Il Candelaio – personaggi della commedia descritti in versi da Marilena Genovese

ANTIPROLOGO

 

Difficile  è il mestiere dell’attore

in guerra con il pubblico e la vita

epigono del mimo o del giullare

in scena sempre con la pancia vuota.

 

È così l’Antiprologo, un ragazzo

ma gli occhi sono già di un vecchio uomo

precipitato da un destino pazzo

senza criterio dentro a un viver gramo.

 

È fame, rabbia, emarginazione

condite con l’arguzia e l’ironia

è un’alzata di spalle, un’irrisione

a chi pensa che il mondo giusto sia.

 

Eppure lui ci porge un grande dono

tra i molti seminati in questa storia

dono di conoscenza e di memoria

l’autoritratto di Giordano Bruno.

 

“L’autore, si voi lo conosceste, dirreste ch’ave una fisionomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell’inferno, par sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far come fan gli altri: per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizzarro, non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d’ottantanni, fantastico com’un cane ch’ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla.“ (G.B.)

 


PROPROLOGO

 

Tutt’altra pasta d’intrattenitore

aggiusta guai, cordiale, conciliante

abile a persuader lo spettatore

che vedrà una commedia interessante.

 

Favella sciolta, esperto dicitore

non la trama racconta ma le tante

tanto varie passioni dell’ardore

quando l’uomo rinuncia a usar la mente.

 

“Ridere o piangere”: anche avverte, arguto,

che dentro al testo un senso si nasconde

chi può capisce e chi lo vuole intende.

 

Quanto a lui di certo non fa il vate

assomiglia  a un notaio o a un grasso frate

guance rasate, ventre ben paffuto.

 


BIDELLO

 

Non c’entra nulla, come chi s’indugia

dentro a  una festa a cui non è invitato

e per giustificar quel che trangugia

inventa un alto compito assegnato

 

così il Bidello, lingua roboante

sguardo di sfida, torvo e prepotente

spalanca alla commedia il gran portone

ne dice il titolo e pronuncia il nome:

CANDELAIO

 


BONIFACIO

il Candelaio

 

Viscido, untuoso, una laida ex-checca

d’anni quarantasei, ben malportati,

sguardo bovino, radi peli in testa

giallogrigiastri, stopposi e sfibrati.

Sul corpo floscio e curvo una pancetta

ricorda gran bagordi trapassati,

Cupido anche stavolta s’è sbagliato

se Bonifacio è tanto innamorato.

 

Innamorato? Spira amor dal culo

vento greve che soffia e lascia il vuoto;

in più è anche avaro e per suo disculo

della superstizion si fa devoto.

Così tutti lo ingannano, e ugualmente

lui li asseconda e non capisce niente.

 

Lo inganna primo un falso negromante

ch’egli stimava un efficace mago,

Lucia ruffiana gli fa creder tante

panzane e non gli dà più d’uno spago,

la dolce moglie trova un caldo amante

di lui più bello e assai di lei più vago,

lo ingannano i marioli ed i birbanti

e Bonifacio paga tutti quanti.

 

Ma anche se la sua meschineria

gli causa  rodimenti e gran dolore

nemmeno un briciolin di simpatia

può partirsi per lui dal nostro cuore:

non possiam risparmiare alcuna asprezza

a chi è vittima sol di sua bassezza.

 


BARTOLOMEO

l’avaro

 

Di color pece scabro e freddo sasso

in deserto notturno, ecco il suo cuore,

solo una luce riesce a farvi ingresso:

per Creso, venerato con ardore,

Bartolo spasima ad Argenteria

e versa lacrime ad Oreficeria.

 

Lui il centro del mondo, il solipsismo

solo lui soffre, gli altri non han niente

cupo livore, sterile sarcasmo

tranne ch’al soldo a tutto indifferente.

Risultato final: Marta gli adorna

il capo con robuste e fitte corna.

 

Lui di nulla s’accorge, non gl’importa

solo “Ricchezze” ha dentro alla testa

e pensa di acquistarle per la porta

alchemica,  ma è asinina bestia:

l’incantamento in burla si trasforma

e avverso il suo desire volge l’orma.

 

Il suo corpaccio d’orco nero, grosso

lo ritroviam per terra incatenato

ad un furbastro fregator dell’osso

mentre lui è picchiato e derubato.

Ma non ci muovi, Bartolo: a te il peggio

ora. Ed in altra vita? Scarafaggio!

 


MANFURIO

il pedante

 

Il ritratto perfetto del cretino

ovver pittura del cretin perfetto

sovrabbonda la penna al nostro Bruno

e disegnar l’idiota è un gran diletto

massime se l’idiota sa il latino

e della vita non capisce un etto.

Tristezza ilare e triste ilarità

per quant’è asina l’umanità.

 

Qualche riferimento ci vien dato

anche sulla persona manfuriesca

alto abbastanza e cranio un po’ pelato

come i chierici porta l’ostia in testa

è vecchio – vecchie natiche – e impedito

e abbisogna d’ occhiali per la vista.

Però non è il Manfurio corporale

che ci farà dal rider sbellicare.

