Libere riflessioni in margine ai collage di Luigi Assandri

Mettere le ali… alle forbici!

Alla galleria Moitre, Chiara Maraghini Garrone
curatrice della mostra Collage di Luigi Assandri
ha proposto venerdì 7 qualche riflessione estetica
(ovvero di bella politica da vivere). Ecco.
La mostra dura sino al 21 luglio, a Torino,
ogni merc-giov-venerdì pomeriggio.

Chiara Maraghini Garrone, curatrice della mostra Collage di Luigi Assandri - NAUTILUS AUTOPRODUZIONI (Galleria Moitre di Torino sino al 21 luglio 2023)

Quel signore distinto che avete visto all’ingresso, potevate immaginare che riservasse una tale sorpresa?

Il catalogo della mostra: Nautilus autoproduzioni, 2023

Sorpresa che noi abbiamo avuto riscoprendo i suoi collage negli scatoloni che ci avevano portato.

Sono stata restia fino all’ultimo a fare questa presentazione dei collage di Assandri perché, secondo me, fanno parte del suo percorso che non è un percorso artistico. Tutt’altro.

Per chi ancora non avesse letto il libro di Tobia Imperato, la sua storia – da un certo punto in avanti, si identifica con l’anarchia e lui diventa propagandista di questo pensiero soprattutto attraverso edizioni stampate in proprio dei classici dell’anarchismo, opuscoli e altro che diffonde lungo le strade, durante i cortei, lui, operaio di fabbrica alle Fonderie Fiat, le diffonde tra gli studenti, con cui parla e si accalora, e su questi lascia un segno, inconsapevolmente traccia una strada, che è quella dell’autodidattismo prima, e dell’autoproduzione poi, diventandone in un certo senso il precursore, anticipando quello che poi sarebbe avvenuto.
Anche nella sua vocazione per l’anarchia esprimeva un estro creativo in questa comunicazione attiva e continua. Se togliamo ad Assandri il suo abito ideologico, della storia che ci ha raccontato così puntualmente Tobia, cosa rimane?
Rimangono questi frammenti assemblati insieme, i collage.

Ma allora è questa che si può chiamare arte? Questo surplus, questo spazio libero da schemi, uno spazio interpretativo della realtà, tutto quello che rimane dopo aver lavorato, diffuso, discusso, stampato…, quello che viene rimesso insieme alla fine calmi, privi dell’imperativo categorico di fare, soltanto animati da una furia interiore per sintetizzare il proprio pensiero che finalmente viene a galla privo di filtri.

Inoltre, la mia perplessità è anche dovuta al fatto che io non ho potuto conoscerlo, vivendo ai suoi tempi a Roma per cui quello che posso dire nasce da un incontro dapprima con questi collage, poi dalle voci che sentivo e che leggevo che mi raccontavano di lui.

Assandri, nelle diverse fasi della sua vita, ha sempre mantenuto delle vie di fuga: una rappresentata dalla grande passione che aveva per andar per funghi (da cui traeva anche un arrotondamento dello stipendio), l’altra, ritrovata in tarda età, quella del ballo nelle balere dove il liscio trionfava. A queste io aggiungerei proprio quella dei collage dove poteva dare libero sfogo alla sua fantasia. Assandri aveva cominciato a utilizzare il ciclostile, quindi componeva le sue pagine incollando figure e dettagli per chiudere e completare il testo scritto.

Luigi Assandri e Adele Gariglio

Aveva una bellissima biblioteca con più di mille titoli che decise di vendere poco dopo che morì la sua compagna, Adele Gariglio, per dedicare gli ultimi anni della sua vita esclusivamente al ballo. Questa biblioteca, grazie all’intervento di Luca Abbà, venne rilevata da Costantino Cavalleri che l’acquistò per l’Archivio Tommaso Serra di Guasila in Sardegna, dove ancora oggi è consultabile essendo stata catalogata e inserita nel sistema bibliotecario nazionale. Certamente Costantino fu notevolmente scosso quando si accorse che edizioni rarissime di fine ottocento, inizio novecento erano state impunemente ritagliate e, a un accurato confronto, ritrovò i “brandelli” incollati sui prototipi delle edizioni di Assandri!

