GIANNI MINÀ: un ricordo, una testimonianza fondati, non ruffiani – da Enrico Vigna

Enrico Vigna, già collaboratore di Gianni Minà nella rivista “Latinoamerica”, ricorda l'amico e il collega con la schiena dritta e una sola morale. In opposizione a quelli che in vita lo avevano ostacolato, isolato, dileggiato, persino deriso per le sue scelte e impegni, e ora versano lacrime e inchiostro... da coccodrilli.

Enrico Vigna, 29 marzo 2023

“Bisogna informarsi, leggere, propagandare. Raccontare quello che succede nel mondo, senza filtri…
… Quando mi hanno estromesso dalla RAI ha funzionato così: non ti danno risposte e, se te le danno, ti dicono: non è nella nostra linea editoriale. Oppure, adesso non è il momento. Io scrivevo le proposte su carta, credevo che davvero qualcuno le valutasse… Fu mia moglie a spronarmi. Mi disse: se continui a elemosinare un colloquio tra un po’ diventerai patetico, sei troppo forte internazionalmente, auto-produciti. Ha avuto ragione lei…
… Quando la porta si chiuse, sicuramente all’inizio fu per la politica: io, pur essendo da sempre un cattolico, stavo a sinistra, e il governo a destra. Ci può stare. Il fatto è che, dopo, sono stato allontanato anche quando governava la sinistra. Nel 1994 Giampaolo Sodano, ex direttore socialista di Raidue, mi rivelò: “Stavi sulle palle all’omone”, che era Craxi. Anni dopo mi hanno detto: “Stavi sulle palle a Velardi, che era uno degli uomini di D’Alema. Insomma: prima ho pagato l’arroganza della destra, e poi il pentimento della sinistra di essere stata a sinistra…
… È un mondo dove sono “sgraditi” personaggi come Oliviero Beha, Massimo Fini. Tutte le persone che rivendicano un’indipendenza intellettuale sono insopportabili per i politici…”

Il rapporto con il Comandante Fidel Castro e i leader del Sud del mondo

“… Prima dell’intervista a Castro, chiesi al Comandante se voleva leggere in anticipo le domande, e Fidel replicò: “Le pare che noi possiamo avere paura delle parole?… Quando sono stato in disaccordo con Castro gli ho scritto che dissentivo dalle sue scelte e spiegavo perché. Lui mi rispondeva difendendo a sua volta le sue idee…”
Minà pagò a caro prezzo le sue simpatie, le sue affinità e sensibilità verso i popoli oppressi, del Sud del mondo come diceva lui, i suoi incontri e interviste a Lula, Chávez, Ortega, Rigoberta Menchù, ai leader latinoamericani renitenti al “grande fratello” oppressore, il gigante USA.

Las Madres argentine

La sua vicinanza e sensibilità alle nazioni latinoamericane più povere e al blocco dei Paesi non-allineati, lo portò alla conoscenza e all’incontro con le Madri de Plaza de Mayo. Da molti queste “affinità” erano criticate, osteggiate, viste come un modo di dare parola a governi, personalità malviste e da combattere, non assimilate ai diktat imperiali o alle letture occidentali… Ma era proprio questo l’obiettivo di Gianni, dare voce nella sfera occidentale dell’umanità a coloro che non potevano parlare o spiegare le loro scelte e idee.

Secondo il giornalista Mattia Zanon, Minà era innanzitutto un rompicoglioni. Una scheggia impazzita, soprattutto nel sistema lottizzato e benpensante della radiotelevisione italiana. Nel 1978, si giocavano i Mondiali in Argentina, all’epoca uno dei Paesi più spietati al mondo, dato che un paio di anni prima, con un colpo di stato, la triade fascista criminale Videla-Massera-Agosti aveva deposto Isabelita Perón, instaurando nel Sudamerica una delle dittature militari più feroci del secolo scorso. L’aprile dell’anno precedente erano iniziate le prime manifestazioni, e c’erano queste donne che si riunivano di fronte alla Casa Rosada a camminare in silenzio. Piangevano, e avrebbero pianto, anche se ancora non lo sapevano, per anni, per gli almeno 30mila argentini desaparecidos, scomparsi nel nulla durante il regime. A seguire i Mondiali, per la Rai c’era proprio lui, giornalista quarantenne, con il Tg2. Curioso, politicamente attivo e dagli interessi trasversali, a Minà non stava bene che in quei giorni la stampa internazionale fosse preda di un mutismo selettivo. Un silenzio totale: tutti si limitavano a parlare di pallone, degli aspetti tecnici, delle formazioni, nessuno che nominasse i fantasmi e i cadaveri nelle segrete. Così, durante una conferenza stampa, Minà si alza in piedi e comincia, davanti a tutte le televisioni del mondo, a tempestare di domande il militare Carlos Alberto Lacoste, ammiraglio e partecipe del golpe: chiede perché le madri di Plaza de Mayo manifestano e sono così disperate, perché piangono, perché le autorità si rifiutino di fornire informazioni sulle sorti dei loro figli… Nell’imbarazzo generale la conferenza stampa chiude e, poche ore dopo, Minà deve lasciare il Paese di corsa, racconta Zanon.
Anni dopo Minà intervisterà proprio Hefe de Bonafini leader delle Madres.