 

Ridiamo invece della sua gran boria

ridiam della stupidità meschina

di chi crede che, imparata a memoria

la più imbecille e assurda lezioncina,

a recitarla sempre si è di gloria

circondati e di maestà quasi divina.

Ridiam di ogni ignorante paludato

col quale abbiamo il dente avvelenato.

 

Manfurio è quel burocrate statale

insipidissimo, esperto in codicilli,

che un giorno ci ha fregati niente male

citando pedantesco due cavilli

con interpretazion gretta e parziale

ci ha lasciati in mutande e senza spilli.

Se non sarà nient’altro almen sarà

una risata che li seppellirà.

 

Così quando Manfurio è derubato,

deriso mentre crede esser lodato,

legato e spolverato con cinghiate

non possiam trattenere le risate;

e dal gran ridere allarghiam le gote

perfino alla lettura delle note.

 


CARUBINA

moglie di Bonifacio

 

Mediterranea, morbida, sinuosa

profuman le lenzuola sue di rosa

splende la pelle, brillan gli occhi belli

rilucono le labbra ed i capelli.

 

Per lei e per le belle c’è un profluvio

di paroline innamorate e ardenti

mio cor, mio ben, mia vita e giù in diluvio

Petrarca dolce da cariare i denti.

 

E mentre Primavera fra le stelle

fa alzar la coda anche alle asinelle

lei fa, ma ha poche idee degne di nota

bel corpo pieno, bella testa vuota.

 


MARTA

moglie di Bartolomeo

 

Soda. Polposa. Calda. Anzi, bollente

amava l’hard core e non ha più niente

da quando suo marito cerca l’oro

Martina ha perso il sonno ed il decoro.

 

Rivuole il maschio, è astiosa, inviperita

ma sol da Barra e non sempre è servita

così cerca conforto e ottien tormento

nel rimembrare il bel divertimento.

 

“Allora giocavamo a gamba a collo,

a infilare, a spaccafico, a sorecillo ”

e giorno e notte senza pantaloni

recitavam devoti pie orazioni.

 

Caro è il ricordo. E vivo ancor la tocca

Jean, il pedofilo, e “sempre benedetta”

sia l’anima di chi a lei bambinetta

poneva la “lingua francese in bocca”.

 


VITTORIA

puttana

 

Falsi i capelli biondi, falso il neo

decolté prosperoso e prorompente

dama Vittoria adesca ogni babbeo

ch’abbia monete nella borsa tante.

 

I giovani li tiene per cameo

con Bonifacio è donna previdente

il colpo della vita è nel desio

di spremer oro dal suo sciocco amante.

 

Ma Bonifacio ha l’amore avaro

e la speranza si rivela vana

dunque lei lo castiga come può.

 

Non cavando da lui nullo danaro

continuerà a fare la puttana;

però si è divertita, almeno un po’.

 


LUCIA

ruffiana

 

Corri corri formichina

corri svelta sulla scena

manifesta ottima lena

nel mestiere di ruffiana.

 

Vieni, vai, consiglia, intriga

dappertutto ovver dovunque

ogni istante ed a chiunque

fai pagare l’altrui figa.

 

Chissà se anche da puttana

fosti un dì cosi solerte

trascorrendo a gambe aperte

ogni giorno e settimana?

 

Ora vecchia raggrinzita

nessun può tenerti testa

guidi il ballo nella festa

Lucia ingannatrice nata.

 


ASCANIO

servo di Bonifacio

 

Di grande ha ricevuto, Ascanio, il nome

– figlio d’Enea, stirpe di regnanti –

ed ha un volto leggiadro, roseo, come

ben disegnato, occhi scintillanti.

 

Belle mani, che odian la fatica

usa indolenza anche nel piacere

ed accodandosi all’altrui volere

fotte le donne e per i maschi è fica.

 


MOCHIONE

servo di Bartolomeo

 

Non è bello né brutto, non è furbo

né scemo, non è colto né ignorante

non profuma né puzza, non è agro

né dolce, non è amico né scostante,

così è Mochione, non freddo né caldo,

uno banale,  che non sa di niente

tranne quando, con garbo e precisione

mette in lista gli errori del padrone.

 


POLLULA

servo e scolaro di Manfurio

 

Due volte doppio: per il suo padrone

e maestro è il fedele servitore

ma in contemporanea ha comunione

con quanti manigoldi può trovare;

è bino anche nel sesso, è il bel garzone

che “inchiostro nero e bianco” sa adoprare;

in scena sta nascosto o parla poco

se c’è una burla lieto assiste al gioco.

 


GIOAN  BERNARDO

pittore

 

Finalmente! Par senza difetto

giovane, artista, intelligenza fina,

eloquio persuasivo, bell’aspetto,

membra slanciate, chioma leonina.

 

Conduce a compimento ogni progetto

domina ognuno che gli s’avvicina

fa quel che vuole e vuole soprattutto

darsi al bel tempo con la Carubina.

 

Certo emerge sugli altri personaggi

ma emerge perché gli altri valgon poco

lui s’accontenta, non innalza il gioco

 

e senza usare i cerebri vantaggi

invece di applicar Filosofia

fa dolce vita di periferia.