Da una parte capiamo il suo “orrore” e la sua indignazione, dall’altra ci piace quest’uomo che non fa del libro un feticcio da onorare ma uno strumento da utilizzare in ogni sua possibilità. Quindi nessun timore reverenziale neppure per i libri rari ma una grande familiarità che diventa riproduzione, composizione, immagine.

Si capisce in questa prospettiva anche la sua decisione di separarsi dagli amati libri dai quali aveva veramente tratto tutto quello che potevano dargli sia a livello teorico che pratico. E la scelta del ballo, non era un venir meno al suo impegno militante ma un altro passo nella ricerca della libera espressione e della felicità della sua esistenza, solo con un diverso ritmo, a passo di danza. Ma torniamo agli anni ruggenti.

Accumula un’infinità di ritagli sul tavolo della cucina dove lavora. E li mette da parte, magari in una cartella apposita. Intanto andava realizzando vari progetti e, finita l’era del ciclostile e subentrato l’uso della fotocopiatrice anche a colori, si era dedicato a stampare in grandi formati (A3) le immagini dei rivoluzionari. Altre centinaia di fogli che si accumulano.

Immagino dunque che il passaggio ai collage pieni di figure e di scritte, una vera e propria enciclopedia dell’anarchia (un’assandripedia – come recita il catalogo), sia stato gioco-forza per lui, un impulso della sua creatività, una summa del suo lavoro, un esito naturale di tutto il suo bagaglio. Non più libretti (o non solo), ma composizioni, ben incorniciate, da strisce di carte (le sovrapposizioni sono talmente tante che un foglio di un collage può diventare pesante), con al centro un volto, una storia, una situazione, qualcosa sempre da diffondere, far conoscere, propagandare ma con le ali della fantasia. Non mi è difficile vederlo chino a scegliere i pezzi, a ritagliarli con le forbici, a incollarli con colla o piccole striscette di nastro adesivo, ma, ancora prima di questi passaggi, realizzare gli sfondi che a volte sono dei minutissimi disegni a china, ripetuti tante volte, poi intervenire con i pennarelli colorati, oppure con il bianchetto, inserire occhi, prismi, ellissi, piramidi a far risaltare un volto, o tratteggiare un vestito.

Il risultato è “artistico”: Assandri è riuscito con il tempo a trasformare il suo impegno militante in qualcosa che si è espresso anche in un’altra modalità, perché più ci si industria, più ci si appassiona, più ci si addentra in un argomento, tanto più ci si arricchisce interiormente e l’espressione emotiva ne trae giovamento. Ecco perché questa mostra ci dà la possibilità di far conoscere l’uomo Assandri in tutta la sua interezza.

Molti si rifugiano nell’arte e abdicano alla vita, altri fanno della loro vita esclusivamente un fatto estetico. Sono rari i momenti, per ognuno di noi, in cui si trova la coincidenza tra quello che si vorrebbe e quello che si è, che si sta vivendo in quel momento. Sono momenti magici, quando accadono, che si contano sulla punta delle dita.

Se il collage è un distillato del pensiero, una summa delle proprie passioni, se nasce da un’irresistibile spinta interiore a mettere insieme le cose importanti della propria vita, a sintetizzare momenti, emozioni, frammenti di una storia personale e collettiva insieme, parlando di Assandri questa è soprattutto collettiva. Con il suo “lungo lavoro manuale da certosino”, come lui stesso definisce la sua opera, Assandri si trasforma da autodidatta in didatta, realizzando così nella sua vita quell’intima adesione tra i mezzi e il fine che, sola, può concedere la gioia dell’esistenza.

Mentre preparavo il catalogo leggevo il bel libro di Roberto Farina su Flavio Costantini cui ho fatto subito seguire la lettura di un altro suo libro, quello su Giandante X. Entrambi, a tutti gli effetti, anarchici, ma due pittori. Mentre Assandri era “soltanto” anarchico.