L’incontro e la fraterna amicizia con Diego Maradona

“Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”. È una frase, lapidaria e fulminante, che Minà prese in prestito da Eduardo Galeano per definire Maradona, durante una delle sue interviste.
“… La prima volta avevo spiegato al suo addetto stampa, che volevo parlare con lui non di tattiche ma della vita, di quello in cui credeva, senza pettegolezzi, e Maradona aveva apprezzato il mio tentativo di capire, con discrezione ma senza reticenze. Avevo scoperto che era molto più intelligente di come veniva dipinto. Un uomo complesso e contraddittorio, ma mai un ipocrita… Era molto generoso, un uomo di parola. Ricordo che prima di Italia-Argentina, nella semifinale del Mondiale ’90 che poi gli azzurri perdettero, mi promise che qualunque fosse stato il risultato sarebbe venuto alla trasmissione che conducevo a mezzanotte in Rai. Bene: ancora in maglietta e calzettoni, dribblò gli altri giornalisti, dicendo: “Scusate, ma io ho un appuntamento con Minà”. Volevano interrompere l’intervista per dare spazio agli altri, ma lui si rifiutò e urlò: “Fate pure il teatrino che volete, ma io rimango qui con Gianni”.
E fino alla fine della sua esistenza, a fianco di Diego, come un fratello maggiore, più di un amico, ci sarà sempre Minà vicino al Pibe de Oro, nella buona e nella cattiva sorte, perché lui forse più di tutti, aveva capito in profondità le fragilità, le contraddizioni intime nell’animo del campione, le sue malinconie, la sua profonda solitudine interiore, “il male oscuro da cui Maradona non riesce a uscire”, come disse Gianni. Mentre al contempo riuscì a svelare al mondo il patrimonio di valori, ideali, di semplicità quasi infantile e quindi autentica, oltre a quel senso di giustizia sociale che custodiva Diego Armando Maradona dentro di sé.
E il 27 marzo scorso la famiglia di Maradona, interpretando il pensiero di Diego, ha espresso così le sue condoglianze attraverso i social del Pibe de Oro: “Tu non lo hai mai tradito. Grazie di tutto Gianni Minà, un giornalista senza tempo, emblema di un mestiere quasi scomparso. Una perdita immensa”.

Muhammad Alì. Il “più grande”

“…Nella prima intervista, Ali rispondeva seccato, non collaborava, non ci dava retta. Sfuggente, distratto e intrattabile, esibiva la sua plateale diffidenza nei confronti di un giornalista europeo… Era stato appena squalificato, e non si fidava dei giornalisti bianchi che gli chiedevano tutti le stesse cose: perché avesse cambiato identità e religione, perché si fosse messo in politica. Lo perseguitavano, senza dargli mai la sensazione di essere realmente interessati alle sue ragioni. Io non ero stato da meno. Avevo sbagliato l’apertura, mi ero gettato verso di lui in un corpo a corpo che non avrebbe prodotto nessun frutto. La mia tattica era stata prevedibile. Ma io volevo capire. E verso la fine dell’intervista Ali aveva intuito che le mie domande si erano fatte un poco più oneste, e con la stessa onestà iniziò a collaborare… Poi le cose sono migliorate. E Alì mi fa una promessa: «Lo so, l’intervista non ti è piaciuta, ma pensavo che anche tu fossi a shit man, uno di quei soliti uomini di merda che vengono dall’Europa e vogliono insegnarmi come devo vivere, cosa devo fare e cosa devo pensare. Io penso e faccio quello che credo opportuno, e nessuno ha il diritto di farmi il processo. Dalle vostre parti, pensano che i pugili siano solo dei poveracci senza cervello. Io sono fiero, però, di essere il figlio di uno che disegnava le Madonne sui marciapiedi. E, nel finale, qualche risposta te l’ho data. Volevo comprendessi che non sono matto. Ci rivedremo presto, e ti prometto che la prossima volta chiarirò tutto quello che vuoi sapere» Mi aveva salutato così, e aveva allungato il palmo chiaro della mano per stringere la mia. Non avrei mai pensato che ben presto sarei diventato un amico di quello che già allora era soprannominato «The Greatest»…”