 


CENCIO

alchimista

 

È ispirata a Gebèr e ad Avicenna,

a Alberto Magno e Ermete Trimegisto

con gli dei dell’Olimpo: la dottrina

alchemica di Cencio è un fritto misto,

vecchia aria fritta è ogni sua sentenza

il problema è che lui la chiama scienza.

 

E non ha torto, scientificamente

pensa e sa che il suo gran ciarlatanare

quando fa presa su una ingorda mente

produce polli pronti da spennare;

spiuma l’avaro a lungo e facilmente

poi fugge, ed è pauroso e impaziente.

 


SCARAMURÉ

falso mago

 

Tutto è animato, dunque la magia

– pensava Bruno-  è all’uomo alto sapere,

sta al vertice della filosofia

alla natura impone il suo volere,

con le forze del cosmo ha sintonia

e nei prodigi esprime il suo potere.

Scienza umana e divina: ma non c’è

niente di magico in Scaramuré.

 

Bugiardissimo, il re dei ciarlatani,

ma ha magnetici occhi penetranti,

sorriso indecifrabile, ed arcani

modi da gran signor, riflessi pronti,

sfoggia abiti lussuosi e paroloni

cambi di voce, dispotici o suadenti:

appare il più sapiente della terra

lui che nel furto è macchina da guerra.

 

Del resto, se gli chiedono fatture

per non pagare nel comprar l’amore

che cos’altro può far, solo ubbidire

poi imbrogliar le carte a suo favore

e di bassa retorica infarcire

ogni suo detto, con sì gran fervore

che ogni gonzo lo venera e l’onora.

Son quattro secoli e seduce ancora.

 


CONSALVO

commerciante

 

Attenti, negozianti, a quel che fate

se proclamate aver commerci onesti

mentre senza pudore rivendete

allume, ammonio, zolfo e pulvis Christi

polvere magica, madre del tesoro,

che ogni metallo vile muta in oro.

 

Così chi vende crema per la pelle

che vecchie e racchie cambia in bimbe belle

pastiglie prodigiose contro il peso

ch’esile fanno ogni corpo obeso

biglietti detentori di fortuna

che amica rendon la contraria luna.

 

fa bene a ricordarsi che Consalvo

dall’ira del cliente non è salvo

né dai suoi pugni, e per soprammercato

dai ladri vien legato e derubato.

 


OTTAVIANO

uno che passa di lì

 

Che ci sta a fare in mezzo al popolino

questo signore colto, spiritoso

che con squisito garbo sopraffino

burla Manfurio e lo fa uscir nervoso?

 

Sta a insegnar questo: prova, è divertente,

rendi anche tu ridicolo un pedante!

 


BARRA

ladro

 

Spalle forti, robusto, brizzolato

gambe atletiche, un filo di pancetta,

modi da muratore sfaccendato

in cerca di lavoro, senza fretta.

 

Ma chi gli s’accostasse da vicino

e gli guardasse il cuor per le pupille

trasalirebbe al sordido baleno

a tratti gli occhi mandano scintille.

 

Lampi d’astuzia, rari per fortuna

svelti, ogni vostro avere nascondete,

collane, anelli e portamonete

se Barra vi ha guardati, vi rapina.

 


MARCA

ladro

 

Lo dice la parola: l’oste è ostile

voleva i soldi dopo che ho mangiato,

stupido, disonesto, mai gentile

se l’è cercata d’esser derubato,

e raccontando quante gliene ho date

con gli amici mi fo quattro risate.

 

È tale il preferito passatempo

di Marca, furfantello piè veloce,

per il resto del giorno passa il tempo

con chi a più scaltri furti lo introduce,

negli occhi accende sguardi di vittoria

l’Accademia dei ladri è la sua gloria.

 


CORCOVIZZO

ladro

 

Quant’è affabile questo giovanotto

appare comprensivo ed educato

sbaglio, sembrava, poiché avviene tosto

che chi lo incontra è ben malcapitato

e Corcovizzo con un gesto lesto

mentre ispira fiducia opera il furto:

non c’è scampo, rimane a capo chino

chi s’imbatte in allievi di Sanguìno.

 


SANGUINO

capo dei ladri

 

È il capo che con forte man sicura

guida gli allievi ladri a fare danni,

ha mente d’architetto e prefigura

palazzi di raggiri, frodi e inganni,

calcola da ingegnere e s’assicura

ponti ben saldi a scavalcar gli affanni,

fa il ladro ma si veste da guardiano

parla ed agisce come un capitano.

 

Algido, rigido, di secche parole

trasuda autorità ed è rispettato,

tagliente come lama di pugnale

dove colpisce un fesso è derubato;

tutto si capovolge e adesso vale

il principio che qui viene affermato

che se giustizia esiste e regge i mondi

s’altri non fa, la fanno i bassifondi.

 

Però Sanguìno non ne ha coscienza,

che gl’ importa di un piano superiore?

lui sta bene così, l’intelligenza

gli serve sol per questo: per rubare.

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