Tra l’altro con Costantini (di cui Assandri ha utilizzato alcune figure nei collage esposti) ci sono curiosi parallelismi. Nati uno nel 1915, l’altro nel 1926, per entrambi la vita poteva prendere una piega diversa, uno in polizia, l’altro in marina (sottotenente di vascello), entrambi autodidatti, entrambi si dedicano ai ritratti degli anarchici e alle loro storie ma la riflessione di Costantini è una riflessione sulla pittura (e sulla morte) anche se nasce da un “credo” che nel tempo si stempererà (la serie degli Anarchici di Costantini si chiude nel 1979), quella di Assandri è sulla militanza.

Forse Assandri può essere ricondotto a quel filone di art brut che raccoglie espressioni di categorie di persone che non ambiscono a far parte di un certo mondo, che esprimono semplicemente quello che sono, la loro sofferenza o la devianza, i matti, ad esempio, i bambini. Ma in Assandri neanche questo si può indagare. Lui persegue un suo fine che è quello della diffusione dell’Idea, anche in questi collage, e solo per un attimo si stacca da questo e si lascia andare, con quei ghirigori, quegli inserti di colore, quei bianchetti… come se trovasse in questo un momento di riposo, di riflessione, di evasione da tutto quello che aveva sempre fatto.

Per andare a funghi si segue un istinto, si corre in preda a una furia divinatoria dei luoghi, del posto giusto; anche per danzare ci vuole una grande energia, una grande gioia che si prova in un vortice di emozioni e anche il collage è quel momento in cui tutti i pezzi accumulati, conservati, dimenticati, e ora ritrovati… ritrovano il loro posto vicino ad altri, tutti i pezzi della propria vita, del proprio passato, si ricompongono in un quadro che finalmente si fa chiaro, evidente, dopo aver dormito a lungo nei cassetti, in un attimo, velocemente, con un colpo di forbice, si sintetizzano e si condensano.

Ci siamo chiesti se Assandri si lanciasse anche in azioni di détournement come nel collage, che vedrete o avete già visto in mostra, con la pubblicità del balsamo Wella: manca qualcosa, magari un volto che avrebbe dovuto essere aggiunto sopra, o è un messaggio subliminale quello che ci vuole far arrivare Assandri? Per chi si lava i capelli con la testa… Occorre pensare per diventare lucenti.
Asger Jorn, un altro nostro vecchio amico, prendeva vecchi quadri ai mercatini e con una manciata di colori, di immagini mostruose a volte, li faceva suoi, sottraendoli al loro significato originario.  Come Max Ernst prima di lui, che saccheggia le enciclopedie del tempo per la serie della Settimana di bontà in cui un sapiente fotomontaggio compone la storia. Anche Assandri prende vecchie stampe che fanno da sfondo ai suoi collage e ci costruisce sopra la sua storia, sempre con gusto, con equilibrio, maestro dell’arte del comporre.

Non troviamo la casualità surrealista con i suoi eleganti accostamenti di immagini e parole e neppure la provocazione dadaista con il suo gusto ironico e dissacratorio nei suoi collage (penso – oltre a Max Ernst, anche all’insuperabile Hannah Höch o alle altre due icone del fotomontaggio dadaista Hausman e Heartfield, per arrivare più vicini a noi a quelli ora in mostra a Genova di Wisława Szymborska, per lei, ad esempio, erano un modo di colloquiare con gli amici), non le combinazioni spiazzanti di Debord e Jorn (penso anche ai collage di Freddie Baer di San Francisco, con le sue copertine per Anarchy e per Hakim Bey), gli esiti di Assandri sono lontani da questi elaborati come, del resto, da quelli che vediamo su queste pareti. Sono pur sempre scoppiettanti, “fauve” come ho letto giustamente in una recensione alla mostra, anche in questo indicano una strada, che era stata quella del Settantasette con la grafica ispirata a dada e che diventerà dopo quella dell’autoproduzione, anche delle fanzine del periodo punk.

