potere costituito, sotto forma di bombe, deportazioni, esecuzioni per strada, effrazioni della legge di ogni tipo, repressione del dissenso, disuguaglianze inaccettabili (sono violente anche quelle, sì) e via dicendo. Ovviamente da domani staremo peggio di ieri, perché il governo inqualificabile che abbiamo, fatto da gente che a proposito di violenza fa da sponda in parlamento a quei gentiluomini di Casa Pound e a generali pronti a tutto come Vannacci, sta già saltando sui fatti di Torino per innescare un’altra stretta repressiva contro chiunque osi manifestare pacificamente e per dare un’altra patente di impunità a chiunque indossi una divisa.
Lo scopo di questo post però non è quello di ribadire l’ovvio di fronte a una scena che si ripete stancamente uguale non so se dagli anni Settanta o da Genova 2001. Vorrebbe essere piuttosto un invito ad allungare lo sguardo un po’ più in là, e a chiedersi se e quanto ci serva, il ripetersi di questa scena, in un mondo e sotto un potere che stanno cambiando vorticosamente e fuori da ogni nostra possibilità di controllo.
allungare lo sguardo un po’ più in là
Pochi mesi fa, di fronte al genocidio in corso in Palestina, scrivevo qui e altrove che Gaza ci riguarda direttamente, non solo per ragioni di solidarietà con i Palestinesi ma in quanto laboratorio di tecnologie di controllo, sorveglianza e spionaggio che da uno scenario di guerra come quello si sarebbero presto trasferite anche agli scenari di pace, trasformandoli in scenari di guerra civile più o meno latente. Che è esattamente quello che è accaduto e sta accadendo adesso nel laboratorio di Minneapolis. Dove non ci sono “solo” le esecuzioni sommarie dell’ICE. C’è la sperimentazione, documentata e comprovata dal Washington Post e dal NYT oltre che dal lavoro coraggioso di molti giornalisti indipendenti tra i quali Luca Celada, di tecnologie di profilazione e sorveglianza in parte importate, guarda un po’, da Israele e targate Paragon, in parte approntate negli stessi Usa e targate Palantir. Queste tecnologie servono a individuare uno per uno, attraverso la raccolta e l’aggregazione di dati sensibili, non solo gli immigrati più o meno irregolari ma anche i dissidenti, in atto o potenziali (quelli cioè che magari non hanno mai fatto niente di male o di strano, ma che in base al calcolo predittivo potrebbero diventare dei pericolosi “terroristi interni”). E’ uno scenario da incubo, confermato nella sua valenza programmatica e strategica dalla mossa truffaldina di Trump di offrire al governo a lui ostile del Minnesota un passo indietro dell’ICE in cambio della consegna delle liste elettorali, ovvero di nuovi dati da usare per sorvegliare e punire. Questo è lo stato della democrazia in America, e questo – mettete in fila i puntini per favore, a partire dalla parola d’ordine della “remigrazione” e dal furore repressivo del dissenso che impazzano di qua e di là dall’Atlantico – sarà fra poco lo stato della democrazia anche in Europa se non ci inventiamo degli antidoti potenti.
pratiche di resistenza e sottrazione efficaci su scala urbana
Quelli e quelle che resistono a Trump a Minneapolis, lo ha documentato ieri un’ottima puntata di In mezz’ora su Rai 3 (purtroppo funestata dalla partecipazione di Marco Minniti e dalla sua predicazione dell’equazione “sicurezza=libertà”), non vanno alle manifestazioni per riempire di botte qualche agente. Si stanno invece per l’appunto inventando degli antidoti, cioè delle pratiche in grado di intercettare e depistare le tecnologie della sorveglianza in possesso dell’ICE. Non sono pratiche semplici: richiedono molta dimestichezza dei dispositivi digitali, molta destrezza nel clandestinizzarsi (sissignore) per sfuggire al controllo, molta disciplina e organizzazione, molta conoscenza del territorio e della mappa cittadina eccetera eccetera. Naturalmente siamo ben lontani dal sabotaggio del sistema, ma intanto sono pratiche di resistenza e sottrazione efficaci su scala urbana.