 

Chiudo questo saluto con una piccola testimonianza personale. Nel 2012 collaboravo con la rivista “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo” da lui diretta. In redazione c’erano, tra altri, Silvia Baraldini, all’epoca in semilibertà (con garanzia di lavoro proprio dalla rivista), e l’insostituibile  Loredana Macchietti, moglie, compagna, collaboratrice instancabile e preziosa. In occasione di un mio lavoro legato alle guerre jugoslave e a una ricostruzione “eretica”, intesa come non assoggettata alle narrazioni USA/NATO dei tragici avvenimenti inerenti le guerre jugoslave, che metteva in discussione, documentandoli, gli stravolgimenti informativi, si scatenò una canea di reazioni improntate a insulti, fango, con una violenza verbale dispiegata contro di me, ma che andava anche a ritorcersi contro la rivista e persino alla persona di Minà come professionista e rispettabile giornalista, arrivando ad inviti a disdire abbonamenti e collaborazioni.
Quando non ci si adegua al mainstream delle narrazioni dei palazzi del potere natoidi, succede. Ogni giorno dalla rivista mi giravano mail o messaggi  secondo cui Minà sarebbe addirittura rimasto manipolato dalla mia figura, io sarei stato legato a servizi segreti serbi militari, e persino a quelli deviati… Scherzandoci su, Gianni mi elogiava per le mie abilità e capacità quasi diaboliche, diceva, ma la situazione era tutt’altro che divertente data l’immagine di alto valore internazionale che Minà e la redazione avevano saputo costruire. Il mio imbarazzo era notevole e mi sentivo mortificato, quasi avessi abusato della fiducia concessa. Pur ribadendo il senso del mio lavoro, lasciavo ampia disponibilità e comprensione, anche alla dissociazione dalla mia persona, pur di non ledere il prestigio della rivista, che ritenevo molto più utile e importante del sottoscritto.
Gianni mi telefonò annunciandomi che ci sarebbe stata una riunione di redazione e una decisione collettiva, ma che la mia persona e integrità morale non erano minimamente in discussione. Dopo verifica delle fonti, valutazioni, documentazioni (tutte pubbliche e reperibili) che supportavano il mio lavoro, la conclusione apparve nel successivo numero la redazione della rivista: non ci poteva essere alcuna presa di distanza dalla mia persona, mentre le valutazioni e documentazioni lì prodotte erano di mia responsabilità e giornalisticamente non potevano essere censurate, se non come opposizione di pensiero ad esse, cui la rivista lasciava spazio, confermando la continuità della collaborazione.
Quando Gianni, con la sua pacata autorevolezza mi comunicò la decisione della redazione, facendo rientrare il tutto in uno scontro, seppur duro, di analisi e valutazioni molto diverse, mi disse che la sua stima era intatta perché ero un uomo che osava andare controcorrente e questo gli piaceva, perché ci voleva coraggio per fare questo nella vita e perché questo fa pagare sempre dei prezzi personali. Non nego che al telefono ero oltreché imbarazzato, anche un po’ commosso.
L’ultima volta che ci incontrammo fu alcuni anni fa al Salone del libro di Torino e di quell’ultimo incontro porterò nel cuore e mi resterà come patrimonio e dono di vita, il suo sorriso dolce e ironico, il suo abbraccio fraterno, la sua pacatezza ma anche la sua fermezza e competenza, nelle sue scelte professionali ed etiche. Per me, due insegnamenti per continuare l’impegno sociale quotidiano ma anche per la vita.

Ciao caro Gianni, grazie e che la terra ti sia lieve.

Enrico Vigna

29 marzo 2023

 

30 Marzo 2023