Anche dove inserisce il contrasto e l’ironia (due momenti essenziali dello spirito dei collage), lo spiazzamento dell’occhio addormentato dello spettatore, come nella figura di Bakunin (la testa di Bakunin ritagliata è posata su un corpo in posa melliflua con un’uniforme napoleonica) che è forse l’unica di questo tipo, lo fa con il sorriso sulle labbra, una piccola sfida, una deviazione dal suo percorso sicuro e diritto. Per tirare le fila di questo commento ai collage di Assandri direi ancora due cose a conclusione visto che siamo ospiti di una galleria d’arte con uno spirito molto aperto.

È proprio vero che l’efficacia di un’opera si vede “a parete”, nel senso che appendere i propri lavori per esporli, è la prova migliore che si possa fare per verificarne la validità. E questa prova Assandri l’ha sicuramente superata. Questo non vuol dire che ci interessi trasportare Assandri in un orizzonte artistico ma piuttosto far conoscere un altro aspetto della sua personalità.

Siamo “cresciuti” anche con la critica della società dello spettacolo, quando Gallizio veniva rimproverato per esporre i suoi quadri in note gallerie d’arte parigine anche se aveva lottato per il deprezzamento dell’arte vendendo le sue tele di pittura industriale al metro, quando Constant con le sue maquette della città utopistica New Babylon, nate originariamente per un campo nomadi ad Alba su un terreno di Gallizio stesso, veniva visto come il ripetitore ad oltranza di un progetto che non aveva più nulla di rivoluzionario, quando l’I.S. sosteneva che l’unica critica all’urbanistica possibile fosse quella che nasceva sulle barricate. Il superamento dell’arte nella vita, come propugnava l’I.S., e quindi nella critica alla vita quotidiana, si era sviluppato in parte da questo gruppo di pittori, scultori e teorici che si riuniva ad Alba nel Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista, anche se non dobbiamo dimenticare il contributo critico di Lefebvre. Gli esiti sono stati quelli di una critica spietata sia al mercato dell’arte, sia alle ricerche esclusivamente artistiche che portavano a una abdicazione alla vita reale sul cui terreno era necessario ritrovarsi e operare per un cambiamento radicale della società.

Assandri, con la sua vita e con questi suoi collage, contribuisce a chiarire come la passione verso un ideale di trasformazione può essere comunicata attraverso i tanti momenti gioiosi di quelle che abbiamo chiamato all’inizio “vie di fuga”, le ripeto, le corse sulla collina torinese alla ricerca di funghi (con cui quadrava anche il lunario), le corse sulle piste da ballo e la corsa delle forbici sulla carta rispondono tutte a uno spirito libero alla ricerca di un ritmo che è quello di una pulsione costante di liberazione, di ricerca di un’armonia che ricomponga finalmente tutti i pezzi di una vita e di un’idea.

Questo ho trovato, a poco a poco, conoscendo Assandri solo da questi fogli.

Non vorremmo certo rinunciare ai quadri di Jorn, a quelli di Gallizio, ai progetti di Constant ma continuare a farli uscire dai templi dorati deputati alla perpetuazione di un’arte che non ha più a che fare con la vita, dalle blindature dei musei, dagli snobismi dei critici d’arte e “goderli” nella vita quotidiana, attraverso le loro vite reali, come strumenti insieme agli altri di affinamento della propria critica, in una tensione continua verso il cambiamento e il superamento della miseria esistente. È necessario fare sempre una scelta di campo, facile è cedere alle lusinghe di questa società dello spettacolo.
Facciamo ora una breve carrellata sulle immagini a cui abbiamo fatto riferimento in queste righe.

 

Creare una piccola situazione senza avvenire

Proponiamo soltanto un estratto delle immagini proiettate alla Galleria Moitre nell’ambito di questa presentazione.