Io credo che sia la direzione giusta da prendere. Di fronte a un potere che sta cambiando configurazione, anzi l’ha già cambiata, e che è ormai un tecnopotere in grado di controllarci uno per uno e una per una, i blocchi neri non servono a niente. Appartengono a un mondo che non c’è più, quello delle zone rosse da violare di vent’anni fa che sembrano cento. Sono altre, adesso, le violazioni da pensare e da praticare.
Reperito e integralmente riprodotto su Trancemedia.eu il 16 febbraio 2026
Fonte – https://www.facebook.com/ida.dominijanni/
MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA:
IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ
di Mario Sommella
2 febbraio 2026
C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura […]
Mario Sommella
Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto […]
MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta […] Non è “tifo contro la polizia” […] è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità […]
IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza” […]
Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia […]
E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela […]
INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno) […]
Qui la postura corretta è una sola:
- I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi,
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono,
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative.
In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte […]
Condensato ed evidenze grafiche a cura di Trancemedia.eu
“Gli scontri assist
per lo stato di polizia
che vuole la destra”
Marco Revelli intervistato da Vincenzo Bisbiglia per Il Fatto Quotidiano
2 febbraio 2026
Marco Revelli è un politologo piemontese, saggista, scrittore e punto di riferimento da decenni della sinistra torinese. Ieri era in piazza a Torino con gli altri 50mila che, fino al calar del buio, avevano dato vita a una manifestazione partecipata e pacifica in solidarietà allo storico centro sociale Askatasuna, sgomberato pochi giorni dopo il grave assalto alla redazione della Stampa.
Professore, anche ieri a Torino giornata dalle due facce: corteo pacifico il pomeriggio, poi guerriglia urbana dopo il tramonto. Lei era in piazza: ci racconta cosa è accaduto?
Marco Revelli
Era una giornata straordinaria, una folla straboccante, una quantità enorme di giovani mescolati a tutte le altre generazioni, la gente intorno che simpatizzava. La dimostrazione di quanto dissennata fosse stata la decisione di chiudere Askatasuna. Tutti quanti ci dicevamo: speriamo che non succeda niente alla fine, sarebbe una straordinaria vittoria.
È poi cos’è accaduto?
Si è innescato un meccanismo che è diventato orribilmente ripetitivo: il 90% della manifestazione che si svolge in modo pacifico e vincente, poi la coda velenosa quando scende la sera e diventa buio e qualche decina o poco più di persone mettono la loro firma. Il Viminale sostiene che Askatasuna sia un problema per l’ordine pubblico. E i fatti sembrano confermarlo. Cos’è “Aska” per Torino? È un centro sociale che ha attraversato la storia della città, punto di aggregazione del dissenso, soprattutto giovanile, che si è saldato soprattutto con la rivolta della Val di Susa portandovi un contributo importante.
I fatti recenti sembrano smentirla.
Se si riferisce alla deprecabile invasione della Stampa (sarebbero bastati dieci poliziotti al cancello per evitarla) questa non è partita da Askatasuna: è da verificare se vi fossero dei rappresentanti fra di loro ma non è stata certo un’iniziativa solo loro.
La guerriglia urbana, il poliziotto a terra accerchiato e preso e martellate. Uno spot per il governo?
L’interesse politico di chi ha organizzato la manifestazione era di chiudere tutto senza scontri: sarebbe stata una vittoria schiacciante. E l’interesse del ministero dell’Interno, della maggioranza e della destra locale era che finisse come è finita. Se qualcuno poteva festeggiare alla fine, erano loro.
Intende dire che il “finale” di ieri è stato costruito?
Non voglio fare dietrologie e immaginare forme occulte di manipolazione di ciò che avviene. A chi da destra desiderava un esito di questo tipo forse bastava restare a guardare agire i 60, 70, 100 che devono dimostrare a se stessi non so bene cosa. Credo che sia stato fatto poco per evitarlo. E credo che non possano essere sconosciuti alle forze dell’ordine.
Secondo lei c’è un problema di prevenzione?
Sicuramente. Chi vuole questi esiti sa benissimo come si possono favorire. Però le scene che abbiamo visto quelle del poliziotto aggredito (in attesa di ricostruzioni più complete) sono comunque inaccettabili. È come se avessero preso a martellate ognuno dei 50mila in piazza.
Cosa resta della manifestazione pacifica dei 50mila?
Quegli episodi non cancellano il messaggio mandato da chi ha sfilato pacificamente. La piazza resta. Come il suo messaggio civile.