I lettristi nel 1955 scrivevano Costruite voi stessi una piccola situazione senza futuro.
Debord commentava nelle note di qualche anno successive che «è meglio che Fourier non abbia sperimentato i suoi falensteri; meglio che Mallarmé sogni un libro senza che giunga a queste “rappresentazioni reali”; meglio per noi negli anni 54-60 parlare di situazioni che provare a costruirne. In ogni caso, la luce di un fine ha un senso, illumina una direzione sociale, mentre il fine stesso preteso e forzato sarebbe ridicolo senza la società. Avremo questa società? I costruttori di situazioni sono di fatto costruttori di feste. Ma non oggi»

Adele e Luigi l’hanno creata e ne stiamo ancora godendo. Sapeva l’autore di questo scatto che, accanto alla testa di Luigi, si legge la scritta DANZA? Chissà se è una casualità o se l’aveva montata appositamente.

 

Debord colava colori che intrecciava a scritte poetiche nelle sue Mémoires nel 1958 a quattro mani con Asger Jorn,

Guy Debord, Mémoires, 1958 ; Lettre métagraphique Gilles Ivain à Guy Debord, 1953-4

e scambiava lettere metagrafiche con Gilles Ivain, autore del noto Formulario per un nuovo urbanismo scritto a Parigi nel 1953.
Ancora Debord scriveva: “Dobbiamo promuovere un’insurrezione che ci riguardi, testimoniare un’idea di felicità anche se l’abbiamo conosciuta perdente, perché su di essa dovrà anzitutto allinearsi ogni programma rivoluzionario”.
Chtcheglov [Gilles Ivain] irruppe sulla scena a promuovere quell’insurrezione, a suggerire una nuova idea di felicità, e lo fece camminando ancor prima che scrivendo, scrive Leonardo Lippolis nella nuova introduzione al libro.
Deambulando incessantemente per Parigi in quell’estate del 1953 fino a scoprire nel cuore del Quartiere latino un intero continente (il Continente Contrescarpe), le cui “passioni dominanti erano il gioco, l’ateismo e l’oblio”, egli “inventava” la deriva, un’attitudine all’esplorazione e allo spaesamento che, in un mondo che cadeva sempre più sotto la cappa soffocante della noia e della ripetizione, racchiudeva il senso della libertà nell’incoraggiare associazioni inedite, passioni proibite, incontri imprevisti e curiosità sopite. Contemporaneamente un “cabilo illetterato” incontrato nei bar suggerì ai lettristi la definizione di psicogeografia per quella nuova geografia soggettiva ed emotiva. La deriva e la psicogeografia annunciavano che la forma della città riflette gli ordini della società dominante determinando i comportamenti, e che il superamento dell’arte e la realizzazione delle sue promesse di felicità implicavano una reinvenzione passionale dell’esperienza quotidiana.

 

Bernard, Bernard, cette verte jeunesse ne durera pas toujours

Jorn deturnava e trasfigurava quadri famosi e pitture da mercatino delle pulci

Alla serie dei détournement, faceva seguire quella delle Defigurazioni (o Sfigurazioni) di quadri famosi

Asger Jorn (1914-73), Détournements

 

Asger Jorn, Défigurations – Poussin, 1962; Mater profana, 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

e Debord gli rendeva omaggio:
Ritratto di Asger Jorn (collage di Debord) circolava nel 1962 in occasione dell’uscita del libro di Jorn Il valore e l’economia pubblicato dall’Istituto Scandinavo di Vandalismo comparato.

Collage di Guy Debord in onore di Asger Jorn della Battaglia, sul verso si legge: Il generale Jorn conduce all’attacco l’8a Brigata danese nell’aprile del 1864; da un quadro di Rosenstand. Debord, in fondo, lo considerava il loro condottiero.

Avevano alle spalle l’eredità dada e surrealista, come tutti quelli che seguirono.

Nel suo Manifesto Dada, Tristan Tzara esalta il principio della contraddizione, del paradosso e del non senso.

 

John Heartfield, anglicizzazione di Helmut Herzfeld (1891-1968) – Be Yourself

 

Max Ernst (1891-1976) – L’usignolo cinese, 1920; Man Ray (1890-1976) – Object to Be Destroyed, 1962

Freddie Baer, Premio James Tiptree Jr. 1991-2021

Freddie Baer is a political artist and graphic designer who lives in San Francisco. Fa copertine per Anarchy, il giornale anarchico, per Hakim Bey che troviamo raccolte in Ecstatic Incisions: The Collages of Freddie Baer, fu pubblicato nel 1992 by AK Press. Presente nella stampa autoprodotta e nelle comunità marginali, ha creato sicuramente un seguito anche nella grafica attuale del movimento. Freddie ha inoltre legato il suo nome al premio James Tiptree donando le immagini per le t-shirt fatte ogni anno dal 1991 per il riconoscimento della migliore opera letteraria di fantascienza e fantasy assegnato negli Stati Uniti in onore della scrittrice Alice Bradley Sheldon che era conosciuta con lo pseudonimo maschile di James Tiptree Jr proprio perché aveva tentato di abbattere le barriere linguistiche e letterarie esplorando il concetto di genere al di là delle definizioni politicamente corrette. Il premio cambiò nome per l’esito della vita di Alice (quando nel 2019 uccide il marito malato e si suicida vicino a lui come avevano deciso insieme) diventando Otherwise Award. Anche in questo ha giocato il politicamente corretto…

Riprendiamo ora il discorso su Flavio Costantini cui accennavo prima. Avevamo detto che la serie sui rivoluzionari anarchici terminava nel 1979, inizia poi un periodo di collage dedicati a importanti scrittori dove questa tecnica si unisce a quella della tempera o dell’olio. Qui vediamo una tempera dedicata al guerrigliero spagnolo Facerìas e una tecnica mista dedicata alla Mia Africa di Karen Blixen con lo splendido leone.

Flavio Costantini (1926-2013) – Karen Blixen (tempera e collage), 1980 ; Facerìas (tempera), 1987

Nel libro di Flavio Costantini scritto da Roberto Farina, viene riportato in appendice l’intervento di Stuart Christie, editore anarchico scozzese scritto il 1° maggio 1975 a Londra come introduzione ad Art of Anarchy di Flavio Costantini. S.C. scrive: Nel corso della storia, talvolta emergono movimenti di persone che all’improvviso accendono gli animi di un’umanità oppressa, vengono proiettati nel mito e filtrano nella cultura popolare, ispirando le generazioni future con il loro esempio. I servi di coloro che controllano il nostro destino, gli storici professionisti, vogliono farci credere che a plasmare la storia e a determinare il progesso del genere umano non è, come scrive Tolstoj, “la vita dell’umanità”, ma sarebbero le azioni e le decisioni di “grandi” uomini. Invece no: è l’artista, lo scrittore, il poeta che coglie lo spirito dei momenti decisivi della storia, e forse contribuisce lui stesso a vivificare il mito, a dargli spessore e magari a renderlo più motivante della realtà.

Inquadra quindi il periodo cui fa riferimento Costantini, che si focalizza su questi eventi della lotta contro l’oppressione, come quello della prima grande scintilla di resistenza dei lavoratori verso lo Stato, segnato dalla Comune di Parigi e da quella di Cartagena in Spagna, meno conosciuta, del 1873/74. Costantini comprende il valore della tradizione anarchica e se ne fa portavoce. Stuart dice che con la sua arte Costantini sta tessendo l’arazzo di Bayeux della rivoluzione anarchica.

È quello che ha fatto anche Assandri.

Nautilus, 2001 ; Jamie Reid, 1983

Jamie Reid, vediamo qui il particolare di una grande istallazione fotografica del 1983. Inizia in una tipografia anarchica autogestita. Diventa poi famoso per la grafica dei Sex Pistol quando viene chiamato da McLaren a interpretarne lo spirito, Da questa esperienza ha origine il suo singolare stile, caratterizzato da collage ottenuti ritagliando lettere e immagini da riviste e giornali. Questa scelta tipografica deriva da una necessità tanto pratica quanto ideologica: in un’epoca precedente ai software di editing, il ritaglio rappresenta un’economica alternativa ai fogli di lettere a pressione di Letraset, ideali per i grafici che avevano bisogno di aggiungere testo a un’immagine. Questa tecnica si adatta perfettamente all’atteggiamento anti-commerciale e rivoluzionario del movimento Punk.
Le grafiche di Reid, rifiutando la tipografia tradizionale con un richiamo ai lavori dada e futuristi, sono quindi dotate fin da subito di un chiaro intento provocatorio reso tramite un linguaggio grezzo, colori semplici e diretti, strappi, sovrastampe e serigrafie decostruite.
E qui ci avviciniamo a un discorso che è stato parte della nostra storia di autoproduzione legato alle famose fanzine del periodo punk.