Il governo accelera sul nuovo decreto sicurezza. Si prevede anche uno scudo penale per i poliziotti sui reati in servizio.
Quello che hanno in cantiere è uno scimmiottare il modello americano, qualcosa che avvicina l’ordine pubblico alla pratica barbarica dell’Ice. L’idea dell’impunità preventiva delle forze di polizia è incompatibile con qualsiasi Stato di diritto, è un passo avanti verso il modello che loro desiderano di applicare, un regime autoritario di polizia nel quale chi disturba il potere viene messo a tacere. Con qualunque mezzo.
L’ASKATASUNA e il CORTEO contro il governo: la verità oltre gli SCONTRI a TORINO
Reportage video di Samuele Maccolini – prodotto dal canale youtube VD, girato a Torino il 31 gennaio e pubblicato il 3 febbraio 2026, con varie interviste e un intervento di Dana Lauriola, segue l’intera giornata di Torino è Partigiana. Durata: 20 minuti
Parola agli agenti di P.S.,
articolo del 20 febbraio 2026

Il dibattito continua.
Scrivete a info@trancemedia.eu
Per altre valutazioni dell’Affaire Aska, rimandiamo alla sezione ACTA-Febbraio 2026 della Newslettera di Doriella e Renato 2026, in altra pagina di Trancemedia.eu (v. Articoli Correlati a pie’ di pagina).
Da venerdì 6 febbraio, anche pensieri nuovi: la raccomandazione di Trancemedia.eu

Da https://torino2027.blogspot.com/ Leggi e scarica (in nuova scheda) l’invito per il 6 febbraio: Elezioni amministrative Comune di Torino 2027, proposta di percorso per la costituzione di un polo alternativo
COME È ANDATA VENERDÌ 6 FEBBRAIO A LOMBROSO 16
Dal basso si cresce,
dall’alto si casca e ricasca
Nella sala del Lombroso 16, venerdì 6 febbraio 2026 si è svolta una riunione inconsueta, preziosa per il potenziale che rivela: Torino NON è una città politicamente desertificata dalle larghe intese fra Comune e Regione, fra centrodestra e centrosinistra; la nascita di un terzo polo sorgente dal basso potrebbe costituire una valida medicina per il ritorno alle urne locali, proprio quando i sondaggi prevedono una maggioranza astensionista record per le elezioni comunali 2027.

TORINO 2027 la sera del 6 febbraio 2026 al Lombroso16.
Una decina di cittadini ‘cani sciolti’ senza nessuna tessera di partito ma attivisti civici in raggruppamenti informali e comitati, impegnati nelle molteplici istanze locali snobbate dagli eletti, ha saturato la capienza legale della sala e si è data un mese di tempo per riconvocarsi pubblicamente
giovedì 12 marzo Teatro Provvidenza
in uno spazio più ampio, nella prospettiva di «avviare il percorso di costituzione di una vera alternativa per rendere Torino una città vivibile, sia socialmente che ambientalmente, e per sviluppare la partecipazione popolare e la socialità, per impedire che vengano modificate in peggio.»
Trancemedia.eu ha documentato l’incontro del 6 febbraio e reindirizzato i propri Lettori a https://torino2027.blogspot.com/ ove sono accessibili i nomi dei promotori e la logica da essi proposta per far convergere percorsi e sensibilità diverse in una prospettiva unificante. Come auspicato dai promotori, anche i rappresentanti di quattro o cinque gruppi politici organizzati hanno preso la parola durante l’incontro, manifestando interesse costruttivo e sostenendo nei loro interventi il carattere confederativo fra attivismi di base che contraddistingue il progetto provvisoriamente denominato Torino 2027.
Continueremo a seguire gli sviluppi di questa iniziativa, rilanciandone i documenti prodotti e riportando in forma audiovisiva gli eventi-chiave.
Torino, 9 febbraio 2026
redazione Trancemedia.eu
AGGIORNAMENTO 23 febbraio: seconda riunione pubblica
giovedì 12 marzo ore 20:45 Teatro Provvidenza
Via Asinari di Bernezzo 34/A – Torino Parella
pagina iniziata il 3 febbraio 2026, ultimo aggiornamento il (v. sotto)
23 Febbraio 2026