Ma basta distrarsi un attimo e il recupero è in agguato. Nel 1989 vengono vendute al Beaubourg di Parigi insieme al catalogo della mostra sui situazionisti le cartoline di Reid. La mostra prendeva il titolo dallo splendido film di Debord del 1959, Sul passaggio di qualche persona attraverso un’assai piccola unità di tempo. Da Londra era andata a Parigi per poi sorvolare l’oceano alla volta di Boston. Già nel 1963 Debord scriveva: il ruolo rivoluzionario che culminò nel dadaismo fu la distruzione di tutte le convenzioni nell’arte, nel linguaggio, nelle azioni. Dal momento che evidentemente quello che è stato distrutto nell’arte e nella filosofia non è stato ancora spazzato via dai giornali e dalle chiese… il dadaismo stesso è diventato un riconosciuto stile culturale… volto all’accettazione e alla decorazione del mondo presente.

E così per tutto quello che ne è seguito e che è diventato una nice card, una nice photo, una nice image…

Ma torniamo all’IS, al 1963: la mostra che l’IS tenne alla galleria EXI di Odense in Danimarca – trasformando la galleria in un rifugio atomico per creare un’atmosfera che portasse le persone a riflettere – accompagna l’iniziativa di un gruppo inglese Spies for peace che con un opuscolo svelava i piani governativi durante la guerra nucleare e, oltre a diffondere le informazioni, operava una serie di azioni nelle basi militari e sulle linee telefoniche segrete che tenevano in collegamento questa organizzazione. Si chiamava Destruction RSG-6. La mostra è intesa come come omaggio e prosecuzione di questa azione.

Ci sono le cartografie termonucleari di Martin illustranti gli effetti della guerra nucleare minuto per minuto dopo l’inizio della terza guerra mondiale, le direttive di Debord: SUPERAMENTO DELL’ARTE, REALIZZAZIONE DELLA FILOSOFIA e altre, il tiro al bersaglio sulle foto dei dirigenti dei due blocchi est/ovest ma soprattutto le sconfitte della storia rivoluzionaria trasformate in VITTORIE di Michèle Bernstein con tre composizioni a collage – la Vittoria della Comune di Parigi, quella dei repubblicani spagnoli e quella della Grande Jacquerie francese del 1358: le sconfitte del passato trasformate in vittorie mirano a correggere la storia del passato, rendendola migliore, più rivoluzionaria e più vittoriosa di quanto sia stata. Il testo I situazionisti e le nuove forme d’azione nella politica e nell’arte finisce con queste parole: Le “vittorie” continuano l’ottimistico e totale détournement per mezzo del quale Lautréamont, in maniera del tutto audace, già metteva in dubbio la validità di tutte le manifestazioni di sventura e la loro logica:

“Fino ad ora, è stata descritta
la sventura per ispirare terrore e pietà.
Io descriverò la felicità per ispirare il contrario.
(…) finché i miei amici non moriranno, io non
parlerò di morte.”

Da dove siamo partiti: dall’Idea di Masereel, con Debord e Vaneigem… Ecco dove siamo arrivati dopo quarantanni con un sommergibile carico di libri, di autori, di situazioni: abbiamo costruito nel tempo tante situazioni senza futuro, a volte con dolcezza altre meno…

Anche Nautilus crea delle piccole situazioni senza avvenire, come questa.
SORRISO. FINE.

Chiara Maraghini Garrone

7 luglio 2023

10 Luglio 2023

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